di Andrea Caroselli e Miguel Mellino

Cominciamo con una domanda semplice. Perché hai deciso di scrivere un testo come Noi, i bianchi e gli ebrei? A chi è rivolto? Chi è quel Noi nell’Europa di oggi?

Il titolo chiama in causa l’universalismo francese che pretende di non riconoscere le differenze di classe, di genere o di razza ma che nasconde, in realtà, un sistema gerarchico. Il mito francese riposa sull’idea dell’uguaglianza dei cittadini. La realtà è però un’altra ed è fatta di discriminazioni sistemiche che hanno la loro radice nel passato e nel presente coloniale ma anche nella storia della formazione dello Stato-nazione. Questo titolo serve a dire: la razza esiste. Ovviamente la razza biologica non esiste, ma le razze – bianche e non-bianche – esistono come prodotto della storia e dei rapporti sociali. Per quanto riguarda il “noi”, si tratta delle popolazioni non-bianche venute, per la maggior parte, dalla storia coloniale e che vivono in occidente. La loro particolarità è quella di subire quello che chiamiamo il “razzismo strutturale” e di trovarsi al gradino più basso della scala sociale.

In diverse parti del testo lei attacca in modo frontale ciò che chiama la “buona coscienza bianca/occidentale”? Che cos’è che non va con l’antirazzismo dominante nella sinistra francese ed europea di oggi?

Il problema principale dei Bianchi è che devono risolvere un dilemma: approfittare e continuare a trarre profitto dalla spoliazione dei paesi del sud precedentemente colonizzati, pur mantenendo la loro buona coscienza. In altri termini, come continuare a vivere tranquillamente del proprio crimine? Io rispondo a questa domanda affermando che le ideologie di Stato servono a produrre un pensiero confortevole: i diritti dell’uomo, il femminismo, l’antirazzismo, l’universalismo, l’uguaglianza… tanti concetti vuoti che hanno il vantaggio di mantenere colui che li afferma in una posizione generosa, umanista e… innocente. La caratteristica principale dell’antirazzismo francese è che è morale. Il razzismo è individualizzato ed è soprattutto attribuito all’estrema destra. Così, per combatterlo, bisogna educare i razzisti o combattere l’estrema destra. Da parte nostra, pensiamo che questa sia una definizione povera del razzismo perché lo Stato viene risparmiato, mentre sono proprio lo Stato e le sue istituzioni, e non l’estrema destra, a produrre o favorire le discriminazioni. È la ragione per cui opponiamo “l’antirazzismo morale” all’“antirazzismo politico” che definisce il razzismo come prodotto dello Stato-nazione e dell’imperialismo.

Dopo l’antirazzismo dobbiamo passare all’altra grande questione posta dal suo libro: l’inadeguatezza del femminismo europeo dominante rispetto alla condizione delle donne “indigene” dell’Europa. Cos’è che non va con il femminismo europeo dominante? Perché c’è bisogno di un femminismo realmente decoloniale?

Innanzitutto perché il femminismo è nato dall’esperienza delle donne bianche che sono discriminate rispetto agli uomini bianchi ma che sono privilegiate rispetto agli uomini e alle donne non bianchi. All’interno degli Stati-nazione occidentali, lo status delle donne bianche è superiore a quello degli uomini non bianchi. Inoltre, perché il femminismo bianco non capisce niente della questione delle mascolinità non egemoniche. Le donne bianche non hanno come noi degli uomini (padri, fratelli, figli o congiunti) che sono imprigionati in massa, controllati abusivamente dalla polizia, uccisi dalle forze dell’ordine o disoccupati 3 o 4 volte al di sopra della media nazionale. Quindi, se c’è certo un problema di violenze contro le donne non bianche (in particolare da parte di uomini non bianchi), c’è anche una violenza di Stato subita da questi stessi uomini. Un femminismo decoloniale deve tenere conto di tutti questi parametri. Aggiungo che il femminismo bianco ha spesso agito contro le donne non bianche, in particolare nella questione del velo islamico, oppure si sono lasciate strumentalizzare dallo Stato contro gli immigrati.

Nel suo libro lei sostiene, con A. Césaire, la necessità di demitizzare la Shoah, la cui universalizzazione astorica non sarebbe che una maniera di non interpellare le fondamenta su cui riposa la “civiltà occidentale” (colonialismo, stermini di massa, inferiorizzazione di interi popoli). In questo senso, condivide l’indifferenza di J. Genet di fronte alla disfatta francese contro il nazismo. Oggi, di fronte alla crescita dei movimenti di estrema destra, ovunque in Europa, in molti chiamano alla necessità di “fronti repubblicani” per combattere la barbarie razzista. Qual è la vostra posizione di fronte a questo appello delle coscienze democratiche?

Penso che bisogna effettivamente creare dei fronti più ampi possibili contro il fascismo, ma su delle basi politiche serie: non si potrà mai sbarrare la strada all’estrema destra senza rimettere in causa il razzismo di Stato. Bisogna camminare su entrambe le nostre gambe: lottare contro l’ultraliberismo e per la giustizia sociale da una parte e contro l’imperialismo e il razzismo dall’altra. Bisogna creare delle convergenze tra l’immigrazione e le classi popolari bianche su scala europea. È un imperativo.

Lei fa un’offerta politica al proletariato bianco, e cioè di abbandonare la sua identificazione alla Nazione, il “salario di bianchezza”, per costruire le basi di un internazionalismo domestico. Mi sembra che respinge così, almeno in parte, le analisi che riducono il voto popolare all’estrema destra alla paura della differenza e all’irrazionalità. È corretto? Che cosa rispondete a coloro che in questo voto non vedono altro che una paura della diversità?

In Francia, tra gli strati popolari bianchi, ci sono circa il 30% di fascisti o di razzisti, il 30% di simpatizzanti di sinistra, il 30% d’astensionisti. Sfortunatamente, il voto all’estrema destra è un voto di convinzione e io non credo alla “paura della diversità”. Credo piuttosto che questa categoria tenga ai suoi privilegi e alla supremazia bianca. Per contro, tra la sinistra e gli astensionisti, c’è un terreno fertile con il quale si può creare questo “internazionalismo domestico”. La speranza risiede lì.

Questa domanda non può non portarci a quanto sta accadendo oggi in Francia? Come vede lei il movimento dei gilets jaunes, anche se sappiamo che è un movimento abbastanza eterogeneo? È possibile la costruzione di uno spazio comune di lotta tra coloro a cui si rivolge il suo libro e alcune delle espressioni sociali di questo movimento?

Sì, perché le classi proletarie francesi sono sempre più precarie e sempre più soggette alla violenza di Stato, sia economica che poliziesca. Abbiamo qui qualcosa in comune con i gilets gialli. Ma la coscienza politica dei gilets gialli non è molto chiara perché non sono politicizzati nelle organizzazioni di trasformazione sociale o nei sindacati, dove la coscienza di classe è molto forte. I gilets gialli possono scivolare a sinistra come verso l’estrema destra. Comunque, penso che la sinistra non debba averne paura. Deve invece partecipare al movimento e dargli un orientamento più rivoluzionario e internazionalista.

Quale può e deve essere oggi il ruolo (se ce n’è uno) delle organizzazioni politiche anticapitaliste “bianche”? Qual è stato fino a oggi il loro “punto cieco” su queste questioni?

La sinistra radicale ha un problema: ha paura del popolo e non vuole sporcarsi le mani. Tuttavia, è impossibile che il popolo sia “pulito”. Non è né antirazzista, né femminista, né internazionalista. Eppure la sinistra pretende che il popolo sia a sua immagine e somiglianza, il che è ben lungi dall’essere il caso. Il suo ruolo è quello di investirsi nel movimento dei gilets jaunes e di rispettare le organizzazioni autonome dell’immigrazione che lottano contro il razzismo di Stato piuttosto che criticarle come se fossero pericolose. Il suo ruolo è anche quello di riprendere la lotta antimperialista, perché il movimento contro la guerra in Francia è estremamente debole.

In quanto Partito degli Indigeni, fate del lavoro sociale, politico o territoriale nelle banlieues? Che tipo di iniziative incoraggiate al livello di pratica politica di base?

No, perché è molto difficile per un movimento radicale stabilirsi in un quartiere a causa dell’ostilità del potere locale. Però portiamo avanti delle lotte concrete contro i crimini di polizia con le famiglie delle vittime.