Traduzione di Carolina Bottone

Impossibile integrarsi in una città dove l’economia informale regna e il razzismo cresce. La situazione è peggiorata ancor di più dall’ingresso della Lega al governo.

Napoli, Italia. Accompagnato da qualche parola e dallo zucchero, il cameriere, sulla ventina, porta il suo caffè a Youssouf. Il cliente ha due volte l’età del cameriere. Abitudinario del luogo, Youssouf Rampa in venti anni ha visto crescere il ragazzo, tempo che coincide esattamente con il suo arrivo nel quartiere. Il giovane italiano si diverte, felice di avergli ricordato che sarà presto “rimandato a casa sua”, in Burkina Faso.

Youssouf, fino ad allora in piena conversazione, si zittisce. E si ferma. Si sentono solo le voci dei commenti di una partita del campionato italiano, sputate dalla televisione di questo bar del quartiere. I passanti, ipnotizzati dallo schermo agganciato al muro, sono indifferenti alla scena che va svolgendosi sotto i loro occhi. L’atmosfera si distende. Youssouf rompe il silenzio. “Di insulti ne ricevo tutti i giorni. Psicologicamente è dura.” Con la campagna elettorale e poi l’elezione di Matteo Salvini, lo sguardo della popolazione italiana sull’immigrazione è cambiato. L’attenzione mediatica si è focalizzata sugli stranieri. “Sono venti anni che questa situazione peggiora, il referente oggi è Salvini.” “L’immigrazione non è più vista come prima, spiega Camille Schmoll – sociologa all’Università di Paris Diderot – Napoli tuttavia non è ancora travolta. Bisogna decostruire quest’idea di ondata migratoria.” Questa percezione ha, però, un impatto concreto che sta portando a trasformare alcuni quartieri, come la stazione, dove sono stati aperti diversi centri d’accoglienza.

Rabby Nougtara è un “anziano”, uno dei primi immigrati dell’Africa dell’Ovest. Arrivati da lui, sigaretta alla mano, prepara un tè verde concentrato “a modo nostro” che, promette, “vi libererà l’intestino”. E’ arrivato in città alla fine degli anni ’90, con il suo visto turistico. Youssouf, venuto subito prima di lui, lo “costringe” a restare in Italia nascondendo la sua valigia. Rabby non ha occhi che per la Francia. Napoli contava allora pochi immigrati. Incontrando gli africani, “i napoletani vedono un’altra miseria, che è un modo di dimenticare la loro.”

L’immigrazione è un fenomeno piuttosto recente a Napoli, secondo Salvatore Strozza, demografo che lavora sull’immigrazione presso l’Università di Napoli Federico II. Gli eritrei sono stati i primi a essere arrivati, negli anni ’80, a causa della guerra civile. Il primo gennaio del 2017, sono stati registrati poco più di 93.000 stranieri extracomunitari. Questa cifra include i regolari al di fuori dell’Unione Europea. L’Italia ne ha registrati, nella stessa data, intorno ai 3.700.000. A Napoli, il 3.3% dei residenti sono stranieri non europei, ben lontani dall’11,6% di Milano, che arriva in testa alla classifica.

Napoli città aperta

Napoli si configura come città aperta e terra d’accoglienza, come ricordano gli operatori delle organizzazioni cittadine e i colori delle sue scelte politiche. Alla vista delle sue strade strette e delle sue facciate insieme decrepite e magnifiche, la città è anarchica e anarchista. Gli abitanti non mancano di ricordare che nel 1943 Napoli si è liberata da sola dall’occupazione nazista e che tutt’oggi resiste alle politiche del governo centrale. “Oggi, per fortuna che noi abbiamo Luigi De Magistris, un sindaco progressista!” commenta Claudia, militante di un movimento antifascista locale chiamato Insurgencia. Quest’ultimo è stato eletto con il 66% dei voti.

Il 5 gennaio scorso, Claudia ha partecipato alle manifestazioni organizzate in città per sostenere la nave da salvataggio Sea Watch, alla quale il sindaco ha aperto i porti della città, dichiarando che Napoli è un “porto aperto”. Matteo Salvini, il ministro degli Interni, ha vietato l’accesso alle coste per i quarantasette migranti che si trovavano a bordo, mentre il loro viaggio era trasmesso dai media, al ritmo di numerosi divieti di accostarsi. Napoli, come Palermo o Firenze, ha rifiutato di applicare le disposizioni del decreto Salvini, rientranti nell’ambito di competenza dei comuni, e permettendo ai richiedenti asilo di continuare a risiedervi legalmente. Promulgato nel novembre 2018, il testo di legge vieta – tra le altre cose – alle persone titolari di un permesso di soggiorno, di ottenere il diritto a una residenza in Italia, necessaria per accedere ai servizi sanitari oppure ai centri d’impiego. “Alcuni napoletani onorano l’idea di ospitalità”, riassume Pierre Preira , a capo della comunità senegalese della città. “Ma io ho paura che la maggior parte non sia ancora pronta.”

Ho resistito così tanto qui, che ho dimenticato la mia età

Youssouf Rampa, burkinabè

Secondo Salvatore Strozza, gli sri lankesi costituiscono la comunità più integrata, dopo gli ucraini, con poco più di 15.000 persone registrate dal ministero degli Interni nel 2017. Si stabiliscono a lungo termine, vivono tra di loro. Ma non tutti i membri delle comunità beneficiano di un tale sostegno.

Il razzismo, fatto sociale

Incapace di dire spontaneamente la sua età (“1977… quanto fa?”), Youssouf invece ricorda perfettamente la data del suo arrivo in Italia: sono venti anni. Il 10 dicembre 1998, Bruxelles. Il 24 dicembre, Napoli. “Ho resistito talmente tanto qui, che ho dimenticato la mia età.” Nel 2001, la donna italiana che frequenta scopre di essere incinta di una bambina, ma la famiglia della donna non vuole che la bimba porti il cognome di Youssouf. “Da noi, se il bambino non porta il cognome del papà, non è suo figlio.” La situazione è umiliante. “Quando l’ho saputo, ho pianto. Ho capito che non sarei più ritornato a vivere in Burkina.” Resta per sua figlia.

Da quando sono a casa mia, nessun italiano è venuto a prendere una birra.

Youssouf non è un caso isolato. Rabby Nougtaratou si ricorda del suo matrimonio con Anita. “Nessun membro della sua famiglia è venuto al matrimonio. Loro provenivano da un paese vicino Napoli dove non si erano mai visti immigrati.” Il razzismo non è un fatto nuovo, ma per Youssouf, è “diventato un fatto sociale”. Il moltiplicarsi delle piccole e grandi umiliazioni nei confronti della popolazione immigrata ha allentato i legami con gli italiani. Le amicizie sono rare. “Da quando sono a casa mia, nessun italiano è venuto a bere una birra.” A parte lui, che passa in scooter. Sulla trentina, si ferma e salta sul marciapiede. La schiena dritta, sta di fronte al burkinabé, sempre seduto. Il suo braccio destro si alza. Forma una pistola con le sue dita e spara. La pallottola immaginaria va a ficcarsi nella testa di Youssouf. “Ti fucilo.” Youssouf corre verso di lui, lo insulta e poi lo abbraccia. “Lui è mio amico, – dice in un sorriso – ma dicendomi questo, afferma la sua superiorità. Mi ricorda che può farlo, anche se io so che si diverte.”

Il centro prima era pieno di africani, era il solo angolo dove ci si sentiva liberi.

I membri delle comunità straniere non escono più frequentemente dai quartieri in cui sembrano autorizzati a stare. “La maggior parte dei giovani africani della stazione non viene più nel centro della città”, conferma Raffaella, che ha creato un’associazione di aiuto agli immigrati ad Avellino, una città della Regione di Napoli. “Venti anni prima, si riusciva ad avere molti più contatti con loro. I nigeriani organizzavano feste nei bar del cuore del centro storico e si mischiavano agli studenti e ai residenti.” E’ così che lei ha incontrato molti dei suoi amici stranieri. E, sempre lei, osserva il razzismo di cui sono vittime: “I miei amici neri devono sempre dimostrare di essere migliori.” Youssouf ricorda che “il centro era pieno di africani prima, era il solo angolo in cui ci si sentiva liberi”.

Progressivamente, i residenti hanno iniziato “a far circolare petizioni per cacciare gli stranieri dai quartieri, lamentando alcune violenze” secondo Abraham Kouadio, interprete alla Prefettura. “Io non incontro più dei francesi o degli studenti adesso: al centro non ci vado mai, è riservato ai turisti”, si rassegna Youssouf.

Terra di passaggio

Arrivato a Napoli per motivi economici, Youssouf pensava di restare non più di due/tre anni. “La marginalità di Napoli ha spinto a lungo ad identificare questa città solo in una terra di passaggio – scrive Camille Schmoll, nella sua tesi Dinamiche migratorie e traffici commerciali a Napoli – e non in una città d’integrazione”. Attraverso dei lavoretti in nero, Rabby riesce a stento a sopravvivere. In questo periodo, ha iniziato aspettando dall’alba nella piazza centrale per dei lavoretti di muratura con altri precari, “allineati come prostitute”, per poi vendere CD contraffatti su Via Toledo. Altri lavorano per la camorra, la mafia napoletana. “Se vuoi stare tranquillo, scegli di farci parte. Ma è più semplice entrare che uscire”, confessa Bouyagui Konate, un malese di 21 anni. “Certo che mi hanno proposto di vendere la droga…”, aggiunge Youssouf , senza precisare se l’abbia mai fatto.

Illegalità cronica

Ormai Youssouf esporta parti di macchine usate nel suo paese d’origine. E’ un mese che le sue “carte sono scadute”, ma, “conta di farle rinnovare”. Tutti lo dicono, per gli stranieri irregolari, i controlli della polizia sono rari. E’ ciò che conferma Chris, un venditore di anelli arrivato cinque anni fa dal Cameron. “Aspetto che la polizia passi e poi ritorno. Ma loro sanno che senza gli anelli io potrei fare delle cose illegali per sopravvivere. Senza il permesso di soggiorno, la porta è aperta a tutte le opzioni peggiori …”. Il governo rilascia sempre meno permessi. Secondo Matteo Villa, ricercatore all’Istituto italiano di Scienze Politiche Internazionali, 70.000 persone rischiano di diventare irregolari da qui al 2020 in seguito al decreto Salvini, che ha soppresso la protezione umanitaria dei rifugiati, fino ad allora uno statuto proprio dell’Italia. Il 60% dei dossier sono abitualmente rigettati e questa tipologia di permesso rappresenta un terzo delle domande d’asilo. Questo va ad incidere sulle 107.500 richieste attualmente in attesa, nonché sulle persone che ne avevano beneficiato prima. Gli immigrati vecchi o nuovi si ritrovano gettati nella città in un’illegalità cronica dalla quale è impossibile uscire e ciò crea un problema nella loro ricerca di un lavoro. I “padroni” rifiutano di fare contratti di lavoro per non pagare le tasse. E senza contratto, niente permesso di soggiorno. “Ho dovuto comprare un contratto per 4000 euro, poi pagare io stesso le tasse che il padrone ha rifiutato di pagare – si indigna Youssouf – questo è successo più volte! Lo immaginate?” Lo stesso vale per quelli che andranno a regolarizzarsi , per cui gli ostacoli all’integrazione continuano a presentarsi sul loro percorso. Abraham Kouadio è arrivato nel 2009 dopo essere stato allontanato dalla Costa d’Avorio da un giorno all’altro. E’ un maestro e si impegna nella politica. Durante la guerra, tre dei suoi parenti sono stati uccisi. “Ho visto atrocità, alcune persone sono state giustiziate sotto i miei occhi.”

Ma la sua domanda di protezione internazionale non viene accettata immediatamente al suo arrivo in Italia. Sono quasi tre anni che i dossier sono trattenuti. Dopo il suo passaggio in un centro d’accoglienza, rifiuta di tacere dinanzi alle violenze subite dai militari contro i richiedenti asilo e per questo testimonia in tribunale. Dopo questo evento la commissione avrebbe “negato la sua domanda di protezione”. “L’avvocato – racconta lui – mi ha consigliato di lasciare il centro ed ho dovuto rifare una domanda a Roma.” Lavora oggi come interprete alla Commissione dei richiedenti asilo.

Da Salvini la legittimazione dei gesti razzisti

Abraham ha anche constatato l’aumento del numero e dell’intensità dei gesti razzisti in città, nel suo lavoro e nella vita quotidiana. Egli è stato aggredito per la prima volta verso la fine dell’ottobre 2018 nel quartiere Vasto, nei pressi della stazione. “Ero già stato aggredito in passato, e mi avevano portato via tutto. Stavolta non mi hanno rubato niente. Prova che l’unico obiettivo era l’aggressione.” Al momento dell’aggressione, Abraham stava discutendo con un richiedente asilo che accompagnava nelle sue faccende burocratiche. “All’improvviso, dei giovani mi hanno insultato.” Hanno cacciato una mazza da baseball. Un terzo è arrivato a bordo di una moto. “Ho chiamato la polizia, che non ha fatto nulla. Gli aggressori hanno detto che ero stato io a provocare.” Sul suo referto, il medico indica: “Trauma toracico, trauma al ginocchio. Causa: aggressione fisica.” Gli vengono prescritti dieci giorni di riposo. “Prima, il razzismo esisteva ma lo si teneva per sé”, conferma Antonella Zarrilli, dell’associazione LESS, che aiuta i richiedenti asilo. Bouyagui Konate, giovane uomo di 21 anni, arrivato minorenne a Napoli, ha anch’egli vissuto la recrudescenza della violenza. Di professione chef, è l’esempio di un’integrazione riuscita. Dopo aver aperto un ristorante chiamato Kikana grazie all’aiuto di LESS, è stato invitato alla trasmissione “MasterChef Italia”. Secondo lui, “le cose sono cambiate dopo Salvini”. “Quattro anni fa, era più facile integrarsi nel Paese.”

La cosa più scioccante di queste aggressioni, è quando gli italiani intorno non reagiscono.

Antonella Zarrilli dell’Associazione LESS

Il 21 giugno 2018, mentre sta rientrando a casa dopo il lavoro, vede una macchina passare. E’ mezzanotte e venti, Corso Umberto. La macchina rallenta e le persone che si trovano all’interno abbassano il finestrino e sparano dei colpi con un fucile. Descrivendo la scena, Bouyagui Konate solleva la sua t-shirt e sfiora la sua cicatrice con il dito. Gli italiani che l’hanno colpito “hanno riso tanto”. Il 3 agosto seguente, un venditore senegalese ambulante di 22 anni, è stato colpito da un proiettile sparato da due giovani italiani in scooter. “Ora, quando sono per strada e sento una macchina – riprende Bouyagui – ho un po’ di paura.” “La cosa più scioccante in queste aggressione, è quando gli italiani intorno non reagiscono”, commenta Antonella Zarrilli. All’indomani di queste aggressioni, sono state organizzate in città, da associazioni e partiti politici, manifestazioni in sostegno agli immigrati. “La settimana scorsa, un beninese è stato aggredito. E’ stato quindici minuti a terra prima che qualcuno si decidesse a reagire.” Con un’aria stanca, Abraham confida: “Se tutte queste aggressioni fossero accadute in Francia, il quartiere sarebbe già in fiamme. Per il momento la comunità di stranieri presente in Italia resiste alla violenza. Ma se ciò continuerà, saremo obbligati a difenderci.”

Articolo originale su http://www.slate.fr/story/179076/naples-immigres-racisme-salvini