di Eleonora Meo 

 

Il percorso di costruzione dello sciopero globale delle donne dell’otto marzo, promosso dalla rete “NON UNA DI MENO”, farà tappa a Bologna il prossimo 4 e 5 febbraio con il confronto attraverso tavoli tematici per la riscrittura dal basso di un piano femminista contro la violenza. Di seguito un contributo alla discussione per il tavolo sul “femminismo migrante”.

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Oggi più che mai, dopo quanto sta accadendo negli USA con l’ascesa di Trump e gli effetti che tale fenomeno rischia di avere sui venti più regressivi che soffiano da tempo in Europa, la questione migratoria è certamente una delle questioni fondamentali che un movimento femminista globale deve affrontare. È una questione che coinvolge noi tutte in prima persona, in particolar modo qui in Europa, dove il business umanitario dell’accoglienza, il sistema sempre più restrittivo di ottenimento dei permessi di soggiorno e del management neoliberale delle migrazioni e dei confini (interni ed esterni) dell’Europa, si impongono con violenza sia sulle vite delle donne coinvolte nei percorsi migratori che sulle donne che scelgono di fermare il proprio progetto migratorio in Italia. I problemi relativi alla violenza che il neo-patriarcato esercita sui corpi e sui desideri delle donne, anche attraverso le proprie dinamiche di dominio sulla migrazione e la libertà di movimento, sono stati messi in luce e criticati con forza in più occasioni, sia durante i tavoli nazionali dello scorso 27 novembre a Roma che nei diversi contributi circolati negli ultimi mesi sul web e nelle mailinglist. Resta, tuttavia, a mio avviso, un’altra fondamentale questione da affrontare, forse “più astratta” ma sicuramente altrettanto importante: la questione del linguaggio.FHISWHAIC2

Una delle eredità che i femminismi a livello globale ci hanno consegnato è sicuramente la capacità di riuscire finalmente a nominare le nostre oppressioni. Queste oppressioni, come ci hanno insegnato le compagne del femminismo nero e della terza ondata, mettendoci in discussione sul terreno dell’imperialismo e dell’etnocentrismo culturale, sono diverse e colpiscono noi donne su assi che si intersecano e che ci rendono differenti nell’oppressione. Anche se l’istanza sociale che ci accomuna è la stessa, la nostra posizionalità resta diversa, ed è proprio su questo punto che si gioca l’essere femministe. Raccogliere i resti – intesi come ciò che resiste nel tempo – dei diversi femminismi che ci hanno precedute, resti che continuano a interrogarci, non è soltanto un gesto femminista che non possiamo dimenticare di mettere in pratica ma è una sfida che, oggi, viene posta alle nostre teorie e alle nostre pratiche di lotta. Nominare la questione da un posizionamento femminista potrebbe innanzitutto significare discutere ad un tavolo di “femminismo antirazzista” anziché di “femminismo migrante”, per cercare di non appiattire all’interno di un significante “universale” – connotato piuttosto in senso maschile dal simbolico dominante, nonché piuttosto coloniale se guardiamo anche agli usi che se ne fa nei dibattiti correnti – quella complessità ed eterogeneità dei corpi e dei desideri delle donne coinvolte nei processi migratori. Non si tratta di voler negare una condizione migratoria che esiste e coinvolge una parte delle donne, ma di cercare di non ridurre alla questione migratoria una complessità di esistenze. Donne che sono oppresse in modi differenti. La definizione di un tavolo “femminismo migrante” produce discorsivamente un soggetto “donne migranti” come donne altro da noi, come soggettività confinabili in un’unica categoria monolitica ed omogenea, che hanno una causa specifica (e soltanto quella) che le separa (ontologicamente?) dal “nostro” tipo di femminismo, dai nostri bisogni di donne “di qui”. Ma come definire il “nostro” tipo di femminismo? Come definirci noi “di qui”?

Se si parla di questione migratoria, non possiamo dimenticare che ciò che è in gioco oggi, in Europa, è soprattutto la questione della cittadinanza. In Italia gli abitanti con cittadinanza straniera, nel 2015, erano circa l’8,2%, di cui la metà sono donne. Questo vuol dire che su 100 persone che incontro per strada almeno 4 (si sa che la realtà eccede sempre le statistiche) sono donne di origine non-italiana o comunque non-bianche – se pensiamo che il razzismo viaggia lungo una “linea del colore” che mette da sempre al lavoro anche diverse gradazioni del concetto di “bianchezza”: pensiamo alle cittadine dell’Est Europa, che vengono considerate “meno bianche” delle europee tedesche, francesi o italiane. E’ vero, nell’ultimo incontro romano si è sollevato il problema di fare attraversare anche tutti gli altri tavoli dalla “questione del femminismo migrante”. Tuttavia, come sappiamo, le parole sono importanti perché non solo definiscono i termini della lotta politica nel campo simbolico, ma contribuiscono ad interpellare proprio quelle soggettività a cui dovrebbero rivolgersi (sempre se le soggettività in questione le sentano come proprie). Per noi donne, in quanto femministe, questa lotta sul simbolico non la possiamo mettere da parte a scapito di altre donne, reificandole all’interno di una costruzione discorsiva occidentale in cui – ancora una volta – non sono loro i soggetti della propria storia. È per questo che il secondo problema da nominare è il razzismo. Fare emergere con forza questa parola che racchiude in sé una parte fondamentale e strutturale del sistema di oppressione patriarcale è un’altra sfida che, come femministe posizionate in Europa e in Italia, non possiamo in questo momento storico non lanciare. Il management delle migrazioni cosi come, più in generale, la gerarchizzazione neoliberale della cittadinanza e del mercato del lavoro (ad essa collegata), sono dispostivi fondati sul razzismo in maniera strutturale. È possibile negare o sottovalutare, per fare solo un esempio tra tanti possibili, il ruolo fondamentale delle donne straniere per garantire la sostenibilità del welfare italiano dopo la sua distruzione neoliberale, in particolare nel ridurre il peso del lavoro domestico e di cura in buona parte della società italiana, un peso che altrimenti graverebbe quasi esclusivamente sulle spalle di donne italiane (bianche e di classe media)? È possibile negare che una donna nera o straniera ha il doppio delle possibilità di una bianca di essere molestata sia fisicamente che verbalmente sui mezzi di trasporto pubblico o di essere “scambiata” per prostituta quando cammina la sera da sola per le strade? Le donne di origini non italiane che vivono regolarmente qui in Italia o le donne italiane di origini non-europee, si trovano maggiormente esposte, rispetto a noi bianche, alla violenza di un immaginario patriarcale, razzista e coloniale (sia come nere o “non del tutto bianche” che come donne), in cui il sessismo e il razzismo rendono “più accettabili” alle persone le violenze che i loro dispositivi esercitano su una parte delle donne che vivono in questo paese.

Pensiamo ai cittadini e alle cittadine di Goro e Gorino che nell’ottobre scorso non hanno voluto accogliere le 11 rifugiate e i loro 8 figli erigendo addirittura barricate all’ingresso dei due comuni del ferrarese, oppure pensiamo all’efferato omicidio razzista di Fermo, iniziato quando Amedeo Mancini ha insultato, chiamandola “Scimmia africana”, Chinyery Emmanuel, una donna nigeriana richiedente asilo che stava passeggiando un pomeriggio di luglio con il marito Chidi Namdi Emmanuel, poi barbaramente ucciso dalla furia razzista di Mancini. Se la natura di questo efferato omicidio non è soltanto razzista ma anche sessista, il movimento femminista che stiamo costruendo lo dovrebbe sottolineare doppiamente. Viene da ricordare ancora la famosa ingiunzione della schiava Sojourner Thruth: “perché noi, donne nere, non siamo donne come le altre di fronte agli uomini bianchi?”.

La necessità di allargare il terreno del dibattito femminista dalla migrazione alla questione dell’antirazzismo e della cittadinanza, diventa quindi fondamentale per l’intero percorso di “riscrittura femminista di un piano antiviolenza”, al fine di renderlo sensibile al problema di un razzismo che è non solo istituzionale ed economico, ma anche culturale e simbolico (e, non dimentichiamo, colpisce anche noi donne meridionali in modi che oggi, forse, sono più sottili e sicuramente meno visibili data la presenza di qualcuna “meno bianca” di noi sul suolo italiano).
Si tratta di una questione di approccio, che interroga noi, donne bianche e dell’Europa occidentale, e il nostro privilegio all’interno del femminismo, e che forse andrebbe posta all’inizio dei tavoli del 4 febbraio. L’invito è, dunque, a interrogare questa assenza sia nei nostri linguaggi che nelle nostre assemblee: può considerarsi femminista la riscrittura dal basso di un piano contro la violenza sulle donne che non considera, e non nomina, l’intersezionalità delle oppressioni, in tutti i loro aspetti?

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[Carrie Mae Weems –  2002 self-portrait, taken in Santiago de Cuba]

Vorrei concludere ricordando un passo di Chandra T. Mohanty in “Femminismo senza frontiere”:

la critica e la resistenza al capitalismo globale, lo svelamento della naturalizzazione dei suoi valori maschilisti e razzisti sono all’origine della costruzione di una pratica femminista transnazionale. Questa pratica dipende dalla capacità di costruire solidarietà femministe che siano trasversali alle divisioni di luogo, identità, classe, lavoro, credo e così via. In questo nostro tempo così frammentato è molto difficile costruire alleanze, eppure altrettanto e mai così importante come oggi. Il capitalismo globale ne distrugge e ne crea nuovamente e continuamente le possibilità. […] Le nostre menti devono essere pronte, tanto quanto lo è il capitale, a spostarsi, a tracciare il suo cammino e immaginare destinazioni alternative.