di Francesco Festa

La raccolta di testi curata da Stefania Ferraro nel libro Discorsi su Napoli. Rappresentazioni della città tra eccessi e difetti (Aracne Editrice, 2015), ha il merito di analizzare con efficacia quelle «pratiche di narrazione che etnicizzano e inferiorizzano» i napoletani ogni volta che un fenomeno o una vicenda locale di particolare rilevanza guadagna lo spazio discorsivo nazionale – dall’emergenza rifiuti alle questioni urbane, dalla vicenda di Davide Bifolco a Gomorra. Per molti versi, la querelle mediatica che ha accompagnato recentemente la polemica tra il sindaco di Napoli Luigi de Magistris e lo scrittore Roberto Saviano potrebbe fornire ulteriore materiale d’indagine all’analisi decostruzionista degli stereotipi che accompagnano la città. Tuttavia, nel breve saggio che proponiamo, Francesco Festa ci ricorda quanto una serie di leitmotiv siano storicamente stratificati, tanto quanto lo è la città partenopea dal punto di vista geologico. E quanto semplificazioni, miopia e dualismi possano specchiarsi in ogni situazione di crisi economico-sociale, di impasse politica o di trasformazione istituzionale.

TerronataNell’ascoltare i discorsi pubblici su Napoli può capitare che la mente cerchi rifugio nei dibattiti tra meridionalisti e antimeridionalisti, intellettualmente ben più solidi e innovativi delle polemiche attuali. Vale la pena, allora, ripercorrere alcuni tratti dei discorsi prodotti e come nella storia del Mezzogiorno d’Italia essi si siano riprodotti, di volta in volta, con implicazioni dettate da obiettivi politici, motivazioni ideologiche e interessi di classe. Sotto questa luce, le querelle sullo stato della città, su quale rappresentazione di Napoli sia più reale, l’“inferno” da storytelling o il “paradiso” di TripAdvisor, riflettono straordinariamente format discorsivi già apparsi. E tra questi due stati vi è il corpo vivo della città.

«Non c’è provincia che non abbia il suo ‘mezzogiorno’», suggeriva la domestica Françoise a Proust, che a sua volta ne traeva una geografica conseguenza. Più prosaicamente, l’economista Albert Hirschman, durante gli anni del miracolo economico, nei primi decenni dell’Italia repubblicana, scriveva: «l’italiano medio, vivendo in un paese dove il progresso economico è stato per lungo tempo strettamente legato alla latitudine, è sempre pronto a dichiarare che l’Africa comincia proprio a sud della sua provincia». Saranno le diffidenze che persistono fra i mille municipalismi italiani, eppure il riferimento alla latitudine e all’Africa rimanda alla durevole presenza di stereotipi sull’Italia meridionale e ancor più su Napoli. Le vampate antimeridionali o antinapoletane si alimentano della rappresentazione dualistica e fortemente polarizzata del territorio italiano e dei suoi abitanti, costante sin dai tempi dell’Unità. Da lì in poi è stato un susseguirsi di facili generalizzazioni nei riguardi del Mezzogiorno, ancor oggi proposto quale sorta di blocco indistinto, dominato, nel suo insieme, dall’arretratezza e dall’immaturità, termini coi quali si può rintracciare il disagio sociale e le spaventose forme di illegalità.

In ogni caso, la raffigurazione del Sud quale terra altra rispetto al quadro nazionale, rappresentata come uniformemente omogenea nel suo insieme, si è andata affermando con la serie di studi e argomenti abbozzati dai primi meridionalisti come Pasquale Villari e i suoi allievi Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Lo stesso Villari ha raccolto i suoi studi chiamandoli appunto I mali dell’Italia. Scritti su mafia, camorra e brigantaggio, vale a dire come problemi dell’Italia e non del Sud. I temi dell’arretratezza e dell’uniformità del Mezzogiorno, quindi non vennero certo scelti dai primi meridionalisti ma furono in qualche modo imposti loro dal processo stesso di costruzione dello stato unitario, che indicava nelle regioni meridionali un punto preoccupante di disarmonia rispetto agli indirizzi generali. Nel suo La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi, infatti, Salvatore Lupo prova a liberare il campo della storia del Mezzogiorno dall’equivoco meridionalismo e dalla “questione meridionale”, facendo eco a un celeberrimo saggio dal titolo assai evocativo, Come il Meridione divenne una questione di Marta Petrusewicz. Innanzitutto, il termine meridionalismo è stato utilizzato da Gramsci in senso negativo: egli v’indicava «la cricca degli scrittori della cosiddetta scuola positivista come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano». E allo stesso modo segnalava, nel periodo 1910-14, lo schieramento comprendente Salvemini, Mussolini e la «coorte di sindacalisti e meridionalisti» che in quel periodo stava intorno a Mussolini stesso. Insomma Gramsci, i cui natali sardi lo avrebbero inserito fra gli intellettuali meridionali, non amava né i meridionalisti né i termini della questione stessa interpretando quell’isomorfismo tra luoghi, cultura e politica come ragione dell’asservimento se non della costruzione del paradigma coloniale. E non aveva tutti i torti. L’immagine coloniale, quel tipo di rappresentazione, era contingente al periodo storico. Il tipo coloniale era proprio la percezione che avevano i militari e i governanti sabaudi che seguirono all’epica “spedizione dei Mille” nel Sud Italia. Non fu forse il generale d’armata Enrico Cialdini, luogotenente di re Vittorio Emanuele II a Napoli, a dichiarare nel 1861: «Questa è Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono latte e miele»? E non era il solo a ritenere il Sud, omogeneamente, “una regione esotica”, “vicinissima alla natura”, “primitiva”.

Sessant’anni dopo, Gramsci avrebbe riportato fedelmente ciò che pensava la stampa settentrionale sui «meridionali biologicamente […] inferiori, semibarbari [oppure] barbari completi, per destino naturale» o sul «Mezzogiorno […] arretrato [a causa] della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari». La convinzione, molto diffusa tra i militari e i politici piemontesi, che nel Sud operassero soltanto dei delinquenti li induceva a considerare il brigantaggio esclusivamente come una questione criminale, tipicamente diffusa nelle regioni coloniali. Le esecuzioni dei briganti, infatti, avvenivano solitamente nelle piazze principali, come futura memoria e gli stessi spettacoli raccapriccianti, con intenti educativi e dissuasivi, punteggeranno l’intera nostra presenza in Eritrea e in Somalia negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento.
Centocinquant’anni dopo, gli stessi cliché sono ancora drammaticamente funzionanti. Sugli anni del primo scudetto Maradona, non casualmente, confessa:

«con la palla abbiamo fatto in modo che il paese ci rispettasse [mentre] prima eravamo gli africani d’Italia. ‘Lavatevi’ ci dicevano».

A ben guardare la colonia è un’idea interna al processo di costruzione dello Stato Unitario e la stessa storiografia contemporanea non ha mai fatto pienamente i conti con il passato coloniale italiano. Nella storia del Mezzogiorno viene sempre trascurato il fil rouge tra Risorgimento, “guerra al brigante” e colonialismo italiano. Laddove, invece, servirebbe proprio a illuminare le forme interpretative intorno al Sud Italia. Esemplare sono gli studi di Angelo Del Boca che hanno ripercorso quel fil rouge, unendo la «repressione dei briganti» con l’arrivo a Massaua nel 1885 dell’esercito piemontese: così nasceva la prima «colonia […] usando gli stessi metodi repressivi [impiegati] vent’anni prima nella guerra al brigantaggio».

I richiami tra il Sud Italia e l’Africa o anche l’Oriente sono temi assai longevi. Il perché è da ricercare in una sommatoria di latitudini e in quel tutto omogeneo culturalmente e politicamente che, come insegna Edward Said, contrappone per una forma di governo del sapere e della forza un Occidente, patria del progresso e modernità, all’Alterità per eccellenza, ossia l’Oriente, il Mediterraneo, il Sud: luoghi dei cliché e dei modelli altri, terre e mari pericolosi, oscuri, passionali quanto violenti, perciò inaffidabili e infingardi. Interpretazioni dualistiche, dicotomiche: tanto semplici quanto ardite nel racchiudere civiltà millenarie in una o più formule fondamentaliste. Negli anni Novanta, il testo Italy’s “Southern Question”: Orientalism in One Country, a cura di Jane Schneider, è stato pioniere nell’affrontare la storia del Sud Italia e dei suoi stereotipi attraverso l’orientalismo. Si può, quindi, ripensare i termini tanto dell’antimeridionalismo quanto della stessa “questione meridionale” come un problema di storia culturale, di orientalismi, come una rappresentazione che, pur dovuta a un insieme di peculiarità e squilibri strutturali, non si limita a tradurli in discorso, ma li seleziona e organizza in un quadro denso di elementi ideologici, come l’idea delle “due Italie”. Appaiono paradigmi di un positivismo d’altri tempi, quando la scienza misurava crani e collegava pazzia, intelletto e criminalità. Tuttavia, in questa dicotomia si agitano tesi sul carattere dei meridionali ancor oggi saldamente attive, per lo più liberal e neocon statunitensi, com’è quella di “familismo amorale” del sociologo Banfield oppure la tesi sullo spirito “un-civic” di Putman.

Una prima immagine complessiva del Mezzogiorno risale al Grand Tour del Sei e Settecento, al lungo viaggio nel Sud Europa e nel Mediterraneo effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea, destinato a perfezionare il loro sapere con partenza e arrivo in una medesima città. Durante quel periodo il Mezzogiorno è divenuto terra conosciuta in tutta Europa e da lì, se non nacquero, certo conobbero una larga diffusione gli stereotipi sulle genti meridionali. Diavoli che abitavano un paradiso terrestre, gente superstiziosa e arretrata, più degna di essere accostata ai popoli orientali che non a quelli civilizzati del vecchio continente. Lì allignano, dunque, le radici del rapporto tra Sud e Oriente. Vi si aggiungeva oltremodo il ricordo della lontana rivolta di Masaniello del 1647: la comparsa sulla scena politica della plebe napoletana, un’orda di gente cenciosa e oziosa che se per un verso ricordava l’indolenza degli asiatici, per altro aveva anche dato prova di ferocia.

napol_san_gennaro_0Tuttavia è il Settecento la stagione nella quale tutti gli stereotipi sul carattere dei meridionali presero forma, portati a sintesi anche dalla fine tragica della Repubblica di Napoli del 1799, quando i lazzari tumultuando agevolarono il ritorno dell’esercito della Santa Fede del cardinale Ruffo, con l’epilogo dell’eccidio giacobino. Nel Settecento e, di riflesso, nella Restaurazione borbonica, la storia si sarebbe incaricata di contenere gli stereotipi e rilanciarli, attutirli e ingigantirli, smorzarli e rinvigorirli, sempre a seconda dei differenti tempi della politica. In tal modo, essi sarebbero divenuti, anche se apparentemente identici, cosa sempre diversa e niente affatto comparabile. Seguire il filo della loro presenza nel discorso pubblico sarebbe pertanto illusorio e soprattutto fuorviante perché suggerirebbe linearità dove invece sta irregolarità e impedirebbe di cogliere le motivazioni sempre diverse, che sono alla base della loro ricomparsa e della loro riformulazione. Così, sempre gli stessi topoi, gli stessi cliché, da un lato sarebbero venuti utili a un mercato editoriale che sulla scoperta dell’esotico avrebbe puntato molto, da un altro avrebbero fatto il gioco di chi, nel Mezzogiorno stesso, aveva interesse a far mostra di tanta arretratezza per profittarne prontamente, da un altro ancora avrebbe addirittura legittimato opzioni culturali tra loro diverse, quando non contrapposte, accomunando, negli stereotipi impiegati, la resistenza a ogni cambiamento sociale alla drammatica presa d’atto dell’impossibilità invece di riuscire a trasformare un mondo troppo arretrato.

Una riflessione conclusiva di questo breve viaggio sul crinale storico del luogo comune ci riporta alla tradizione di studi meridionalista. Secondo una logica puramente difensiva, che suggerisce di replicare sul punto specifico dell’accusa, gli studiosi poi definiti “meridionalisti” avrebbero solo cercato di rispondere alla grande questione, da altri sollevata, dell’immaturità politica del Sud. Col senno di poi, un meridionalismo in risposta a posizioni anti-meridionali. Seguendo questa logica, il gioco di specchi vede confrontarsi posizioni che sostengono, da un lato, che il processo unitario sia uno dei momenti risorgimentali dei grandi moti nazionalistici dell’Ottocento, per cui la “questione meridionale” è inerente ai dislivelli regionali – oggi parleremmo di “modernità differite”; dall’altro, in risposta a queste tesi, vi sono invece posizioni che intravedono nell’Unità d’Italia un processo di invasione e/o di annessione coloniale.vesuv-warhol Indubbiamente in questa logica vi è tanto di vero in ognuna delle parti. Tuttavia, di là degli squilibri strutturali, della precarietà economica, delle condizioni infrastrutturali, l’aspetto che va illuminato è quello della funzione ideologica della produzione del discorso su Napoli e sul Mezzogiorno e come il dispositivo discorsivo eserciti le sue influenze in chi rappresenta e in chi viene rappresentato. Per Stuart Hall, il potere della rappresentazione è proprio questa doppia funzione e ad essa è collegata la capacità di dare valore e autorevolezza agli oggetti culturali storicamente artefatti, in quanto oggetto di relazioni di potere. Detto fuori dai denti: non funziona così tanto il dispositivo Saviano quanto la reazione contrappuntistica di De Magistris?

Ne Il caso Piegari. Attualità di una vecchia sconfitta, Ermanno Rea riflette sulla figura di Guido Piegari e del Gruppo Gramsci, ripercorrendo le tappe del cambiamento del meridionalismo comunista da teoria e pratica di emancipazione sociale delle classi subalterne in un quadro nazionale a opzione di lotta politica di quadri di partito influenzati dalla normalizzazione e dal compromesso togliattiano. Tra la fine degli anni Quaranta e la metà dei Cinquanta, ancora prima che nascesse, si è paradossalmente chiusa una parabola, accartocciata nel proprio spazio meridionale. L’approdo a un luogo della memoria dove la chiusura e la provincializzazione hanno reso ancor più subalterna e residuale la lotta di classe nel Sud Italia. In quegli anni, per ragioni puramente interne al PCI, dettate da Togliatti, vennero sacrificate, da una parte, le istanze della Resistenza; e dall’altra, la costituzione di quel blocco sociale di interessi fra lotte contadine per la terra, proletariato cittadino nel Mezzogiorno e gli interessi operai delle fabbriche postbelliche.
Il Gruppo Gramsci perse dinanzi alla linea di Giorgio Amendola e di Giorgio Napolitano e Piegari subì le conseguenze fino a morirne. Uomo dagli ampi ideali e dalla cultura umanistica profondissima, come tante e tanti in quegli anni che risentivano anche dell’attività vivissima di Benedetto Croce, non poteva sopravvivere all’opportunismo della linea di Amendola e Napolitano dettata da Togliatti. Il trasformismo e il localismo erano le leve per far pesare il ruolo autonomo delle lotte meridionali all’interno di una contrattazione nazionale da cui sarebbe uscita la dirigenza nazionale. Secondo le parole di Gerardo Marotta:

«la contrapposizione era questa: europeismo e larghe vedute da una parte, provincialismo e arrembaggio dall’altra».

Ancor oggi, sul corpo vivo della città, fra l’“inferno” e il “paradiso”, si montano letture, narrazioni e rappresentazioni, con riflessi in campo economico e politico. Eppure ognuna di queste trattazioni sono asfitticamente rinchiuse in quel «provincialismo» per cui Napoli è eccezionalmente e commercialmente altra, e per la narrativa e per il turismo. A quando le larghe vedute?