di Deco[K]now

 

 

La lunga esperienza di lotta e di resistenza degli africano-americani e dei movimenti anticoloniali contro la supremazia bianca e contro il colonialismo ce lo hanno insegnato. W.E.B Du Bois aveva precorso i tempi: non esiste alcuna questione “nera”, esiste solo una questione “bianca”. Il problema è tutto qui; Sartre, Césaire e Fanon hanno sviluppato e approfondito la traccia di Du Bois, Edward Said l’ha definitivamente completata: il mostro è dentro di noi, vive con noi. E’ anche di questo che ci parla quanto sta accadendo nelle ultime settimane in Europa: Ventimiglia, Atene, Mediterraneo, Libia. Migranti confinati e lasciati a marcire al sole o scaricati nei centri di reclusione; un intero paese con le spalle al muro: austerity o morte; navi da guerra, elicotteri e portaerei mobilitati per fermare il diritto di fuga, il semplice desiderio di spostarsi (per ragioni molteplici, gran parte delle quali riconducibili agli effetti del capitalismo), di una parte dell’umanità. Luoghi e fatti diversi, accomunati dall’arbitrio di un unico filo conduttore: l’Europa, questa Europa. Non esiste una questione “migrante”, non esiste una questione “profughi”, non esiste una questione “greca”, esiste solo una questione europea. Il grido di Césaire riecheggia oggi con forza: l’Europa è indifendibile. L’UE è irriformabile, è quanto ci diceva già nel 1955 la sua formidabile genealogia dell’Unione allora nascente nel Discorso sul colonialismo.
Oxi!, dunque. Il referendum in Grecia ci riguarda tutte e tutti da vicino: può essere la prima pietra sulla tomba di questa Europa; di un’Europa e di un’Unione che nessuno rimpiangerà. Un’Europa che ha mosso i suoi primi passi rimuovendo dalla propria agenda politica la storica questione coloniale, ovvero reprimendo le istanze più radicali poste dai nascenti movimenti di liberazione nazionale; non dimentichiamo i massacri feroci perpetrati in Algeria (1945-1961), in Madagascar (1947), in Kenya (1952), in Indocina (1953-1954), a Suez (1956) da governi presieduti da alcuni dei padri fondatori dell’UE, anche appartenenti alle sinistre socialiste.
Un’Europa nata come costola del progetto capitalistico di dominio imperiale degli Stati Uniti, ovvero seppellendo lo spirito più radicale, egualitario e democratico espresso dalle lotte partigiane europee; non dimentichiamo il tradizionale e feroce anticomunismo delle sue élites e classi dirigenti, che hanno consentito il divenire del continente una gigantesca base militare americana durante la guerra fredda. Un’Europa che ha costruito il suo “miracolo economico” in buona parte sulla pelle dei migranti – sia interni che provenienti dalle ex-colonie; non dimentichiamo il processo di razzializzazione delle migrazioni postbelliche – il Gastarbeiter system in Germania e nei paesi del Nord Europa di cui furono vittime greci, turchi, jugoslavi, ma anche migranti mediterranei (spagnoli, portoghesi, italiani, marocchini), il confinamento nelle banlieues francesi, il razzismo di stato anti-black nella Gran Bretagna postcoloniale, la razzializzazione dei migranti meridionali nelle città del Nord Italia. E non dimentichiamo che il diritto alla mobilità e alla scelta della propria residenza non fu gentilmente concesso né dall’UE né tanto meno dai singoli stati-nazione europei, ma fu il prodotto delle diverse lotte antirazziste dei migranti.
Un’Europa costruita tra ordoliberalismo e neoliberalismo; EU prison non dimentichiamo che sin dall’inizio si è costituita come un dispositivo di governo del tutto antidemocratico, dove tutto il potere è concentrato in organismi come la Commissione e la BCE fuori da ogni controllo democratico, e in cui il potere reale del parlamento europeo (anche nel senso di una democrazia formale) è ridotto a poco più di una farsa; non dimentichiamo che trasuda neoliberismo e razzismo da tutti i suoi pori: dalla gestione dei fondi strutturali alle politiche di cooperazione internazionale, dalle politiche sociali, economiche e migratorie alle politiche per l’istruzione, la cultura e l’università. Non dimentichiamo che mentre impone per legge fiscal compact e riduzione delle spese di welfare ha convogliato miliardi di euro alle banche per salvare il sistema finanziario dalla propria bancarotta; e che le misure di austerity imposte dalla troika hanno spinto la Grecia verso il default, portandola ai più elevati livelli di disoccupazione mai raggiunti dal dopoguerra: la povertà diffusa nel paese, la malnutrizione e l’esponenziale aumento dei sucidi rappresentano sono solo la punta dell’iceberg dei costi umani di una crisi creata ad arte dai burocrati europei.
Un’Europa che aggredisce e razzializza il “suo” Sud e il “suo” Est sin da quando è nata, come mostrano oggi la proliferazione dei confini migratori a Est e la guerra oramai dichiarata all’Ucraina. Un’Europa che continua a comportarsi in modo criminale nel Maghreb e in Africa. Non dimentichiamo la guerra di distruzione della Libia, il sabotaggio deciso e radicale delle spinte più democratiche della primavera araba e l’estorsione continua di diversi paesi africani a cui si offrono concessioni e finanziamenti in cambio della costruzione di centri di detenzione per migranti. Per tutto questo, ci appare davvero indigesto chiamare le strutture europee di governo “istituzioni” (pur capendo le necessità della mediazione politica).

Si è parlato molto di Grecia in questi giorni, ma assai poco di ciò che lega l’ulteriore tentativo di strangolamento europeo di Atene a Ventimiglia, al Mediterraneo e alla Libia. Condividiamo l’urgenza della lotta all’austerity, alla precarietà e al debito, la necessità di un’opposizione immediata e radicale alla violenza di un’Europa sempre più finanziarizzata e antidemocratica, ma l’ordine del discorso non ci soddisfa. Per chi come noi cerca di lavorare a una reale decolonizzazione dei saperi, della cultura e della politica, a una reale messa in discussione dell’eurocentrismo in tutte le sue sfumature, alla costruzione di un antirazzismo radicale ma non auto-referenziale e accomodante, appare necessario porre la questione europea nella sua totalità. Con questo vogliamo intendere che l’Europa è un significante coloniale che determina pratiche di gerarchizzazione dell’esistenza, che ci si riferisca al tentativo della troika di disciplinare i PIIGS o alla proliferazione dei confini finalizzata all’esclusione dei migranti. I dispositivi (neo)coloniali messi in campo dall’Occidente al di fuori dei suoi confini minacciano adesso la stessa Europa, dando vita ad un sistema perverso che rivela le contraddizioni del comando capitalistico globale. I migranti che oggi arrivano sulle coste europee – come mostrano le loro lotte – provengono da paesi che per decenni sono stati messi in ginocchio delle sedicenti ricette di sviluppo del Fondo Monetario Internazionale, il cui unico progetto, nemmeno tanto celato, era la creazione di società fondate sulle disuguaglianze e sullo sfruttamento. Le politiche di austerity in Grecia sono la versione contemporanea di quelle stesse ricette che sembrano ora suscitare più scandalo perché affamano una popolazione bianca ed europea. L’Europa quindi è una sola, un solo spazio materiale e simbolico di inclusione differenziale, attraverso gli enunciati economici che distinguono tra stati “virtuosi” e “sperperatori”, o mediante gli strumenti del diritto che dividono i migranti tra “buoni” e “cattivi”, tra “finti” e “veri” richiedenti asilo. Da Bruxelles a Ventimiglia il significante Europa costruisce e riproduce confini fatti per disciplinare e assoggettare. Dietro quella stessa finzione cosmopolita di uno spazio di libera circolazione e di produzione di libertà, Schengen e l’Europa mostrano il loro ineliminabile lato violento, in cui neoliberismo spietato e securitarizzazione dei confini costituiscono il doppio meccanismo di formazione dell’identità europea. Non possiamo separare l’Europa del libero movimento e della libera circolazione da questa costante produzione di un resto escluso da questa stessa idea di Europa: il resto improduttivo delle economie in-disciplinate dal comando neoliberista; l’eccedente umano razzializzato dei migranti rinchiusi nelle strutture di detenzione, sfruttati dai caporali nelle campagne, marginalizzati nelle metropoli. Ventimiglia L’Europa si costruisce a Bruxelles, ma anche a Lampedusa, a Ceuta e Melilla, a Evros, nella continua negoziazione dei suoi confini materiali e simbolici, economici, sociali e politici. L’arrivo dei migranti a Ventimiglia è una lotta politica contro questa gerarchizzazione dell’umanità, una lotta praticata attraverso la produzione di uno spazio oltre le sue forme securitarizzate e detentive, una lotta che crea le sue traiettorie oltre quelle dei movimenti forzati e stabiliti dal regolamento Dublino e dai confini europei. È uno spazio di conflitto che non accetta di essere immobilizzato in percorsi e temporalità – e umanità – subordinate, ma che mette questa Europa di fronte alle finzioni del suo cosmopolitismo violento e razzista. Lo stesso conflitto che da Piazza Syntagma sta cercando di creare un altro spazio simbolico dell’Europa, oltre la violenza che la vuole condannare all’idea che il neoliberismo sia un destino senza vie di fuga.

Oxi!, dunque. Questa Europa ha già posato su di sé il proprio drappo mortale: è solo dal suo definitivo seppellimento che può nascere qualcosa di diverso. Dobbiamo decolonizzarci dal mito promosso dalle stesse élites europee di governo, e divenuto nel corso degli anni un elemento centrale della strategia di autolegittimazione dell’UE, secondo cui vi è un modello sociale europeo radicalmente diverso – poiché progressista, umanitario, solidale, integratore – da quello diffuso nel mondo dal capitalismo globale americano. Inutile aggiungere che buona parte della sinistra europea è rimasta sempre più preda da tale mito. Dobbiamo dunque “disidentificarci” dall’Europa, da questa Europa, altrimenti si continuerà a regalare spazio alla destra razzista e neofascista dei vari Le Pen, Salvini, ecc. “Disidentificarsi” dall’Europa costituita non significa necessariamente abbandonare la politica di costruzione di uno spazio transnazionale europeo nello sviluppo di un movimento politicamente alternativo. Disidentificazione sta qui a significare che non c’è nulla da salvare di queste istituzioni europee. Chiedere a questa UE di cambiare politica – di abbandonare il neoliberismo e l’austerity, di non fare la guerra ai migranti – come si cambia vestito significa non capire bene cosa si ha di fronte. Questa Europa non può comportarsi altrimenti. La sua stessa costituzione storica e materiale non consentono alternative. E lo dimostra il tipo di scontro tutto politico che ha scagliato contro le proposte del governo greco: impossibile cedere su qualcosa, non è tollerata alcuna forma di democrazia popolare. Spagna e Podemos sono avvertiti. Occorre abbandonare ogni timidezza: un’Europa diversa presuppone necessariamente la fine di quella attuale. Decolonizzare l’Europa deve significare oggi sconfinarla ad Est e verso la sponda africana del Mediterraneo. Domani potrebbe esserci (solo) il primo passo: molto dipenderà da noi. E anche se non dovesse esserci ci sembra necessario per il futuro assumere questo punto di partenza: oggi esiste solo una questione europea. Occorrerà lavorare a un No europeo e quotidiano più deciso.