di Andrea Ruben Pomella

 

«Anzitutto va compiuta una frattura temporale. Il terremoto abbattutosi sul Sud nel novembre ’80 scandisce un “ante” e un “post”, una distinzione di tempo»
Lanfranco Caminiti, intervento dal carcere di Cuneo il 21/12/1980

Dal terremoto sono passati ormai 36 anni e il territorio napoletano presenta ancora le cicatrici delle ferite aperte da quell’episodio. Nell’agosto scorso “Il Mattino” con una sua inchiesta, pubblicata sull’onda della tragedia del terremoto del 24 agosto nel Centro Italia, stimava i palazzi a rischio crollo intorno ai 12mila, con circa 6mila ordinanze sindacali all’anno. In realtà, quella del terremoto dell’Ottanta non è stata solo una frattura temporale: il postterremoto ha innescato come prima cosa un cambio di passo nella strategia di comando del territorio napoletano.

la-repubblica-e1416678660457Sin dalla loro elaborazione, i processi di riconversione socio-economica della città – minor peso dell’industria, decongestionamento del centro, riequilibrio demografico, necessità di espansione al di fuori dei confini comunali – si sono dovuti confrontare con le condizioni abitative emergenziali in cui versavano centinaia di migliaia di persone. E’ sin dai primi giorni dopo il terremoto, nei quali qualcosa come un milione di persone ha vissuto in piazze, parchi, sulle autostrade, nelle auto, nei vagoni dei treni, che si iniziano a contare i danni: circa 7mila edifici inagibili, oltre 4mila ordinanze di sgombero, 300 strade chiuse al traffico, 200 scuole occupate dagli sfollati. Nel settembre del 1981 «le persone sgombrate o diffidate a frequentare le proprie abitazioni sono ben 174 mila» (Belli, 1986). Si tratta soltanto di una parte del bilancio della più grande tragedia del popolo meridionale.

E’ proprio in questa situazione di crolli, lesioni e pericoli igienico-sanitari in cui versa la città di Napoli dopo il sisma, che i “capitali del cemento” iniziano a fare pressione sul processo di ricostruzione e risanamento del tessuto urbano metropolitano. Il terremoto, quindi, con la sua portata distruttiva finì per diventare un’occasione d’oro per ristabilire l’assetto metropolitano del centro cittadino e permettere alle imprese del mattone la ripresa dell’accumulazione attraverso i progetti di risanamento e di espansione verso la pianura. A differenza, però, da quanto descritto da Engels, ne La questione delle abitazioni, in seguito alla ristrutturazione “haussmaniana” del centro di Parigi, a Napoli la conservazione prevale sulla demolizione. Come sappiamo, a partire dagli anni ottanta fino alla crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti, le proprietà fondiarie e immobiliari del centro delle metropoli hanno conosciuto un incremento vertiginoso del loro valore. Ed è proprio considerando il ruolo centrale delle espansioni urbane nelle metropoli capitalistiche, che si può mettere meglio in luce un processo assai ricorrente nella storia delle ristrutturazioni urbanistiche: la rivalorizzazione della parte più antica in termini di attrazione turistica e di speculazione, che aumenta con l’affermarsi dell’economia della cultura e conoscenza. Così, si preferisce costruire al di fuori del centro, urbanizzare territorio rurale, favorirne il popolamento. E’, come abbiamo visto, ciò che è successo a Napoli nella fase di urbanizzazione della pianura.

In questo processo, la catastrofe naturale si è inserita nel pieno della crisi del fordismo e le enormi concentrazioni operaie nelle fabbriche e nei quartieri limitrofi divennero polveriere esplosive. Nel centro storico permaneva il problema degli ingenti strati popolari abitanti il territorio. Nonostante l’incitamento all’emigrazione da parte del Commissario governativo per le zone terremotate, il democristiano Zamberletti, la popolazione si rifiutava di andare via e di abbandonare ciò che le rimaneva. A questo, seguirono transennamenti e sbarramenti di interi quartieri che rendevano praticamente impossibile la circolazione al loro interno e contemporaneamente li isolavano dall’esterno.

Il processo di deportazione del proletariato urbano ha seguito la direttrice del litorale domizio e finiva in villaggi turistici senza collegamenti, né servizi – scuole, farmacie, ospedali, spacci alimentari, acqua potabile a tutte le ore. I senzatetto che rifiutarono di trasferirsi a Baia Domizia, occuparono le case della “167” a Secondigliano, quelle di Piscinola, Volla e Frullone, oltre che alcune abitazioni del costruttore edile “Sagliocco” al Vomero (“Centro Documentazione A.R.N. di Napoli”, 1981), ma anche a Ponticelli e nell’area orientale. Il piano delle periferie, redatto dal comune nel 1980, poi recuperato e trasformato con il Programma Straordinario di Edilizia Residenziale (PSER), individuava proprio nei quartieri di Secondigliano e Ponticelli la soluzione alla necessità di abitazioni: dei 20mila alloggi previsti, oltre 13mila vengono realizzati proprio nell’area nord e in quella est di Napoli (Di Costanzo, 2015). Per questo, crediamo che la lettura che fa Petrillo di questo processo in Napoli globale: discorsi, territorio e potere nella «città plebea» andrebbe quanto meno complicata:

«L’edilizia popolare, i vari quartieri della “167” come “Le Vele” di Scampia, si mescolano, così, all’edilizia predatoria, legale e abusiva; questo non provoca “esodi coercitivi” né potenziali conflitti a essi connessi; si creano invece le “condizioni perché il fenomeno si verifichi spontaneamente sotto la spinta di motivazioni convincenti”, nel rispetto più assoluto di quanto enunciato dagli estensori del nuovo Prg.»

I vigili del fuoco recuperano il corpo di un bambino in una foto scattata a Balvano nei giorni seguenti il terremoto del 23 novembre 1980. A Balvano la maggior parte delle case furono rase al suolo, il crollo della chiesa provoco' 77 vittime. ANSA / TONY VECE

Se da un lato il lavoro congiunto di imprenditoria, crimine organizzato e politica istituzionale dà luogo all’edilizia predatoria di cui parla Petrillo, dall’altro non possono essere rimossi i fenomeni di occupazione abusiva di interi edifici negli stessi territori indicati come soluzione dell’emergenza abitativa (Centro di Documentazione di Napoli A.R.N., 1981). E’ chiaro, dunque, che tra l’allontanarsi di 70km dalla propria città perdendo quel poco rimasto e la costrizione a vivere nelle condizioni abitative indegne delle “case popolari” delle Vele, il proletariato urbano, sfrattato dal Centro storico, non poteva che scegliere “spontaneamente” la seconda strada. Dichiarazioni di inagibilità dei palazzi, divieti di circolazione pedonale e veicolare, transennamenti e forza pubblica furono, dunque, i dispositivi materiali di esecuzione di una violenza di classe, conclusasi con un esodo volontario, ma non senza conflitti.

A Napoli, l’odierna questione urbana, come nelle altre metropoli del mondo, presenta l’esigenza di riflettere nuovamente sul rapporto tra città e società. Il numero di abitanti (migranti e autoctoni) penalizzati e concentrati in specifiche parti degradate della città e dei territori è certamente aumentato, anche come effetto della crisi economica internazionale. Le nuove forme di ingiustizia spaziale, legate a un problema di geografia dell’ineguaglianza, impediscono la partecipazione politica delle popolazioni colpite, ai processi di governo del territorio.

Oggi, l’amministrazione De Magistris raccoglie alcuni frutti del processo di svuotamento del Centro storico di Napoli e spinge l’acceleratore su una nuova riformulazione dell’immagine della città: non più la città dei rifiuti, bensì quella delle strade stracolme di turisti. Un’altra “capitale” della produzione culturale. Sembra che il rieletto sindaco di Napoli sia fermamente intenzionato a portare a termine ciò che Antonio Bassolino aveva iniziato, prima di essere travolto dall’emergenza rifiuti. Nonostante un immaginario di discontinuità dalle politiche mainstream nazionali e dalle precedenti amministrazioni locali, l’ex-magistrato, finora, non pare discostarsi da un progetto neoliberale di comando del territorio, in cui alcune zone cittadine vengono destinate a “fabbrica del divertimento” (Lloyd e Clark, 2001), mentre altre si configurano sempre di più come dei veri e propri non luoghi, caratterizzati dal disagio sociale, dalla mancanza di servizi fondamentali e dalla marginalità umana. Anche nell’anomalia Napoli, modernizzare sembra significare “punire i poveri” (Wacquant 2005), risanare il territorio a spese di una negazione coloniale di una parte della sua popolazione.

In questa nuova fase di riconversione cittadina, ciò di cui si sente il bisogno è di una critica politica radicale e organizzata dei processi di espropriazione e di restrizione degli spazi pubblici, così come di quel mondo sommerso di lavoro razzializzato e ipersfruttato che la “nuova” Napoli porta in grembo. Partire dai processi di trasformazione in atto, potrebbe essere un inizio importante per dare vita a pratiche di riappropriazione e opposizione ai dispositivi “punitivi” che continuano a colpire, nonostante un certo ordine del discorso relativo all’attuale governance urbana, i subalterni di questa città. La strada è aperta, i primi passi sono compiuti, bisogna proseguire il cammino.