di Andrea Ruben Pomella

Anche per il 2016 la città di Napoli segna un record di affluenze all’interno di un tr end di crescita degli ultimi anni, con quasi tre milioni di turisti; un fenomeno di tali proporzioni, e prima d’ora inedito per la città e il suo centro storico, inizia a occupare una posizione sempre più di rilievo all’interno del dibattito pubblico cittadino. Ogni settore sociale interessato da queste trasformazioni, a modo suo, prova a prendere parola: da un lato, la totale deregolamentazione dei flussi turistici e del loro impatto urbano, trasformano indiscriminatamente il territorio e incidono sulle abitudini della popolazione, stimolando l’espressione di un disagio canalizzato da discorsi securitari; da un altro lato, la politica istituzionale, finora autoglorificatasi dei risultati ottenuti dal “puro e semplice” lasciar fare, governa tale disagio con i tavoli sulla sicurezza pubblica con Prefettura e Questura; da un altro lato ancora, i movimenti sociali cercano di dare le loro interpretazioni e risposte alle istanze di una città profondamente cambiata rispetto a quella che hanno imparato a conoscere nel tempo. Di fronte a questa affluenza “inaspettata”, possiamo dire che l’economia, lo spazio urbano e le abitudini si sono progressivamente saldate per rispondere a una nuova “domanda”: quella del cibo veloce, dell’itinerario turistico, della passeggiata sul lungomare, dello spazio del divertimento, dell’Airbnb e così via.

 

1. Welcome tourists, fuck refugees

In prima battuta, ci sembra che dal calderone del dibattito sulla cosiddetta “movida” emergano sintomi relativi a fenomeni comunque diversi tra loro e che, pur facendo parte della stessa trasformazione urbana, andrebbero analizzati singolarmente più nello specifico: mercato del lavoro, uso degli spazi pubblici, violenza, vivibilità, sicurezza, sono tra i temi più ricorrenti. Eppure, il dibattito cittadino sulla “turistificazione” del centro storico è sostanzialmente appiattito su come governare al meglio, e dal suo stesso interno, un processo che può anche divenire giusto e redditizio se regolamentato e reso meno iniquo; la logica su cui si fonda sembra dunque essere unanimemente accettata. La ricchezza portata dai turisti garantirebbe incentivi per certe attività economiche, che a loro volta offrirebbero maggiori possibilità lavorative; questa pare, oggi, la formula vincente per iniziare ad affrontare i problemi reali della città, il cui nodo da sciogliere starebbe soltanto nella “socializzazione” dei benefici. D’altro canto, dietro l’abbaglio della città solare popolata da milioni di visitatori, si nascondono i chiaroscuri di una realtà tutt’altro che limpida: se da un lato, ad esempio, si è notata l’esplosione di attività commerciali legate al ristoro, al divertimento e al cibo in generale, lasciando presupporre un aumento di reddito per fasce prima danneggiate dalla crisi; dall’altro lato ci dovremmo chiedere che prospettiva di stabilità offrono queste attività, come avviene il reclutamento al lavoro, quali sono le competenze richieste, quali le condizioni in cui si opera, che tipo di impatto hanno sull’economia e sulla popolazione locale. Il dibattito si è, a questo riguardo, giustamente concentrato sull’entità del lavoro nero e grigio in questo nuovo assetto economico della città – fenomeni, in ogni caso, già conosciuti – vale a dire sul costo umano in termini di salario orario, disciplina lavorativa e ore lavorate, celate dall’aperitivo o dalla pizza servita. Nella città dell’accoglienza, però, il contributo della popolazione non-bianca, la messa al lavoro del dispositivo di razza, del suo “lato nero”, al sostenimento della “Napoli che cambia” non è altrettanto degno di nota; così com’è stato posto, anche da parte dei movimenti, il dibattito non ci sembra differire molto dalla retorica, ormai consolidata, per la quale siamo sempre più abituati a parlare genericamente di “immigrazione” e “migranti”, in un contesto d’eccezione e di emergenza permanente, e sempre meno di “razza” e “razzismo”, e meno che mai di “razzismo strutturale” o di “segregazione”, nel contesto quotidiano delle nostre pratiche culturali. Poco indagato o messo in luce anche il costo dell’intero processo dello sfruttamento di genere e del suo intersecarsi con quello di razza. Così facendo, si rischia di destinare all’oblio le decine di migliaia di persone che vivono da decenni nei quartieri popolari di Napoli, ne frequentano le scuole, i pronto soccorsi, gli uffici postali, che puliscono le nostre case o accudiscono i nostri anziani, che subiscono ogni giorno la segregazione sociale e culturale pur costituendo una parte determinante di quel mercato del lavoro sommerso che regge la trasformazione cittadina. Socializzarne i benefici e rivendicare politiche di regolamentazione di un mercato del lavoro sempre più razzializzato e da sempre legato all’informalità, non diventa, quindi, un dibattito scontato che ci pare risolvibile con vecchi schemi di intervento politico. A questo riguardo, forse, ci si è fatti troppe poche domande e si è preferita la possibilità di cavalcare l’onda di un entusiasmo che non riesce, a parer nostro, ad avere una prospettiva di lungo respiro. Tale omissione ci appare poi gravida di conseguenze, vista la crescente razzializzazione della politica e delle questioni sociali, dal basso (e purtroppo anche a livello popolare) e dall’alto, sul piano locale tanto quanto su quello nazionale.

Un altro degli elementi che ci pare poco affrontato nel dibattito pubblico è l’impatto sociale di questi processi globali; un particolare che ci sembra uno dei limiti in cui è rimasta irretita anche una certa sinistra antagonista. Senza addentrarci ora in confronti, indubbiamente utili, con altre realtà europee – pensiamo alle grandi capitali Londra, Parigi, Berlino, ma soprattutto a Barcellona, Atene, Lisbona – che hanno vissuto (o stanno vivendo) fenomeni simili a quelli che si stanno verificando in città, vorremmo porre l’accento su quello che sembra essere il prezzo da pagare, materiale e simbolico-discorsivo, innescato dai cosiddetti fenomeni di “riqualificazione” e “rilancio” urbano nell’attuale fase neoliberale ed “estrattiva” dell’accumulazione capitalistica. Abbiamo accennato ad alcune questioni rispetto al mercato del lavoro, ma il costo materiale di tali processi riguarda anche altri aspetti che meritano di essere nominati: in primo luogo la destinazione del patrimonio immobiliare della città e l’impatto che questo processo in corso ha sulla popolazione residente. Fenomeni di spopolamento di alcuni quartieri che compongono il centro storico UNESCO, a favore di un esodo verso le periferie di nuova urbanizzazione, non sono certamente di recente manifestazione ma affondano le loro radici nella stessa storia urbana della città, in particolar modo a partire dalla (e a causa della) gestione dell’emergenza terremoto del novembre 1980. Oggi, però, di fronte a una graduatoria ventennale di assegnazione di alloggi popolari – che, in quindici anni, ha dato sistemazione a poche migliaia di persone su ventimila aventi diritto – e migliaia di ingiunzioni di sfratto per morosità – al 2014 circa seimila le richieste esecutive nel territorio di Napoli e provincia – l’impatto dei flussi turistici aggrava la situazione di emergenza abitativa. A tal proposito, è stata di recente presentata alla Sala Nugnes del Consiglio Comunale una ricerca sulle piattaforme di locazione turistica, nello specifico di Airbnb: ne è emerso che circa diecimila abitazioni nel centro storico sono a disposizione della piattaforma, e che circa il 70% di queste ultime sono intere abitazioni sottratte alla locazione ordinaria. Si dice ancora troppo poco, però, che lo sviluppo di questo tipo di processo porta quasi sempre alla concentrazione della proprietà immobiliare in poche mani, come ormai mostrano numerose e importanti ricerche svolte all’estero. Un aspetto che andrebbe approfondito è, dunque, la composizione sociale di quella porzione di abitanti proprietari degli immobili effettivamente destinati alle piattaforme: dai numeri forniti dalla ricerca sopracitata su Airbnb a Napoli, possiamo affermare che il principio di “sharing”, basato su una effettiva condivisione del posto letto della abitazione in cui si vive, si perde con la locazione di immobili interi che, oltre a essere sottratti al mercato ordinario, sono con tutta probabilità seconde proprietà. Possiamo, quindi, ipotizzare che, lìddove non si tratti di grandi proprietari, questo “nuovo” mercato induca la classe media impoverita a sopperire allo smantellamento delle politiche sociali, alla progressiva erosione del “welfare familiare” e a lavori sotto qualificati, affittando le proprietà in possesso per riuscire a sbarcare il lunario. In generale, la tendenza delle proprietà ad affidare gli immobili a piattaforme di “sharing” o ad agenzie per case vacanze, risulta essere evidenziata da casi di sfratto, come accaduto in un edificio di proprietà dell’ex assessore regionale al lavoro Severino Nappi, oggi gestito dalla Napoli Boundless. La ricerca si articolava anche nella individuazione del tipo e del numero di esercizi commerciali presenti nella zona dei Decumani, rilevando il progressivo snaturamento economico del territorio. Tutti questi elementi ci restituiscono uno scenario che rende sempre più difficile la permanenza delle classi popolari che hanno storicamente abitato il territorio; pensare che simili processi siano lineari rischierebbe, però, di portarci a eccessive semplificazioni e, proprio per questo, si può in ogni caso constatare che la componente popolare di buona parte dei quartieri del centro storico UNESCO è ancora presente. Da questo punto di vista è interessante aggiungere che parallelamente a una razzializzazione marcata del mercato del lavoro si stia verificando anche una sorta di conseguente razzializzazione/segregazione spaziale degli abitanti del territorio – nella sola Municipalità 2 sono registrati circa il 20% di residenti stranieri su una popolazione di meno di centomila abitanti. Guardandola da questa prospettiva, la zona dei Decumani, che è il cuore del progetto di trasformazione e riqualificazione della città, si trova, in un certo senso, accerchiata da concentrazioni di spazi che presentano bassi livelli di reddito, elevata dispersione scolastica, difficili condizioni abitative e sono in gran parte abitati da chi poi è occupato nell’indotto di queste nuove attività economiche. Se questi aspetti incidono su un piano materiale di cui diventa sempre più difficile intercettare le istanze di miglioramento, anche sul piano simbolico ci pare si lasci sempre più spazio al discorso neoliberale sulla “produzione” degli spazi urbani.

2. Dis-alienazione alienata nel neoliberalismo europeo

In questi anni è stato sotto gli occhi di tutti che la zona dei Decumani si è sempre più popolata di turisti e si è sempre più direzionata verso l’offerta di servizi di intrattenimento; allo stesso modo è stato evidente che gli spazi di aggregazione pubblica del centro storico sono stati “invasi” da sempre più persone. Da qui, nasce l’esigenza di governare un altro fenomeno legato a doppio filo con la trasformazione cittadina, quello della “movida” propriamente detta: ciò che ci chiediamo, però, è cosa determina l’esplosione mediatica di alcuni episodi di violenza legata ai luoghi di divertimento e perché siamo indotti a pensare che sia un fenomeno nuovo. A memoria di molti, le piazze del centro sono sempre state importanti luoghi di aggregazione, in netta controtendenza a un modello culturale europeo sostenuto da una progressiva frammentazione sociale, così come la violenza non è mai stata un fenomeno sconosciuto nelle strade del capoluogo partenopeo; cos’è allora ad essere mutato nella percezione collettiva? Non pensiamo di essere in grado di fornire una risposta definita a questo interrogativo, ma ci sembra importante sottolineare l’impatto culturale che l’uso, o meglio il consumo, degli spazi pubblici sta avendo sul territorio: anche se con le contraddizioni di una realtà subalterna e coloniale, la città di Napoli è investita dalle stesse tendenze globali che hanno reso i centri delle metropoli più importanti del mondo dei veri e propri ghetti per ricchi; si perde progressivamente un uso sociale degli spazi pubblici, e prende sempre più piede una logica di consumo dello spazio, che diventa sempre più soggetto alle regole del profitto e della rendita. L’importanza dell’intrattenimento, inteso in un senso di puro consumo del divertimento, in questo nuovo ordine di cose appare dirimente per la definizione di uno spazio, il centro storico, che di giorno è il grande patrimonio culturale da visitare e la sera è un luogo d’incontro di una socialità sempre più alienata, senza alcuno stimolo culturale, senso di comunità e sempre meno legata al territorio. In questo senso, crediamo valga la pena provare a svolgere una battaglia culturale contro-egemonica rispetto a questo ordine del discorso.

Guardiamo, ad esempio, la zona tra largo Giusso e p.zza Banchi Nuovi – poche centinaia di metri quadri, inseriti in uno dei quartieri più popolari del centro – sono presenti circa quindici bar e una manciata di take away; oppure se guardiamo p.zza S. Domenico Maggiore noteremo che lo spazio non occupato dalle dozzine di tavolini e tendoni di pizzerie e bar è ormai ridotto a un fazzoletto di vasoli di bugnato e all’obelisco – sarebbe più facilmente accettato se i ristoratori pagassero il suolo pubblico? Situazioni simili estese per tutta la zona dei Decumani hanno prodotto una reazione generalizzata da parte dei residui nuclei di residenti, causata dal peggioramento della vivibilità del territorio e interpellata da un senso comune sempre più di destra incentrato su rivendicazioni di maggiore controllo, presenza di forze dell’ordine e di sicurezza intesa in termini di maggiore severità e afflittività della sanzione penale. E’ su questo piano discorsivo che, forse, si riscontrano le difficoltà più insidiose per chi partecipa alla vita sociale e politica della città con un obiettivo di critica radicale; negli ultimi sei anni l’operazione di Luigi de Magistris sul futuro della città, sebbene con periodi di maggiore o minore fortuna, non è mai stata messa sostanzialmente in discussione da nessuna parte sociale, salvo la sua opposizione politica nel Consiglio Comunale.

La maschera di discontinuità della seconda amministrazione arancione, rispetto alla governance neoliberale europea, non fa dunque che dissolversi nell’aria, per citare il buon vecchio Marx, di fronte al governo reale della città: potremmo prendere ad esempio tanto il fallimento dell’Anm, quanto l’inconsistenza delle politiche per la casa, così come ne è esempio la tendenza normativa a sostenere un uso privatistico degli spazi pubblici, rappresentata da un insieme di delibere contenute nel progetto “Adotta la città”. Così facendo, il governo locale, si legittima a cercare all’esterno forze economiche ed energie creative di trasformazione che perseguono interessi particolaristici; attraverso queste iniziative istituzionali, travestite dalla retorica della partecipazione, si creano, d’altronde, le condizioni per alienare progressivamente dai propri spazi urbani quella parte di tessuto sociale “incapace” di adattarsi a un nuovo e perverso contesto, fatto di aumento dei prezzi in funzione di una domanda “più ricca” derivante dall’aumento dei flussi turistici; di chiusura di esercizi commerciali storici, a causa delle nuove esigenze economiche; di aumento degli affitti, a fronte di una diminuzione del valore di vendita degli immobili; di gerarchizzazione territoriale a scapito di funzioni sociali, come, ad esempio, la delocalizzazione dei presidi ospedalieri. La profonda volontà trasformativa del tessuto urbano, di adeguamento a standard “occidentali” ed “europei” di governo dei territori come simbolo di “riscatto civile”, non riguarda evidentemente le fasce sociali maggiormente in difficoltà, in un territorio che porta con sé una multi-problematicità non risolvibile attraverso processi di “decongestionamento”, mossi da un principio di riqualificazione applicabile indistintamente tanto a Berlino quanto a Napoli. Tutto sommato non è difficile constatare qui una certa somiglianza con qualcosa che si è verificato all’estero in passato, negli anni della cosiddetta “Terza via” o di apogeo dei diversi tipi di “blairismi” o “veltronismi”: un tipo di governance assai efficace nel combinare una retorica progressista a un processo di neoliberalizzazione profonda dei territori e della popolazione. Sappiamo poi ciò che è venuto dopo.

Abbiamo bisogno, dunque, di ripensare collettivamente un piano di critico radicale delle attuali trasformazioni urbane e di riportare al centro del dibattito le eterne rimosse periferie di questa città; questo compito presenta, a nostro parere, enormi margini di lavoro. Occorre pensare forme sperimentali di sistemi di relazioni politiche e sociali che abbiano come principali protagonisti le nuove soggettività e le istanze che portano con loro. Interpellare nuove soggettività significherebbe ricominciare da una messa in discussione di alcune delle proprie certezze, forse non più in grado di riflettere sulle esigenze di un presente in continua trasformazione. Potrebbero essere proprio queste nuove soggettività a portare “l’anomalia napoletana” in una dimensione reale di messa in discussione dei rapporti di potere locali.