di John Carl Baker

 

Nelle mani di Donald Trump la potenza militare statunitense comincia ad apparire a molti americani per quello che ha sempre rappresentato per il resto del mondo: un terribile strumento di violenza brutale e indiscriminata. Ma non è, almeno non solo, un sentimento di empatia verso le vittime di questa guerra permanente che sta spingendo la maggior parte degli americani a fare i conti con l’ineguagliabile potenza distruttiva del proprio paese. È la paura per la propria vita – più precisamente, è la paura di perdere la vita in un conflitto nucleare innescato da un presidente notoriamente eccentrico che ha la facoltà di distruggere il globo con un dito.

Queste paure sono diventate chiaramente visibili questa settimana, quando 3 giorni di Trumpismo dalle tinte nucleari hanno ispirato una serie di scherzi semi-seri sui social network sul nostro imminente destino. Martedì Trump ha rilasciato la sua infausta dichiarazione sulla volontà di scatenare “fuoco e rabbia come il mondo non ha mai visto” contro la Corea del Nord. Giovedì, attraverso Twitter, ha fatto vanto di aver modernizzato l’arsenale nucleare – nonostante questo processo sia stato avviato da Obama e richieda ancora 30 anni (e 1.200 miliardi di dollari) per concludersi. Ieri, infine, Trump è sembrato chiedersi a voce alta se i suoi iniziali interventi sulla Corea del Nord non fossero stati sufficientemente decisi, assicurandosi in questo modo che il fervore apocalittico si protraesse per un altro ciclo di notiziari.
Trump è chiaramente in grado di alimentare il terrore atomico autonomamente, ma la narrazione mediatica che lo vede alle prese con Kim Jong-Un, leader autocratico dell’ultimo Stato ad aver dato vita ad un arsenale nucleare, aggrava ulteriormente la situazione. Con loro, la paura collettiva di un conflitto nucleare è aumentata come non accadeva dai tempi di Reagan e Andropov. Detto questo, è probabilmente ingiusto imputare l’esatta metà delle responsabilità di questa situazione incandescente a Kim Jong e al governo nordcoreano.

Dopotutto, sarà difficile per gli esperti, lasciando stare i profani, separare il Jong-un reale dalle onnipresenti caricature dei media ritagliate ad arte per riaffermare lo status di “stato canaglia” della Corea del Nord. Questa opulenta tradizione di giornalismo politico, di matrice razzista, attinge da quello che Hugh Gasterson ha definito “orientalismo nucleare” –  essenzialmente, la convinzione che i “nostri” signori del nucleare siano moderati e razionali, mentre quelli in Oriente siano incomprensibili, impulsivi e pericolosi. Naturalmente, Donald “lanciamoci in una corsa agli armamenti” Trump pone una sfida a questa tradizionale visione coloniale binaria – ma resta da vedere se distruggerà completamente la sua legittimità. Come mostrato da Gregor Afinogenov su n+1, l’establishment della sicurezza nazionale sarebbe ben lieto di rimpiazzare Trump con un amministratore degli arsenali nucleari maggiormente affidabile. In questo modo, dopo che Trump sembra aver messo da parte i progetti apocalittici esposti in questi ultimi giorni, queste persone “per bene” potrebbero tornare a programmare senza tanti scrupoli disastri su piccola scala in Nord Africa e Medio Oriente.

Contrariamente a quanto sostenuto dalla narrazione dominante, Kim Jong non è un folle, ed è certamente un attore più razionale della sua controparte americana. L’idea ricorrente in base alla quale Seattle e Honolulu dovrebbero ripristinare i loro rifugi antiatomici in vista di un imminente attacco nordcoreano è semplicemente ridicola. Qualsiasi attacco che arrivasse come un fulmine a ciel sereno nei confronti di USA, Giappone o qualsiasi altro Stato che conti, avrebbe conseguenze disastrose per la leadership nordcoreana. Un qualunque attacco nucleare incontrerebbe la reazione furiosa degli Stati Uniti, le cui capacità militari – nucleari, ma non solo – sono talmente superiori a quelle nordcoreane da rendere ridicolo qualsiasi paragone. Il programma nucleare nordcoreano può essere preoccupante, ma è stato posto in essere perché il governo è terrorizzato dall’eventualità di un cambio di regime – un epilogo che Kim Jong ha ragione di temere, alla luce dell’operato statunitense in Iraq e Libia.
Il vero pericolo – l’unico realmente esistente allo stato attuale delle cose – è che i due paesi possano inavvertitamente ridestare la guerra di Corea. La situazione è stata straordinariamente tesa negli ultimi mesi (ricordate la storia di Carl Vision ad Aprile?) e le esternazioni bellicose di Trump sono esattamente il genere di cose che possono trasformare in un batter d’occhio una situazione incandescente in “fuoco e fiamme”. Se il presidente americano dovesse affermare qualcosa che suona come una minaccia, questa potrebbe essere interpretata esattamente come tale, spingendo la controparte ad adottare misure preventive in vista di un attacco imminente.
In un clima meno teso, invece, queste potrebbero essere interpretate come semplicemente superficiali e mal ponderate, ma voci di attacchi aerei e cambi di regimi rimbalzano sui media statunitensi, e inoltre alcune figure pubbliche vicine al Presidente hanno assunto una posizione di aperta ostilità nei confronti della Corea del Nord.

Nelle scorse settimane, il senatore Lindsey Graham e l’ex ufficiale dell’amministrazione Bush John Bolton hanno entrambi pubblicamente sostenuto l’ipotesi di un’azione militare nei confronti della Corea del Nord. Le loro affermazioni condividevano un preoccupante presupposto: le vite dei cittadini americani valgono più di quelle dei cittadini coreani, siano essi del Sud o del Nord. Sulle pagine del Wall Street Journal, Bolton sostiene il diritto americano di sovra-determinare le decisioni e le aspettative dello stesso governo sudcoreano, poiché “nessun governo straniero, neppure alleato, può porre un veto su eventuali azioni finalizzate a proteggere i cittadini americani dalla minaccia nucleare di Kim Jong”. I commenti di Graham sono stati dello stesso tenore nazionalistico, dato che per lui è preferibile qualche migliaio di morti “laggiù” piuttosto che costringere gli americani a convivere con la remota possibilità di un attacco nordcoreano. Egli ha anche sottolineato che il presidente condivideva la sua visione.


Col riecheggiare di una retorica di questo tipo, con bombardieri USA costantemente in volo sopra la penisola (Coreana, ndt), con esercitazioni militari all’orizzonte e con Trump che infuria con affermazioni in perfetto stile KCNA sulla sua volontà di trasformare la Corea del Nord in un abisso di fuoco, possiamo davvero rimproverare alla Corea del Nord di essere piuttosto paranoica? L’attuale punto di stallo induce necessariamente a pensare a implicazioni nucleari, e sono questi scenari esotici a fomentare la paura di un annientamento causato dai capricci di Trump. Ma l’obiettivo immediato è di gran lunga più concreto e praticabile: si tratta di scongiurare l’ennesima inutile guerra. Gli americani terrorizzati dalla Trumpocalisse sono, almeno in teoria, tenuti a lottare per la pace. Ma affinché questo sentimento divenga politicamente potente, è necessario che si trasformi in un profondo senso di solidarietà – con i sud coreani, con i nord coreani, e con tutta la gente comune impegnata a lottare per la pace sulla penisola. Questo significa rifiutare in modo categorico lo sciovinismo di Bolton e Graham, ma anche respingere l’idea che la diplomazia sia un affare delle classi dominanti. Questo mese sul New York Times Christine Ahn ha ricordato ai lettori che la diplomazia dei cittadini ha giocato a lungo un ruolo fondamentale nell’allentare le tensioni tra Stati formalmente nemici, in particolare potenze nucleari. Attraverso l’approvazione di un travel ban, Ahn sostiene che il governo americano si sia precluso la possibilità di un approccio dal basso quando ne avrebbe avuto disperatamente bisogno. Questo provvedimento dev’essere revocato.
Le “colombe” dell’establishment della politica estera globale non sbagliano quando affermano che i colloqui diplomatici di alto livello potrebbero allentare le tensioni e ridurre il rischio di una guerra. Ma senza che vi sia un movimento pacifista ed internazionalista a richiederle, come possiamo sperare che queste discussioni si materializzino? Per quello che ne sappiamo, l’amministrazione Trump rifiuta ogni possibilità di colloqui senza precondizioni, anche se la cosa spinge la penisola sempre più vicino al conflitto. Sottrarre la diplomazia al controllo esclusivo dell’elite è un obiettivo certamente ambizioso, poiché spinge coloro che sono terrorizzati da una catastrofe nucleare verso la solidarietà internazionalista. Ma gli americani che temono che Trump possa schiacciare il pulsante si trovano ora sulla strada di una nuova possibile consapevolezza – ovvero che coloro che desiderano la pace, ovunque si trovino, sono parte di una stessa lotta. Come avversari del militarismo e sostenitori della giustizia, è nostro compito condurli oltre la paura, verso l’internazionalismo.

 

 

Articolo pubblicato l’11/08/2017 su https://jacobinmag.com/2017/08/north-korea-trump-kim-jong-un-korean-war-nuclear-weapons (Traduzione a cura di Pasquale Schiano)