Un dialogo con Anthony Bogues

di Maria Mercone

Vai alla versione inglese

 

 

Lo scorso 27 marzo, nell’ambito dell’iniziativa “Thinking about the Human: Critical Thought, Fanon, Césaire and Wynter”, organizzato dal Dipartimento di Studi Letterari e Linguistici dell’Università “L’Orientale” di Napoli, abbiamo avuto modo di dialogare con Anthony Bogues, professore di Africana Studies presso la Brown University (USA).  

La cornice teorica all’interno della quale si è mossa la discussione è stata costruita intorno alla necessità di ridefinire la categoria dell’umano – intrappolata nelle rigide e stantie categorizzazioni del pensiero occidentale – a partire dalla tradizione del pensiero radicale nero, per immaginare la costituzione di un archivio indisciplinato. La riflessione di Bogues ci ha permesso pertanto di dialogare sulla possibilità di concepire un assetto diverso dell’archivio, una riconfigurazione di tutte quelle forme non addomesticabili di memoria storica – arte, musica, pratiche di lotta, religione, oralità – inquadrandole secondo quella che Benjamin ha definito “tradizione degli oppressi”. Il canone storiografico occidentale ha costantemente messo in atto un’opera di delegittimazione e trivializzazione verso tutti quei saperi altri, verso tutte le forme di conoscenza pratica e teorica non assimilabili ai criteri della prospettiva eurocentrica, rendendo evidente il riferimento coloniale insito nella sistematizzazione dell’archivio storiografico, una persistenza che continua a dare forma alle modalità in cui si struttura il sapere oggi. L’importanza della decostruzione dell’archivio gerarchicamente organizzato, che silenzia e cancella ciò che non riconosce come sapere legittimo, deve necessariamente portare alla disattivazione di quei dispositivi arbitrari che rendono mute le forme subalterne di conoscenza, ma anche alla costruzione di un archivio indisciplinato, i cui elementi si sono originati nella praxis, nelle lotte, e le cui radici si irradiano dall’opposizione alle figure coloniali dell’inumano.

Il contro-discorso dell’archivio indisciplinato, come messo in luce da Bogues, concepisce difatti la libertà in quanto assetto di pratiche, a differenza del pensiero politico europeo che fa invece della libertà principalmente un concetto filosofico-teorico. Questo perché nello spazio necropolitico della colonia, luogo in cui il capitale razziale ha attuato forme di cosificazione, ha plasmato zone di non essere, rendendo i colonizzati dei living corpses, dei cadaveri in vita, l’unica possibilità di rottura dei dispositivi oppressivi si è creata attraverso delle freedom practices, delle pratiche di lotta e resistenza alla violenza coloniale. Ed è proprio in questo modo che la praxis subalterna produce pensiero critico, sfidando il discorso dominante che vuole teoria e pratica come due sfere rigidamente separate, e proponendo un tipo di sapere formatosi in un complesso processo di pratiche eterodosse.

A questo proposito, la riflessione portata avanti da Bogues sulla distinzione tra freedom practices ed emancipazione è sicuramente interessante. Definendo l’emancipazione da una condizione di oppressione come singolo atto di liberazione, un primo passo verso una soggettivazione politica, Bogues chiarisce come la libertà in quanto pratica è stata invece da lui configurata come un atto di immaginazione e di creazione senza fine.

La tradizione del pensiero radicale nero infatti ha spesso considerato il legame tra immaginazione radicale e pratiche di liberazione un elemento essenziale per un capovolgimento totale delle relazioni sociali e politiche. Gli aspetti materiali e simbolici dell’ingiustizia razziale e sociale devono quindi mettere in crisi non soltanto i dispositivi che governano il sistema economico-politico, ma anche le rappresentazioni, meglio ancora le strutture del pensiero. historyblackpeoplebasquiat Alcune delle espressioni del radicalismo nero negli Stati Uniti – ognuna chiaramente attraverso differenti pratiche e assunti teorici – come Malcolm X, il Black Power di Carmichael, il Black Panther Party for Self-Defense, hanno agito proprio in questa direzione: hanno spezzato i confini del pensiero dominante, hanno invaso lo spazio politico e hanno rivendicato l’agency, la presa di parola dai margini del ghetto, e l’urgenza di piegare le strutture alla base della logica gerarchizzante della whiteness, per ricostruire una nuova soggettività nera, per ribaltare il capitalismo razziale e per combattere il razzismo e l’ingiustizia sociale. Il radicalismo nero ha dunque lavorato alla costruzione di un’immaginazione radicale, a partire dall’eredità inscritta sui corpi, l’eredità della schiavitù.

Per aprire spazi di conoscenza liberi dai dispositivi coloniali, per lavorare ad un cambiamento epistemologico radicale, pratiche di decostruzione e decolonizzazione dei saperi devono quindi necessariamente essere congiunte ad un impegno militante, come ha mostrato la tradizione radicale nera.

Al termine di questo proficuo incontro, abbiamo colto l’occasione per porre ad Anthony Bogues alcune questioni, raccolte sia a margine della discussione che della lettura di alcuni suoi scritti. Di seguito riportiamo l’intervista.

  1. Nel tuo lavoro parli di una relazione genealogica tra le istanze e le pratiche degli schiavi rivoluzionari di Haiti e tra quelle messe in atto dall’American Southern Freedom Movement negli anni cinquanta. Potresti spiegare questa connessione?

Bogues: La connessione genealogica ha più a che fare con la questione che riguarda la riflessione sulle forme che la libertà dovrebbe assumere, mi riferisco alle modalità attraverso le quali le donne haitiane si battevano per l’uguaglianza salariale, ad esempio, la maniera in cui tentavano di stabilire un legame tra libertà e uguaglianza, e come queste istanze venissero configurate e tradotte in pratica. Per me l’American Southern Movement, il cosiddetto Movimento per  Diritti Civili, solleva queste stesse questioni. Ciò non significa che l’American Southern Movement e la Rivoluzione di Haiti debbano essere considerati come l’uno la copia dell’altro, ciò che sto cercando di dire è che ritengo importante considerare il fatto che il movimento americano per i diritti civili abbia sollevato delle istanze di libertà in relazione a quelle di uguaglianza nello stesso modo in cui le hanno poste gli schiavi ribelli haitiani. E cosa significa questo per la teoria politica? Vuol dire che non possiamo considerare libertà e uguaglianza come due concetti distinti, questo è il punto. La relazione genealogica che ho tentato di mettere in evidenza si focalizza quindi in un primo momento sull’insieme delle pratiche e sulle diverse istanze sollevate, e in un momento successivo sull’analisi delle modalità attraverso cui queste pratiche riconfigurano il nostro modo di pensare e il territorio intellettuale della riflessione sulla libertà.

  1. Hai scritto nel tuo saggio And what about the Human?: Freedom, Human, Emancipation, and the Radical Imagination che il campo delle humanities e del pensiero critico sta entrando in un periodo di crisi che potrebbe essere improduttivo e condurci in una fase di stallo. Come possiamo evitare questa condizione?

B: Possiamo evitare questa particolare condizione ridando forma a ciò di cui abbiamo discusso oggi: la tradizione radicale nera, come anche la questione del femminismo, ad esempio. south Voglio dire, dobbiamo ritornare nei siti dell’oppressione umana, passata e presente, e cercare di ripensare a ciò che avevano e che hanno da dire, alla loro storia, è questa l’unica via d’uscita dalla crisi. Non possiamo pretendere di venir fuori da questo stallo semplicemente reinventando il pensiero critico a partire da Foucault, da Marx, e altri, non si riuscirà ad andare oltre il pensiero Europeo in questo modo. Bisogna tornare alla tradizione degli oppressi per rianimare il pensiero critico, questo è ciò che penso.

  1. Per decostruire l’eurocentrismo come sinonimo di obiettività accademica e come una prospettiva che cristallizza il sapere come corpo di pensiero imposto, come possiamo pensare ad uno spazio nell’accademia che renda possibile considerare il sapere come una pratica?

B: è una domanda difficile. L’unica risposta che posso dare è quella di tentare di mettere insieme un gruppo di studiosi che cerchino di pensare in maniera differente, di mappare delle genealogie intellettuali diverse. Questo comporta altre problematiche. Come si può organizzare un progetto di ricerca in grado di porsi questi fini? Come possiamo creare un sito che permetta una discussione tra giovani studiosi che cercano di ripensare alla questione del sapere critico nell’accademia? Quello che sto cercando di fare è creare uno spazio nel quale permettere il confronto tra giovani studiosi riguardo a questa tematica e alle sue implicazioni, tenendo in considerazione però anche ciò che accade fuori dall’accademia.

  1. L’ultima domanda riguarda Ferguson e la connessione tra razzismo e violenza arbitraria della polizia contro gli Africano-Americani negli Stati Uniti. A questo proposito, vedi una possibilità per l’irruzione di un movimento radicale in questa precisa congiuntura storico-sociale?

B: Penso che si tratti di un momento critico, senz’altro, perché Ferguson ha contribuito a far esplodere nel discorso politico e sociale molte questioni rilevanti, che non si fermano al razzismo e alla violenza della polizia. Ma non riesco ancora a vedere un significativo spostamento di forze verso l’organizzazione di un movimento radicale. Esito a pensare che si tratti di un nuovo slancio. Certo,  ci troviamo sicuramente in una particolare congiuntura, siamo scossi  da tutte queste vicende e sollecitati alla reazione, ma ciò non comporta necessariamente e conseguentemente altro, non significa insomma che un nuovo movimento stia nascendo. È un momento di rottura, è sicuramente scattata una scintilla, ma molte cose devono ancora essere messe insieme e praticate per costruire un nuovo movimento radicale.

Sono stati molti gli spunti raccolti a margine di questo incontro, che ci ha portato difatti a riflettere sulle possibili articolazioni dell’eredità della tradizione radicale nera.

La spinta verso la formazione di un movimento radicale, negli USA come in Europa, dovrebbe pertanto essere il prodotto di una visione collettiva, riformata dal processo di trasformazione del contenuto dell’archivio indisciplinato in pratiche oppositive ai dispositivi razzisti e neoliberisti, che bloccano la possibilità di pensare ad alternative e che controllano e orientano il desiderio e l’immaginazione radicale. È a questo che si lega la necessità di raccogliere la rabbia di Ferguson, di North Charleston, delle strade di Baltimora – solo per citare gli ultimi scenari dell’esplosione di forme violente di razzismo istituzionale – per trasformarla in percorsi di lotta politica.

L’apertura di spazi per un’epistemologia sovversiva passa quindi necessariamente attraverso pratiche di lotta, che trovano però il loro punto di forza negli interstizi dell’immaginazione comune di liberazione.