di Miguel Mellino

Sono attesi per domani a Buenos Aires i risultati definitivi, dopo il primo rilevamento effettuato qualche settimana fa, dell’autopsia sul corpo di Santiago Maldonado. C’è naturalmente grande attesa per quanto rileveranno tali analisi, saranno sicuramente importanti per chiarire ulteriori particolari della vicenda, ma nessun eventuale nuovo accertamento potrà scagionare le responsabilità della Gendarmeria, del governo Macri e anche di Benetton sull’omicidio e sulla ‘desaparicion forzada’ di Santiago.
Nulla potrà ridimensionare il senso della visita del capo della segreteria di governo del Ministero degli Interni, Pablo Nocetti (avvocato difensore di diversi militari imputati per genocidio), al personale di gendarmeria il giorno prima della violenta repressione dei Mapuche. Visto con il senno del poi, il motivo di quella visita è apparso subito chiaro: è stato lo stesso governo a chiedere, e quindi ad autorizzare, una brutale e sproporzionata repressione degli attivisti indigeni mentre manifestavano per chiedere la liberazione di Facundo Jones Huala (leader della RAM, Resistencia Ancestral Mapuche), detenuto qualche tempo prima durante un blocco di polizia per ordine della procura cilena. Più di un centinaio di gendarmi in assetto di guerra sono stati schierati contro una decina di Mapuche che occupavano una strada statale patagonica, e che fanno parte di una comunità in lotta da anni per riavere una parte delle terre espropriate loro dallo stato argentino e vendute a Benetton negli anni dell’ultima neoliberalizzazione intensiva dell’Argentina: quella degli anni ’90 sotto il governo di Menem. La scelta repressiva del governo si iscrive in una sua strategia esplicita di rispondere al conflitto sociale con la repressione e la criminalizzazione del dissenso per segnare un cambio radicale rispetto alla gestione kirchnerista. Esempio sintomatico di questa nuova gestione del conflitto sociale è stata sicuramente la detenzione immotivata di Milagro Sala (leader del movimento sociale indigeno Tupac Amaru), in carcere dal 16 Gennaio del 2016. E sempre in riferimento alla Patagonia e ai Mapuche va ricordato che è già dalla primavera del 2016 che il governo attuale aveva deciso di incrementare la militarizzazione del territorio siglando un accordo per un impegno comune con le filiali della Sociedad Rural Argentina a Chubut, con diversi latifondisti della regione e con l’amministratore delegato di Benetton Ronald McDonald.

Quanto è successo dunque non sembra frutto del caso. Per questo, nulla potrà cambiare quanto sappiamo già. I primi rilevamenti autoptici sul corpo hanno stabilito che Santiago è morto per asfissia, annegando nel fiume Chubut. Il suo corpo non presenta, a prima vista, segni di violenza di nessun tipo. Occorrerà comunque attendere quanto riveleranno i risultati finali in merito a questo particolare. Restano ancora da chiarire le esatte modalità dell’annegamento, ma è chiaro che Santiago non è finito nel fiume di propria volontà; soprattutto perché è stato accertato che non sapeva nuotare. Allo stato attuale delle indagini, il minimo che si può dire è che Santiago è stato costretto a buttarsi nelle acque gelide del Chubut per fuggire dalla violenta repressione dei gendarmi: ricordiamo che per l’occasione furono utilizzati contro i Mapuche proiettili di gomma e di piombo. Così, anche nel caso non venissero accertati o rivelati altri elementi di colpevolezza diretta nei confronti dei gendarmi o di altri implicati, il fatto non cambia: Santiago è morto a causa di una repressione della Gendarmeria ordinata dal governo. Santiago è rimasto poi in stato di “desaparicion forzada” per 78 giorni: dal 1° Agosto, giorno dei fatti, fino al 17 Ottobre, data del ritrovamento del corpo nello stesso fiume in cui era stato visto per l’ultima volta. In Argentina, “desaparicion forzada”, e non semplice sparizione (non andrebbe quindi tradotto in questa accezione), sta a significare un tipo di delitto per lesa umanità per ben preciso: dopo il precedente dei processi ai militari responsabili del “terrorismo di stato” che ha caratterizzato l’ultima dittatura civico-militare, tale capo di imputazione serve a identificare giuridicamente la scomparsa di persone causate direttamente dallo stato e/o dai suoi apparati. Si tratta di una pratica omicida di stato piuttosto ricorrente nella storia dell’Argentina, così come in quella degli altri paesi dell’America Latina. E che affonda le sue radici nella colonialità strutturale di tali stati, ovvero in stati nati sull’esclusione e la negazione di una parte importante delle proprie popolazioni: quelle non bianche, indigeni, afro-discendenti, meticci. Non è casuale dunque che il governo neoliberale di Macri abbia scelto di porsi in chiara linea di continuità storica sia con il “terrorismo di stato”, sia con la gestione coloniale-razziale tradizionale delle élites bianche e liberali nazionali nei confronti della propria popolazione. A tutto questo sembra ancora rimandare il caso Maldonado, non solo a livello politico-economico-razziale, ma anche giuridico: nel dossier legale emerso dalla prima autopsia, come ha rivelato l’inchiesta del giornalista Ricardo Ragendorfer pubblicata su Tiempo Argentino e altri quotidiani, è stato stabilito che il corpo di Santiago non aveva più di 5 o 6 giorni in acqua al momento del ritrovamento. E’ chiaro dunque che esso è stato “illegalmente” trattenuto da qualche parte per diversi giorni.

E’ a questo punto che potrebbero emergere responsabilità più dirette di Benetton nella vicenda, e che vanno anche oltre il tremendo possesso di 900mila ettari di terra appartenuti in passato ai Mapuche. Secondo lo stesso Ragendorfer, l’unica cella frigorifera della zona capace di conservare un cadavere per diversi giorni si troverebbe proprio all’interno di una delle tenute di Benetton, denominata “Cabania Leleque”. Inoltre, rivela sempre Ragendorfer, Gendarmeria possiede una base logistica informale dentro la stessa tenuta di Benetton da almeno 20 anni, grazie a un accordo firmato durante il governo di Carlos Menem tra Carlo Benetton, la Secretaria de Seguridad de la Nacion e la provincia di Chubut (https://www.tiempoar.com.ar/articulo/view/70231/gendarmeria-opera-una-base-informal-en-el-casco-de-la-estancia-de-benetton). Ragendorfer ha anche rivelato che parte delle prime indagini “ufficiali” hanno avuto ancora come epicentro logistico proprio tale base; forse vale anche la pena ricordare che è proprio da quella base logistica che sono partiti buona parte dei gendarmi che tra il 10 e il 12 Gennaio scorso hanno sgomberato in modo violento la comunità Mapuche di “Lof en Resistencia” di Cushamen. Ragendorfer infine aggiunge un altro elemento piuttosto importante da tenere in considerazione per quanto riguarda le eventuali la complicità dirette di Benetton nella “desaparicion forzada” di Santiago: il 17 Ottobre scorso, il giudice avrebbe ordinato, insieme al rastrellamento della zona in cui comparve il corpo, una perquisizione legale de la “Cabania Leleque” dei Benetton e di alcune delle zone adiacenti. Potrebbe quindi non essere una mera coincidenza che il corpo di Santiago sia ricomparso proprio quel giorno. Dopo il ritrovamento, naturalmente, la perquisizione è stata cancellata.
Il 24 novembre forse sapremo qualcosa di più su quello che è successo. O forse no. La famiglia Maldonado continua a invocare un’inchiesta finalmente indipendente sulla morte di Santiago: sin dall’inizio il governo Macri, grazie al supporto di buona parte degli apparati politici, giuridici e mediatici, ha cercato di negare (e di sviare) qualunque coinvolgimento diretto della Gendarmeria con la sua desaparacion forzada. E’ comunque impossibile che le perizie mettano in discussione quello che ormai è un’evidenza: Santiago è stato ucciso dalla violenza della Gendarmeria ordinata dal governo in (e forse con la) complicità diretta di Benetton. E’ in allusione a questo stato di cose che un gruppo di artisti, attivisti e fotografi hanno lanciato il 1° Agosto scorso, in concomitanza con le manifestazioni per i tre mesi della desaparicion di Santiago, la campagna “United killers of benetton” su una delle linee della metropolitana della città di Buenos Aires (https://www.tiempoar.com.ar/articulo/view/72088/united-killers-of-benetton-las-fotos-de-la-intervencia-n-en-el-subte-por-santiago-maldonado). Lo slogan ha guadagnato subito spazio presso quei settori della popolazione argentina che chiedono verità e giustizia per Santiago. Staremo dunque a vedere cosa ci diranno i risultati dell’ultima autopsia. L’evidenza resterà comunque a prescindere. Il capitalismo estrattivo uccide. Il neoliberalismo uccide. In Patagonia, la colonialità e il razzismo di stato continuano a uccidere: a fine ‘800, durante la cosiddetta “Conquista del Deserto” (una campagna militare di sterminio e di estensione della frontiera a Sud direttamente pianificata dallo stato, dall’esercito e dall’oligarchia argentina a spese delle comunità indigene che li vi abitavano), come oggi. Justicia por Santiago!