Non c’è dubbio che quello a cui abbiamo assistito in Bolivia sia un colpo di Stato. Quando qualcuno ci punta un’arma contro chiedendoci di dargli soldi e cellulare, ci troviamo di fronte a una rapina. Quando un esercito suggerisce a un presidente di rinunciare ai suoi poteri, dopo che un ammutinamento delle forze di polizia si schiera con parte della popolazione egemonizzata dalle forze di una destra conservatrice, cos’altro sarebbe se non l’innesco di un golpe?

Un golpe nella forma in cui questo evento si sta mostrando nel XXI secolo in America Latina. Diversamente dal secolo scorso, a prendere il potere non sono le forze armate in prima persona, ma governi fantoccio di “transizione”, in seguito a una guerra di logoramento sferzata dal conglomerato di forze militari-mediatico-giudiziarie-economico-finanziarie nazionali e internazionali, contro governi non del tutto allineati all’agenda del capitale neoliberale globale. Lo abbiamo visto in Honduras contro Zelaya (2009), in Paraguay contro Lugo (2012), e in Venezuela ci provano da tempo contro Maduro. Le classi dominanti tradizionali – le oligarchie che detengono il potere reale e lo esercitano da sempre con la violenza tipica di una élite bianca-coloniale con il supporto del loro storico alleato a stelle strisce – hanno aspettato e colpito al momento giusto, inserendosi con tutta la loro forza e brutalità per portarsi a casa il malessere generato dai limiti delle esperienze di governo “popolare” di centro-sinistra presso una parte della popolazione – comprese comunità, ceti e movimenti che in passato avevano appoggiato il “processo di cambio” del Movimento Al Socialismo (MAS) guidato da Evo Morales, al governo del paese dal 2006.

Nella sua specificità, quanto sta accadendo in Bolivia va letto anche dentro questo quadro: dentro un processo di più vasta portata internazionale in cui un blocco di potere interno, articolato a partire dalla storica alleanza tra Stati Uniti ed élite nazionali, cerca di riconquistare il controllo del paese. Sarebbe sciocco, nonché un grave errore politico, non vedere questa potente reazione in gioco. Si tratta di attori politici con cui, pur sempre, e da qualunque posizione, bisogna fare i conti.

Quanto stiamo dicendo, non intende certo “pulire la faccia” al MAS, esonerarlo da limiti e responsabilità di fronte all’attuale stato di cose. Si può sostenere che la strada del golpe in Bolivia sia stata in qualche modo aperta dai loro stessi errori politici. Il fuoco che oggi divora Evo, brucia di una legna da lui stesso prodotta. Utilizzare una discutibile sentenza della Corte Suprema a suo favore per rifiutare il risultato del referendum del 21 febbraio 2016 che gli suggeriva di non candidarsi a un quarto mandato; la percezione di brogli nei risultati del voto del 20 ottobre, su cui ha soffiato l’OSA – Organizzazione degli Stati Americani – con le sue discutibili e mai volutamente chiare “sentenze”; la repressione nei confronti di alcune delle proteste innescatesi da quel momento in poi, ha voluto dire mettersi nella tana del leone del macho Camacho. Dichiararsi favorevole a indire nuove elezioni dopo che persino la Central Operária Boliviana (COB) – principale federazione sindacale del paese – e la Confederação Sindical Única de Trabalhadores do Campo da Bolívia (CSUTCB) – il più grande sindacato contadino del paese – gli avevano consigliato di dimettersi, è stato un gesto disperato in cui la tradizione golpista dei militari ha affondato il coltello. L’ego politico di Evo non ha certo aiutato. A ciò va aggiunta una erosione della sua base di appoggio tra i movimenti sociali e indigeni dovuta alla politica estrattivista e sviluppista dei suoi governi che ha più o meno origine nella lotta al progetto infrastrutturale nel TIPNIS – Territorio Indigeno e Parco Nazionale Isiboro-Sécure – del 2011, nella sua repressione – una “linea Roberspierre” di difesa della “rivoluzione”, secondo le parole dell’ex-vice presidente Garcia Linera – e nel successivo disciplinamento delle organizzazioni indigene alla burocratizzazione del MAS, che, parallelamente alla ricerca di una convergenza sempre maggiore con le élite nazionali – compreso il settore agroalimentare di Santa Cruz – ha contribuito alla sua smobilitazione, alla stasi del cambiamento e al sorgere di dinamiche clientelari; impedendo al contempo la formazione di nuovi leader e rendendo i processi sempre più carenti di energia trasformativa e dipendenti da singole figure carismatiche. Un miscuglio letale che favorito la contro-offensiva e la riorganizzazione del blocco oligarchico reazionario.

É dunque così che la spada e la bibbia stanno tornando a dettare il corso degli eventi in Bolivia. Il parlamento, nonostante non avesse il quorum necessario per la votazione, ha eletto presidente ad interim la senatrice conservatrice Jeanine Añez: «oggi Dio ritorna al Congresso», ha dichiarato mentre entrava nel palazzo del governo mostrando una grande bibbia. La Whipala, la bandiera dei popoli indigeni, è stata bruciata in piazza e strappata dalle divise dei poliziotti. Già subito dopo le dimissioni di Evo Morales e lo scatenarsi degli scontri nelle strade tra sostenitori e oppositori, era stato proclamato lo stato d’emergenza. Nelle ultime ore, un decreto della Añez ha imposto alle istituzioni dello Stato di sottomettersi al potere dell’esercito e dato copertura legale a un’atroce repressione. Il rischio di una “guerra civile” si fa sempre più drammaticamente concreto: già 24 sono le vittime, centinaia i feriti.

Eppure, per contenere in tutti i modi possibili il revanscismo razzista e oligarchico, una via d’uscita non potrà che venir fuori dalla resistenza, dalla pratica e dalle dinamiche politiche dei movimenti popolari antigolpisti. A La Paz, El Alto, Cochabamba e in altre zone del paese, migliaia di boliviani – masisti e antimasisti – scendono nelle strade imbracciando proprio la Whipala per opporsi coraggiosamente alla violenta interruzione dell’ordine democratico. Dalle zone rurali migliaia di contadini e comunità si dirigono verso la capitale con in mente l’assedio di Tupac Katari del 1781.

Un bilancio rigoroso dei limiti del progressismo in America Latina è senza dubbio necessario all’immaginazione e alla costruzione di sentieri di emancipazione futura, ma ora in Bolivia è questo il dato da cui far partire ogni analisi: si sta resistendo a un golpe. Non siamo in Cile o in Ecuador, malgrado le molte analogie che presentano questi tre diversi conflitti nello scontro tra società e blocchi di potere. Bisogna saper distinguere. Qualunque altra narrazione, o finisce per collocarsi dentro l’ordine dominante e neoliberale del discorso oppure – specie se costruita sulla misera proiezione autoreferenziale delle proprie concezioni – rischia di riflettere niente di più che uno sterile narcisismo politico millantato sulla pelle di chi in queste ore sta ponendo il proprio corpo contro l’offensiva di una violenta repressione di Stato. Quel popolo che sta resistendo nel nome dell’uguaglianza, dei diritti sociali, della dignità storica dei popoli indigeni e per una transizione realmente democratica, contro il ritorno della violenza razzista e coloniale, non può essere lasciato solo.

Abbiamo tradotto due articoli che, sebbene precedano di poco il 10 novembre, la domenica del golpe, crediamo possano restituire alcune sfumature presenti sul terreno boliviano. Il primo è una riflessione che a partire dagli scontri avvenuti nella città di Cochabamba, esprime il sentimento che ha attraversato e attraversa una parte delle forze in campo. Il secondo, raccogliendo le voci di alcune femministe boliviane, traccia complessità e ambivalenze insite nel processo in corso.

di Giuseppe Orlandini e Miguel Mellino

Purun Pacha. Una riflessione sul contesto boliviano

di XgabrielRG

nell’oscurità che ci tocca… condividiamo la riflessione dei nostri affini

Il governo del MAS, nel suo tentativo di conservare il potere, ha aperto le porte all’emergere del conservatorismo più reazionario. La violenza scatenata nelle strade, le morti e l’energia sociale investita negli scontri, lacerano nuovamente il tessuto sociale di Cochabamba (il Gennaio Nero1 non si dimentica). Ma questa volta accade in modo ancor più tragico, a causa della portata territoriale che ha avuto; non stiamo parlando solo del centro della città, ma di più focolai di scontri nelle periferie e nelle zone di provincia (1). Questo conflitto sta inaugurando un’epoca oscura, di radicalismi autoritari, non solo nella vita politica in generale, ma nella società stessa.

Evo Morales avrebbe potuto riconoscere la sua sconfitta senza interpretarla come la morte del MAS o la “fine del processo di cambiamento”, poiché è un’enorme forza politica (circa il 40% dei voti) e avrà sicuramente una lunga vita come partito. Inoltre, se il MAS capisse che la trasformazione sociale ha luogo nel lungo periodo, l’eventuale uscita del governo potrebbe essere considerata come un “ritorno alla base”, nel linguaggio sindacale; potrebbe persino contribuire al rinnovamento e all’approfondimento di una vita politica “dal basso”. Ma, per sete di potere, ha preferito trasformare la Bolivia in un campo di scontro civile (2) applicando la “democrazia a bastonate”, e risolvendo i problemi politici tra la società e lo Stato con la polarizzazione – “difesa del cambiamento” vs. “difesa della democrazia” – e l’odio fratricida.

Quel che è peggio, è che dal mucchio del malcontento sociale emergono personaggi terribili, leader carismatici che non erano candidati e che provengono da organizzazioni molto poco democratiche. Questi leader si nutrono del conservatorismo della società boliviana – una vera tara patriarcal-coloniale – e lo incoraggiano ed esaltano. In questi giorni, una retorica belligerante e dimostrazioni di fondamentalismo religioso risuonano – il che, pericolosamente, sta generando più adesioni (3) (4). Se all’inizio del conflitto la popolazione è scesa in strada in maniera spontanea e polifonica, ora sta avvenendo un allineamento ideologico e ideologizzante attorno a queste leadership.

Le organizzazioni sociali (5) e i benintenzionati di sinistra che si mobilitano in difesa del voto, avranno la capacità di intervenire nelle decisioni civiche o dei partiti politici? Alla fine, saranno loro a prendere le decisioni importanti.

In questo scenario, la nuova “generazione di giovani nelle strade” (6), non riesce a esprimere qualcosa al di là del voto, il che non è poco ma è insufficiente, riducendo il conflitto alla difesa di un’astrazione: “la democrazia”. Proprio come il MAS ne difende un’altra: “la rivoluzione”. Nel concreto, è evidente il modo in cui il MAS ha governato (estrattivismo, rentismo, disciplinamento, patrocino, ecc.), ma mi chiedo quale sia la concezione di democrazia che ha “Macho Camacho”, o quali saranno i suoi criteri economici o la sua memoria storica. Sembra che i legami di fiducia con questi leader si stiano intrecciando in modo acritico e frettoloso.

Ciò che è molto chiaro è la ferita che (ri)apre nella società di Cochabamba, sono evidenti gli odi e la creazione di confini immaginari tra noi, mentre i governanti si lavano le mani e fanno calcoli.

In questa pioggia di pietre, bastoni, gas, umiliazioni e sangue (7), si inaugura una società più repressiva, che farà sentire la sua (doppia) morale conservatrice, “religiosa”, razzista e patriottica, quella di cui si investono i cittadini.

Sembra che le possibilità di un Pachakuti si chiudano e cedano il passo a Purun Pacha (tempi bui). È urgente stare insieme e combattere il conservatorismo a tutti i livelli, da qualunque parte venga; e aver sempre presente che la lotta è per la vita e, in ogni caso, per recuperare la capacità del mandato dal basso. La lotta non dev’essere per erigere oscuri leader.

1 Viene ricordato così il Gennaio 2007 quando, in seguito alla decisione di istituire un referendum autonomista da parte del governatore Manfred Reyes Villa, violenti scontri hanno visto il confronto, da un lato, di contadini, cocaleros e indigeni supportati dal governo centrale, dall’altro, del Movimiento Cívico sostenuto da impresari e classi medie urbane e la Unión Juvenil Cochabambina, un’organizzazione fascista (ndt).

(1)https://www.la-razon.com/nacional/animal_electoral/Muere-herido-conflictos-Cochabamba-bolivia-elecciones_0_3252874728.html
(2)https://www.youtube.com/watch?v=qxids3NOTg8
(3)https://www.facebook.com/MujeresporBoliviaOficial/videos/438613770104337/
(4)Al minuto 5’17’’, l’intervistato afferma: «Il nostro leader [Camacho] ha detto una cosa molto chiara: ci possono accerchiare, ci possono arrestare, abbiamo Dio con noi, siamo un popolo unito per cambiare questo paese».

(5)https://www.lostiempos.com/actualidad/pais/20191107/camacho-participa-cabildo-adepcoca
(6)https://www.paginasiete.bo/rascacielos/2019/11/3/gas-bicarbonato-revuelta-el-bautizo-de-una-generacion-236185.htmlfbclid=IwAR0HkvS5vcT5rXJy3W38Q_PNTMpUZAo7nsnAenZTL2lQF9PzepkpkmL7L50
(7)https://la-razon.com/nacional/animal_electoral/violencia-Cochabamba-heridos-muerto-alcaldesa-elecciones-bolivia_0_3252874730.html

Tradotto da https://chaskiclandestina.org/2019/11/09/purun-pacha/

Bolivia: le femministe indigene rifiutano il colpo di Stato

La Bolivia sta attraversando una crisi dalle elezioni del 20 ottobre, il cui risultato ha respinto l’opposizione, frustrata dalla mancanza di sostegno popolare per il suo progetto. L’opposizione è bifronte: repubblicanismo riciclato di anti-politica e cittadinismo, e ultradestra religiosa imprenditoriale. Il femminismo indigeno critica Evo, ma difende il processo avviato dal MAS nel 2006, di cui si sentono parte. Il timore è che la violenza scatenata da settori razzisti e fascisti finisca con la crescita dei gruppi contro i diritti.

di Vanina Escales

Dal 2009 in poi, la regione latinoamericana è stressata da colpi di Stato istituzionali, fomentati e guidati da coloro che non riescono a vincere le elezioni attraverso il sostegno popolare. Da Zelaya nel 2009 in Honduras a Dilma in Brasile nel 2016, i loro governi sono stati sostituiti da finte democrazie. Ora la minaccia è arrivata in Bolivia. Il contesto sociale ed economico della regione, uno delle più ineguali del pianeta e con milioni di persone immerse nella povertà, ci porta alla questione di come misurare la qualità democratica di fronte all’avanzata neoliberale, per vie in molti casi illegittime.

Le elezioni in Bolivia hanno dato a Evo Morales la vittoria nel conteggio ufficiale, con una differenza del 10,5% rispetto al candidato dell’opposizione, Carlos Mesa. I primi dati dello scrutinio facevano pensare alla possibilità di un secondo turno, da lì l’imbaldanzirsi di Mesa e dei settori della destra neoliberale guidati da Luis Fernando Camacho per condannare i dati, denunciare la frode e spingere il paese in una crisi politica, con un altissima dose di violenza e più di due settimane di sciopero. Il Vice Presidente Álvaro García Linera ha così invitato i sistemi internazionali che volessero controllare il conteggio a venire in Bolivia per farlo. L’OSA ha concluso che si sono verificate irregolarità nelle elezioni in Bolivia e Evo Morales ha chiesto nuove elezioni. Quindi domenica pomeriggio si è dimesso dalla presidenza.

L’opposizione rimane in una posizione intransigente e minaccia la democrazia e le istituzioni a cui non possono arrivare con il voto. Non accettano il controllo esterno, né l’inutile secondo turno, solo le dimissioni di Evo e la fine del processo sociale e politico di cui Evo e García Linera sono i capi visibili, ma che è un prodotto ed è supportato da un vasto tessuto di organizzazioni sociali plurinazionali.

Carlos Mesa già è stato presidente della Bolivia, incarico a cui arrivò in quanto costola politica di Sánchez de Lozada, l’ex presidente fuggito negli Stati Uniti dopo un massacro. La sua posizione è quella di un equilibrista che evoca la grigia anti-politica e il cittadinismo repubblicano. Luis Fernando Camacho è soprannominato “El Macho”, è un leader civico del Comité Pro-Santa Cruz, un gruppo di organizzazioni imprenditoriali, entità di vicinato e lavorative di destra. Camacho ha scritto lui stesso una lettera di dimissioni ed è volato a La Paz affinché il presidente Evo Morales la firmasse.

Adriana Guzmán, del gruppo Femminismo Comunitario Antipatriarcale, denuncia un colpo di Stato civile e religioso. I “comitati civici” hanno fissato una scadenza per le dimissioni del presidente Morales. Si tratta di gruppi auto-denominatisi pomposamente “in difesa della democrazia”, fortini razzisti che già nel 2008 hanno finanziato gruppi armati. Oggi, una parte di questi gruppi terrorizza le persone come gruppo di assalto parastatale, prendono a calci le donne con le gonne tradizionali a Santa Cruz e quelle che identificano come indigene del partito del Movimento Al Socialismo. I e le feritx, in genere indigene, non vengono curati negli ospedali perché i medici si identificano con i comitati civici e negano il servizio.

L’Assemblea Femminista e Diversa di Santa Cruz ha denunciato che «l’opposizione ha dichiarato il secondo turno senza finire il conteggio e i comitati civici sono stati incaricati di polarizzare il popolo». Le oltre due settimane di paralizzazione significano in pratica «blocchi, contro-blocchi, violenze e scontri» e uno sciopero orchestrato da parte dell’élite «che non è stato concordato con i settori popolari, i prezzi nei supermercati aumentano e quelli che soffrono sono i malati e i poveri che vivono giorno per giorno: commercianti, malati di cancro, domestiche, lavoratrici del sesso, ambulanti».

I e le militanti del MAS sono scesi in strada per marciare, per difendere il governo eletto e il processo avviato nel 2006. Le aggressioni che affrontano – colpi e umiliazioni – hanno molti fronti, dal momento che questi gruppi armati rispondono a diverse forze di destra, coinvolte in questi giorni nella disputa su chi guiderà il colpo di Stato. Tra coloro che chiedono il rispetto dei risultati delle elezioni ci sono le bartolinas, le centinaia di migliaia di donne organizzate nella Confederación Nacional de Mujeres Campesinas Indígenas Originarias de Bolivia – Bartolina Sisa. Qualche giorno fa hanno marciato a Cochabamba e un gruppo sta di guardia alla Casa Grande del Pueblo, la sede dell’esecutivo, per proteggerla dai gruppi violenti.

Per molte femministe popolari, il governo Evo non ha messo fine né alle politiche estrattive né alla matrice capitalista dell’economia del paese né ai contratti con le multinazionali. Tuttavia, vanno in difesa di un processo che le appartiene. «Se non ci fosse stato questo processo non avremmo potuto riconoscere il razzismo, il fascismo, lo sfruttamento. Comprendiamo ciò che manca, ma riconosciamo le trasformazioni», afferma Guzmán. Queste trasformazioni, sebbene non tutte, implicano che le wawas abbiano un’istruzione e possano giungere all’università, un’ipotesi impossibile quindici anni fa.

Dall’Assemblea Femminista chiedono una “piena democrazia dove ci sia posto per le nostre richieste” e dalla tribuna libera di Muy Waso, piattaforma femminista della Bolivia, contestano Evo da sinistra: la frode è stata la promessa della rivoluzione. L’attivista María Galindo, di Mujeres Creando, sottolinea che la crisi è della democrazia liberale rappresentativa e della forma partito. Vede le posizioni di Fernando Camacho ed Evo come complementari e propone forme di rappresentanza politica apartitiche, per nuovi soggetti sociali. Chris Eguez, un artista trans, si pone a distanza del MAS e da coloro che contestano il governo e dice ad alta voce ciò che rappresenta una paura diffusa: che i grandi vincitori di questa crisi saranno i gruppi anti-diritti e fondamentalisti, l’avanzata del loro progetto nazionalista e cristiano basato sulla famiglia patriarcale, l’eterosessualità come norma e la maternità obbligatoria. È che, a sinistra, non ci sono figure che contestano lo Stato, appaiono solo a destra, il che significa che la domanda su chi vincerà di fronte alla caduta di Evo potrebbe essere troppo retorica e la sua risposta ovvia.

La femminista Diana Vargas è in posizione di attesa e chiede critiche all’interno dell’università pubblica «a questo destra fascista che sta entrando nello stesso modo che in Brasile». Per lei, gli/le studenti/esse universitari/e, tra cui si include, sono stati – dopo anni di istruzione da parte di professori reazionari – depoliticizzati, individualizzati e declassati. «Oggi crediamo di non essere della classe che siamo e dovremmo essere responsabili della memoria e anche della parola», dice a LatFem. Dal suo punto di vista, gli studenti universitari non si riconoscono tra loro per sapere cosa chiedono nelle strade. Per Vargas, «l’autonomia dell’Universidad Mayor de San Andrés viene utilizzata come scudo per ospitare i fascisti, discorsi razzisti e di destra».

Jimena Tejerina è femminista comunitaria e non dubita che siano alle porte di un colpo di Stato. «Stiamo vivendo momenti terribili», dice, una frase che si ripete in diverse voci boliviane che vedono sconcertate il saccheggio e gli oppositori che coprono le telecamere di sicurezza in modo che non vi sia traccia della violenza esercitata. «Personalmente, non so quale sia l’uscita politica da questa crisi, internamente diciamo che il presidente termini il suo mandato», ma lo scenario delle ultime ore è di oppositori che chiedono alla polizia di ammutinarsi contro il governo. Per Jimena e il collettivo femminista in cui milita, la Bolivia si trova di fronte a un destra molto pericoloso, «che si era organizzata attorno a un candidato, ma ora ha rinunciato al candidato e chi guida le mobilitazioni viene dall’élite, dall’oligarchia boliviana, dalla famiglia golpista».

Allo stesso tempo in cui le femministe indigene difendono un processo di cui fanno parte come organizzazioni sociali, respingono lo slogan dell’antipolitica proveniente da un settore del femminismo che chiede le dimissioni di Evo dicendo che “sono uguali” (Evo e Camacho, ndt). Quel femminismo, gli indigeni lo definiscono coloniale, «poiché le femministe non sono al di sopra di ciò che sta accadendo, c’è una lotta per un progetto politico che abbiamo costruito e dobbiamo posizionarci dinnanzi al processo, con un femminismo situato e intersezionale».

Tradotto da https://latinta.com.ar/2019/11/bolivia-feministas-indigenas-rechazan-golpe-estado/

traduzioni a cura di Giuseppe Orlandini