di Eric Fassin

Le tre età dell’antirazzismo

Che cos’è l’antirazzismo politico? Per capirlo è necessario tornare alla storia del razzismo dal ritorno dell’estrema destra sulla scena politica e pensare in funzione di ciò che ho proposto di chiamare “le tre età dell’antirazzismo”[1]. Negli anni Ottanta i primi successi del Front National funsero da catalizzatore per un antirazzismo  di tipo “ideologico”: in questa prima età, l’obiettivo era quello di guidare la lotta contro un partito xenofobo e razzista nel campo delle idee e dei valori, ossia di opporre l’universalismo repubblicano al rinnovato culturalismo identitario dell’estrema destra.

Negli anni Novanta l’esperienza di una seconda generazione proveniente da un contesto migratorio postcoloniale ha reso possibile una consapevolezza generalizzata dell’importanza delle discriminazioni razziali nella vita quotidiana: il razzismo sistemico non si nutre soltanto di un’ideologia razzista esplicita. Nei media così come all’università, per esempio, quasi tutti sono antirazzisti e quasi tutti sono bianchi. Questa seconda età dell’antirazzismo, che possiamo chiamare “sociologica”, è cresciuta più dal punto di vista degli effetti sulle minoranze piuttosto che a partire dalle intenzioni dei gruppi maggioritari.

Negli anni 2000, e in particolare con l’era Sarkozy, è cresciuta la consapevolezza del ruolo delle autorità pubbliche nella produzione di queste logiche razziste strutturali: si pensi al ministero dell’Identità nazionale, alle ripetute campagne contro l’islam, alla caccia ai rom. Lo Stato francese continuava a rivendicare forte e chiaro il suo impegno antirazzista, e tuttavia la dimensione razzializzante delle politiche pubbliche continuavano ad alimentare una razzializzazione della società. È in questo contesto che si è sviluppato un antirazzismo “politico”.

I razzializzati e la bianchezza

Durante gli anni della presidenza Mitterand, dopo essere stato spesso accusato di multiculturalismo, l’antirazzismo ha risposto al razzismo differenzialista con una logica color-blind, cieca alle differenze. Si trattava, tuttavia, dell’assunzione di una nuova concezione delle vittime del razzismo che sarebbe stata introdotta nei decenni successivi: il razzismo riguarda più che altro l’uguaglianza e i diritti umani; in ogni caso, più che produrre semplicemente delle vittime di pregiudizi razzisti, queste pratiche discriminatorie o stigmatizzanti, in quanto pratiche condivise, hanno contribuito a produrre la soggettività dei “razzializzati”. È in questo contesto che occorre comprendere quel lessico condannato a suo tempo dal ministro dell’Istruzione Mélusine, attivista femminista e antirazzista; un articolo di Libération[2] ne ricorda l’importanza sia per la riflessione scientifica sia per l’impegno politico. È l’assegnazione a un posto di ‘minorità’ nell’ordinamento sociale a definire la persona razzializzata: «l’aggettivo non designa una presunta qualità dell’essere, ma una proprietà sociale. Non tanto un’identità sociale, dunque, quanto una posizione nella società, frutto di un processo collettivo».

La razzializzazione che grava su queste minoranze razziali attraversa l’intera società. Per questo motivo dobbiamo parlare anche di bianchezza, che «non è tanto una questione di epidermide quanto di posizione sociale ed economica in un dato contesto socio-storico». È il privilegio del dominante. Così, si può diventare bianchi, come mostra la storia degli irlandesi arrivati negli Stati Uniti nell’Ottocento, o anche cessare di esserlo, come gli arabo-americani dopo l’11 settembre 2001. Questo processo non ha niente a che vedere con la vecchia razza biologica dei razzisti. La “bianchezza” è un concetto astratto che ha il merito di aiutarci a evitare di scambiare un sostantivo («i bianchi») per una sostanza – allo stesso modo parlare di «razzializzati» ci evita di assumere come una realtà obiettiva, semplificazioni del tipo «i neri e gli arabi». Sulla base di questo concetto possiamo capire non che la Francia era bianca in passato, ma che lo sta diventando, considerando che i nostri “concittadini” razzializzati vengono trattati spesso da stranieri.

Antirazzismo politico e antisemitismo

Naturalmente le nuove forme di razzismo non hanno fatto scomparire quelle vecchie; allo stesso modo l’antirazzismo politico non rende obsolete le sue precedenti versioni, sociologiche o addirittura ideologiche. Poiché i razzismi si intersecano e si sommano, dobbiamo mobilitare insieme le diverse logiche antirazziste. La posta in gioco è alta. In particolare, Philippe Corcuff, politologo e attivista libertario, ha espresso un’importante preoccupazione in un articolo de L’Humanité[3]: «Dal 2006 e dall’omicidio di Ilan Halimi, passando da una triste no-comment nel 2012 dopo i terribili omicidi perpetrati da Mohamed Merah, alcune frazioni significative della sinistra radicale hanno abbandonato del tutto il campo delle mobilitazioni contro l’antisemitismo». Perché una tale mancanza di vigilanza di fronte a questa «riattivazione attuale»?

Si può ipotizzare che l’antirazzismo politico non sia nella posizione giusta per affrontare l’antisemitismo, che è più una questione di ideologie che di politiche pubbliche – a meno che non ci si avventuri sul sentiero scivoloso del «filosemitismo di Stato», il quale per il Parti des Indigènes de la République[4] non sarebbe che «una forma sottile e sofisticata di antisemitismo dello Stato-nazione», ma che numerose organizzazioni di sinistra denunciano come uno «slogan indegno» (MRAP)[5] oppure «un impasse dell’antirazzismo» (Ensemble)[6]. In ogni caso la vicinanza di Alain Soral e Dieudonné a Jean-Marie Le Pen ci invita a riflettere prima di tutto sull’antisemitismo attraverso le lenti dell’antirazzismo ideologico che si è proprio costruito contro il Front National. Il problema resta da capire come articolare questi diversi antirazzismi invece di opporli.

Nel 2015 dopo gli attacchi contro Charlie Hebdo e il negozio Hyper Cacher, nel Manifesto per un antirazzismo politico[7]pubblicato su iniziativa della rete Reprenons l’initiative[8], abbiamo proposto delle formulazioni che ci permettono di pensare insieme le diverse forme di razzismo e di rifiutarci di scegliere tra le cause: «Coloro che sfruttano politicamente la xenofobia, la antiziganismo, la negrofobia o l’islamofobia, come altri che rispecchiano l’antisemitismo, partecipano della stessa logica. Si pongono gli uni contro gli altri, per squalificare poi chi potrebbe denunciare “due pesi e due misure”, quando invece persiste il “vecchio antisemitismo” il quale rifiuta “allo stesso modo gli ebrei e gli arabi”: come mostra l’ultima indagine CNCDH, i razzismi sono collegati». La questione è soprattutto politica: «la competizione che alcuni cercano di esacerbare tra i lavoratori bianchi e i loro vicini “di origine straniera”, o tra musulmani ed ebrei, contrapponendosi allo stesso tempo ai rom, è un ostacolo alle domande che dovremmo porre con urgenza. Se le disuguaglianze stanno crescendo, non è colpa né dei rom, né degli immigrati dall’Africa, né dei neri o dei musulmani, così come non è colpa degli ebrei se questi diversi soggetti razzializzati sono vittime di discriminazioni sociali e statali. Contro cosa dobbiamo lottare? Contro le discriminazioni o le disuguaglianze economiche, contro l’islamofobia o contro l’antisemitismo? Si tratta ancora di false alternative che impediscono qualsiasi coalizione, che dividono coloro che dovrebbero unirsi e uniscono coloro che dovrebbero dividersi».

Non dobbiamo accettare i termini del dibattito pubblico così ci vengono posti, ma riformularli in modo da non restarne prigionieri: non è ancora questa la sfida di una riflessione non solo scientifica, ma anche militante? Non accontentarsi di contribuire con il rumore dei discorsi politico-mediatici che dominano la sfera pubblica e che, con il pretesto di un antirazzismo di maniera, finiscono per fare il gioco del razzismo in tutte le sue forme; dobbiamo invece cercare di pensare il razzismo in modo diverso, entro i suoi propri termini, è questa la posta in gioco della battaglia del linguaggio.

Politiche di razzializzazione e politiche della razza

Da anni cerco di studiare le politiche di razzializzazione. Il punto di partenza è paradossale: le politiche pubbliche producono una razzializzazione che allo stesso tempo cercano di combattere. Si tratta di un’affermazione ovvia, quando ci si mettiamo nella prospettiva, non delle intenzioni proclamate, ma dei risultati osservati. La segregazione spaziale e scolastica ne costituisce un’importante indicazione. La giustificazione della legge del 2004 sui simboli religiosi è certamente universalistica, e tuttavia, nei suoi effetti, tutti lo sanno bene, mira al velo e quindi alle donne musulmane. La logica qui è quella della discriminazione indiretta: misure apparentemente neutre colpiscono in modo disuguale gruppi diversi. Si potrebbe chiaramente obiettare che la religione non è una razza. Ma lo stesso vale per l’ebraismo, e tuttavia l’antisemitismo può riguardare senza distinzione sia la religione che la presunta l’origine del gruppo o dei soggetti. Dobbiamo quindi credere nell’esistenza di razze per parlare di razzismo? Non è meglio pensare a un “razzismo senza razza”[9]? Inoltre, anche chi si rifiuta di parlare di islamofobia non si fa ingannare: insieme ad altri, la LICRA[10] sceglie di parlare invece di «razzismo anti-musulmano». Ma c’è di più. Nel mio lavoro di ricerca, così come nel mio impegno pubblico, non esito più a parlare, come nel sottotitolo del libro Roms & riverain, di “politica della razza”. Ma come definirla? Abbiamo tentato una definizione nel 2014, in un nostro libro collettivo (p. 40): «È una politica che giustifica il trattare alcuni esseri umani in modo disumano senza sentirsi al contempo meno umani. Se i “rom” fossero pienamente umani, allora dovrebbero essere trattati umanamente; ma poiché li trattiamo come lo facciamo, e a maggior ragione che lo sappiamo, è bene che non siano del tutto umani». L’idea non è poi così nuova, Montesquieu aveva smontato in un modo simile la folle razionalità della schiavitù nello Spirito delle leggi: “È impossibile per noi presumere che queste persone siano degli uomini, perché se li assumessimo come uomini, cominceremo a credere che noi stessi non siamo cristiani”. La disumanizzazione dei rom è dunque la condizione necessaria per salvaguardare la nostra umanità nonostante il modo in cui li trattiamo».

La differenza con le politiche di razzializzazione è che la politica della razza si basa su una discriminazione diretta. I rom vengono esplicitamente citati dai discorsi che li riguardano, e anche dall’azione pubblica. Mediapart[11] ha analizzato il libro sotto questo titolo: «Come la questione rom sta fabbricando un razzismo di Stato». Se si può parlare di politica della razza è proprio perché le politiche pubbliche si impegnano a produrre la «questione rom». Escludere continuamente i rom significa creare le condizioni che permetteranno poi di denunciare la loro mancanza di integrazione, o addirittura di confermare il pregiudizio culturalista secondo cui sarebbero nomadi, dal momento che passano da sistemazioni fatiscenti a bidonville senza soluzione di continuità. Impedirli di avere accesso all’acqua, così come il non obbligo di raccogliere i loro rifiuti, contribuisce ad accendere il fuoco del razzismo di quei “residenti locali” che protestano contro la mancanza di igiene di questi poveri tra i poveri. L’impatto dei discorsi e delle politiche antirom sull’opinione pubblica può anche essere misurato: il rapporto annuale[12] della Commision nationale consultative des droits de l’homme (CNCDH)[13], pubblicato nel 2015 sul tema “Lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e la xenofobia”, ha mostrato che «alla fine del 2014, oltre l’82% della popolazione considera i rom come un “gruppo speciale” nella società, ovvero una cifra che rappresentava un aumento di 16 punti percentuali rispetto a gennaio 2011» (p. 252). Vediamo qui l’effetto della caccia ai rom guidata da Manuel Valls, in atti e parole, sin dalla sua nomina al ministero dell’Interno dopo l’elezione di François Hollande. Non si deve sicuramente minimizzare il razzismo ideologico né le discriminazioni sistemiche. Tuttavia, resta vero che l’azione pubblica istituzionale, che spesso annuncia di voler combattere il razzismo dal basso (mentre invece non fa che rispecchiarlo), contribuisce ad alimentarlo attraverso il razzismo dall’alto.

Razzismo istituzionale e razzismo di Stato

Resta da discutere un termine, forse il più controverso, che giustifica la minaccia del ministro all’Assemblée nationale: «Poiché questo sindacato ha deciso di parlare anche di razzismo di Stato, ho deciso di fare causa per diffamazione». Per il sociologo Michel Wieviorka, al quale Libération[14] chiede se il ministro abbia «fatto bene» a rivolgersi alla giustizia, la risposta è chiara: «Sì, ha ragione. Se non avesse detto nulla avrebbe significato che stava lasciando che accadesse». Dove stava dunque il problema? «Parlare di razzismo di Stato significa che lo Stato pratica e professa il razzismo. È mettere la Francia sullo stesso piano del Sudafrica dell’apartheid!».

È necessario ricordarlo? Eppure è stato Manuel Valls, l’allora Primo ministro, a parlare il 20 gennaio 2015 di un «apartheid territoriale, sociale, etnico». Ma nonostante ciò, nessuno ha minacciato il capo del governo di presentare una denuncia. Al massimo, all’epoca, si pensava che la sua formula fosse esagerata. È vero, avevo cercato di mostrare[15] che la sua confessione aveva il valore della negazione: dichiarava che un apartheid «si era imposto al nostro Paese», e non che «il nostro Paese aveva imposto un apartheid». 

In altre parole, la realtà dei fatti indicava la responsabilità dello Stato – ma come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, la parola era sul tavolo solo per sfuggire meglio allo sguardo dalla sua stessa ovvietà. Per il politologo Olivier Le Cour Grandmaison[16], storico della Repubblica coloniale, il razzismo di Stato «è perfettamente compatibile con un regime democratico o repubblicano dal momento che alcune categorie di cittadini e di stranieri razzializzati sono vittime di discriminazioni sistemiche legate a pratiche dominanti all’interno di amministrazioni e istituzioni speciali, come ad esempio le forze di polizia». La posta in gioco è chiara: sarebbe difficile negare il razzismo di Stato nella Francia coloniale. Ma possiamo affermare oggi che la Francia postcoloniale si sia liberata da questo retaggio? Non è certo che nella Francia d’oltremare ne siano tutti convinti. E nemmeno nella Francia metropolitana, occorre ricordare infatti che il manifesto di «les Indigènes de la République» coincideva nel 2005 con la legge voluta dal governo sui contributi positivi della colonizzazione… e pochi mesi prima della proclamazione di un coprifuoco con rigurgiti coloniali nei «quartieri». Numerosi ricercatori possono sicuramente rispondere che il «razzismo istituzionale» non deve essere confuso con il «razzismo di Stato», ovvero con il razzismo nello Stato e con il razzismo dello Stato. È il caso di Michel Wieviorka, i cui lavori hanno contribuito al riconoscimento del razzismo istituzionale all’inizio degli anni Novanta: «Il razzismo di Stato si verifica quando il fenomeno raggiunge il livello dello Stato. Il che non è la stessa cosa di constatare l’esistenza di meccanismi inaccettabili che esistono comunque all’interno dello Stato». Infatti, secondo Wieviorka, «non c’è una volontà esplicita, e neppure l’accettazione di tale logiche da parte dello Stato. Al contrario, la Repubblica sta mostrando tutti i segni di una forte mobilitazione contro il razzismo». In breve, il razzismo nello Stato esiste malgrado lo Stato.

Molte persone razzializzate avranno difficoltà a condividere l’ottimismo del sociologo. Il rischio è che oggi si finisca per opporre il sapere degli specialisti all’esperienza delle vittime del razzismo, ossia un modo per dimenticare che i primi sono dei ricercatori e che si ha spesso la tendenza a considerare i secondi come bianchi. Lo ha sottolineato il sociologo e attivista antirazzista Saïd Bouamama[17] durante il Forum di Reprenons l’initiative contre les politiques de racialisation[18] a Saint-Denis, dedicato nel 2016 a «l’antirazzismo politico (convergenze e divergenze)»: tutto avviene come se le parole dei razzializzati – dall’islamofobia al razzismo di Stato – fossero sistematicamente colpite dall’illegittimità.

Il punto Godwin

Se, da parte mia, non uso molto l’espressione «razzismo di Stato» è perché penso possa portare a confusione:  inizia subito una discussione sulle intenzioni dei vari attori e sull’ideologia rivendicata dallo Stato. Mi sembra quindi più efficace concentrarsi sulle politiche specifiche (di razzializzazione o della razza). La distinzione mi sembra tanto più utile in quanto possiamo denunciare alcune politiche pubbliche dinanzi ai tribunali, in altre parole possiamo mettere lo Stato contro lo Stato. Tuttavia, a mio parere, vi sono casi in cui oggi si può legittimamente parlare di razzismo di Stato senza cancellare allo stesso tempo le differenze con il Sudafrica dell’apartheid o con gli Stati Uniti della segregazione, con il regime di Vichy, con il nazismo e persino con il colonialismo. Ricordiamo per esempio la polemica dell’estate 2010, dopo l’intervento di Nicolas Sarkozy a Grenoble sulla questione rom. In seguito alla scoperta di una circolare del ministero dell’Interno mirata principalmente ai «campi rom», Viviane Reding, commissaria europea per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza, ha dichiarato il 14 settembre: «Sono rimasta personalmente sconvolta da circostanze che danno l’impressione che alcune persone vengano allontanate da uno Stato membro soltanto perché appartengono a una certa minoranza etnica. Pensavo che l’Europa non sarebbe più stata testimone di questo tipo di situazione dopo la Seconda guerra mondiale».

Il Presidente francese è riuscito immediatamente a rovesciare lo scandalo. Il giorno dopo, la commissaria è stata costretta a fare marcia indietro: «Non ho affatto voluto fare un parallelo tra la Seconda guerra mondiale e le azioni del governo francese». In effetti, non si trattava di confondere Nicolas Sarkozy con Adolf Hitler, ma di trarre lezioni dalla storia: puntare una popolazione, prenderla di mira, con un criterio «etnico» è infatti una “politica della razza”, con o senza questo termine. La reazione contro le osservazioni di Viviane Reding, piuttosto che contro la politica francese nei confronti dei rom, riflette l’uso paradossale del famoso punto Godwin che avevo analizzato nel 2012 nel saggio introduttivo del mio libro Démocratie précaire (pp. 42-48): «Non sono solo le invocazioni ovviamente irrilevanti che rientrerebbero nel “punto Godwin”; in realtà, qualsiasi riferimento alla Seconda guerra mondiale, a Vichy, o anche agli anni Trenta, viene considerato a priori come fuori luogo. E così diviene automaticamente illegittimo pensare che l’Europa avrebbe dovuto essere vaccinata contro gli eccessi del razzismo di Stato a partire dall’esperienza del nazismo».

Una casistica statale della razza

 

La questione è stata nuovamente sollevata con le successive osservazioni di Manuel Valls contro i rom. Come si ricorderà, il ministro dell’Interno ha dichiarato nel 2013 che i rom «non vogliono integrarsi nel nostro paese per motivi culturali, o perché sono nelle mani di reti dedite all’accattonaggio o alla prostituzione», aggiungendo che «hanno stili di vita estremamente diversi dai nostri e che sono ovviamente conflittuali con i nostri»: «come tutti sappiamo, la vicinanza di questi campi istiga all’accattonaggio e anche ai furti, e quindi alla delinquenza». E conclude: «I rom sono destinati a tornare in Romania o in Bulgaria».

Queste parole gli valsero due denunce[19]. La prima è stata portata dal MRAP[20] alla Corte di Giustizia della Repubblica, riservata ai politici, che l’ha archiviata alla fine del 2013: Manuel Valls avrebbe «essenzialmente dichiarato che le autorità pubbliche stavano cercando di attuare una politica che consenta di arrivare a soluzioni accettabili e praticabili, nel rispetto di queste popolazioni e del loro stile di vita»… Una seconda denuncia, presentata dalla Voix des Rroms[21] dinanzi al Tribunal de Grande Instance, tenta di aggirare l’ostacolo: «poiché la Repubblica francese non riconosce la nozione di razza», Manuel Valls «non potrebbe essere nell’esercizio delle sue funzioni quando sostiene un trattamento differenziato delle persone in base alla loro origine». Tuttavia, il tribunale si è dichiarato incompetente alla fine del 2014, e quindi il ricorso è stato respinto l’8 ottobre 2015.

Diciamolo più semplicemente, se le parole di Manuel Valls non vengono condannate è perché esprimono la politica della Francia. Indubbiamente, la giustizia non si è affatto pronunciata sul merito della questione: questa politica nei confronti dei rom è razzista o no? E tuttavia è lo Stato stesso che dà la risposta. Il 15 maggio 2015, il Comitato dell’ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (CERD)[22] ha espresso preoccupazione per «la crescente stigmatizzazione dei rom attraverso discorsi di odio razziale, anche da parte di politici eletti», ma anche per la loro «esclusione di massa»; la Francia ha poi replicato[23], non soltanto che «la giustizia condanna le dichiarazioni discriminatorie fatte contro di loro», ma anche che «l’azione del governo non è rivolta a popolazioni particolari, bensì ai campi in quanto tali». La risposta contraddice la difesa del ministro, ma in realtà è in difesa della Francia: altrimenti la politica di stato francese potrebbe legittimamente essere definita razzista.

C’è almeno un altro esempio, ancora più esplicito, in cui l’espressione «razzismo di Stato» sembra appropriata. Si tratta del cosiddetto racial profiling dei “controlli d’identità della polizia” fondati sul colore del viso, una realtà provata dall’inchiesta sociologica[24] della Open Society e del CNRS[25] alla fine degli anni 2000, fino a quella del Défenseur des Droits[26] sui rapporti tra polizia e popolazione pubblicata all’inizio del 2017. Sappiamo che lo Stato non sta facendo nulla per combatterli: la promessa di ricevute per i controlli di identità rimane lettera morta e non è giunta alcuna circolare che ricordi alle forze dell’ordine il divieto di controlli indotti a priori dal colore del viso. Ovviamente non è una coincidenza. E quando lo Stato viene condannato dai tribunali per  discriminazione di questo tipo, come accade nel 2015, poi s’impugna la sentenza. E qui la difesa merita di essere sottolineata: i rappresentanti dello Stato sostengono che non c’è bisogno di rispettare la regola di non discriminazione nei controlli di identità. Come Mediapart[27] ha rivelato, nell’impossibilità di poter negare i fatti, un dossier presentato ai tribunali li giustifica. «Tuttavia, il fatto che, a quell’ora del giorno, gli agenti di polizia avrebbero controllato soltanto persone di aspetto straniero non può provare che tale controllo non sia stato effettuato in condizioni rispettose delle libertà individuali e del principio di uguaglianza. In effetti, i poliziotti hanno eseguito i controlli in funzione della legislazione riguardanti gli stranieri»

Lo Stato giustifica i controlli di identità fondati sul colore della pelle del viso in nome dell’idea che  neri e arabi sono «stranieri in apparenza», il che implica, di conseguenza, che la Francia sarebbe bianca in apparenza… In altre parole, non si tratta solo di razzismo istituzionale, ovvero della permeabilità della polizia al razzismo della società; si tratta chiaramente di “razzismo di Stato”. Come si fa a dire alle persone razzializzate che subiscono sistematicamente queste forme di violenza da agenti dello Stato che si tratta soltanto di razzismo istituzionale, e che non è possibile alcuna denuncia di “razzismo di Stato”, quando lo Stato non solo lascia accadere queste cose, ma si spinge anche a rivendicare queste pratiche in modo del tutto esplicito? La giustizia ha confermato in appello nel 2016 la condanna dello Stato: lo stato quindi non si è espresso con una sola voce. Ecco perché occorre discutere, come chiede il sociologo Abdellali Hajjat[28], dei limiti dell’espressione «razzismo di Stato»: in che misura questa espressione si può applicare oggi alla situazione francese? In ogni caso, è difficile capire quale sia il diritto di vietarlo. Come abbiamo visto, il fronte repubblicano (contro il Front national) è morto. Lunga vita al fronte repubblicano (contro l’antirazzismo politico), esclama la rappresentanza nazionale come un solo uomo. In un paese che non ha mai vietato il Front national, il governo, con il sostegno di tutta la classe politica, vorrebbe bandire il vocabolario che consente di definire le politiche di razza in Francia? Inoltre, se lo Stato riuscisse a censurare il vocabolario politico, si dovrebbe presumere che anche la ricerca sociologica ne risentirebbe. Mai più, dunque? L’espressione cambierebbe significato: avremmo il diritto soltanto di parlare di razzismo di Stato al passato. È quindi difficile capire perché, come i membri del Parlamento, gli accademici e persino i sociologi applaudano il ministro che vuole bandire il lessico della razza. Ci hanno già sorpreso le pochissime proteste che ha suscitato questa censura nel mondo accademico. Dobbiamo quindi abituarci a che i nostri colleghi ne diventino addirittura i difensori? Tutto sta accadendo come se oggi in Francia, forse con il pretesto dello stato d’emergenza, dovessimo rassegnarci anche alle più grandi rinunce democratiche. Che strana sconfitta…

Traduzione a cura di Tania Taburno 

[1] https://blogs.mediapart.fr/eric-fassin/blog/210115/les-trois-ages-de-lantiracisme

[2] http://www.liberation.fr/debats/2017/11/23/blanchite-racise-racisme-d-etat-m-blanquer-ces-concepts-sont-legitimes-dans-le-debat-public_1612004

[3] https://www.humanite.fr/charlie-mediapart-valls-filoche-et-les-autres-la-gauche-deboussolee-646013

[4] Partito dei Indigeni della Repubblica (ndt)

[5] http://ancien.mrap.fr/ab-non-au-philosemitisme-d2019etat-bb-un-slogan-indigne-1

[6] https://www.ensemble-fdg.org/content/combattre-le-philosemitisme-impasse-de-lantiracisme

[7] https://blogs.mediapart.fr/eric-fassin/blog/230515/manifeste-pour-un-antiracisme-politique

[8] http://reprenons.info

[9] http://www.liberation.fr/ecrans/2008/07/30/un-racisme-sans-race_77249

[10] http://www.licra.org/deconstruire-radicalement-le-racisme-anti-musulman-congreslicra2016

[11] https://www.mediapart.fr/journal/france/110314/comment-la-question-rom-fabrique-un-racisme-detat?onglet=full

[12] http://www.ladocumentationfrancaise.fr/rapports-publics/154000262-la-lutte-contre-le-racisme-l-antisemitisme-et-la-xenophobie-annee-2014

[13] Commissione nazionale consultiva per i diritti umani (ndt)

[14] http://www.liberation.fr/france/2017/11/24/michel-wieviorka-blanquer-a-eu-raison-de-porter-plainte-de-ne-pas-laisser-faire_1612399

[15] http://www.liberation.fr/france/2015/02/01/apartheid-aveu-ou-denegation_1193483

[16] https://blogs.mediapart.fr/olivier-le-cour-grandmaison/blog/271117/sur-le-racisme-d-etat-breves-remarques-l-attention-de-jean-michel-blanquer-et-de-qu

[17] https://www.youtube.com/watch?v=ed8XLvajI_I

[18] Riprendiamo l’iniziativa contre le politiche de razzializzazione (ndt)

[19] https://blogs.mediapart.fr/eric-fassin/blog/081015/manuel-valls-et-les-roms-proces-impossible-ou-invisible

[20] Movimento contro il Razzismo e per l’Amicizia tra i Popoli (ndt)

[21] Voci dei Rrom (ndt)

[22] http://www.europe1.fr/societe/lonu-sinquiete-de-la-stigmatisation-des-roms-en-france-941742

[23] http://www.liberation.fr/societe/2015/04/29/la-france-defend-l-evacuation-des-camps-de-roms-devant-l-onu_1276993

[24] https://www.cairn.info/revue-plein-droit-2009-3-page-11.htm

[25] Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (ndt)

[26] https://www.defenseurdesdroits.fr/fr/actus/actualites/relations-policepopulation-le-defenseur-des-droits-publie-une-enquete-sur-les

[27] https://www.mediapart.fr/journal/france/250216/l-etat-justifie-les-controles-au-facies/prolonger

[28] http://quartiersxxi.org/la-volonte-de-segregation/