di Eleonora Meo

 

Ho scelto di iniziare con un titolo interrogativo e volutamente provocatorio per segnare quella che ho percepito come un’assenza.
Mi riferisco all’assenza di Napoli – come città e come realtà politiche – all’interno del dibattito e del percorso che si è aperto lo scorso 8 ottobre con l’Assemblea nazionale di Non una di meno, tenutasi presso la Facoltà di Psicologia de “La Sapienza” di Roma. Se non ricordo male, al di là della recente e circoscritta contestazione in seguito all’aberrante proposta del Fertility Day, l’ultimo appello alla mobilitazione unitaria e di massa delle donne di tutto il territorio nazionale risale a due anni fa, quando ci furono le manifestazioni dell’8 Marzo 2014 organizzate dalla rete Io Decido. Ad ogni modo, soprattutto dopo i numerosi ed efferati atti di violenza e femminicidi narrati dalle cronache negli ultimi mesi – senza contare quelli che non sono riusciti a raggiungere la “sensibilità” mediatica – questa volta era difficile restare a casa. Non sabato scorso almeno. Certo, non è detto che si potesse essere tutte d’accordo con gli orientamenti politici che hanno animato lo spirito di questa convocazione. Tuttavia è anche vero che restare chiuse nella supposta purezza rassicurante del proprio guscio (politico o di pensiero), proteggendosi dalla “contaminazione”, non è detto che si riveli una scelta produttiva.

femminismoIn assemblea eravamo circa 500. Eravamo tante, di tutte le età, di tutte le forme, eterogenee nel vestire e nel nostro modo di essere donne, nei nostri modi di vivere e di pensare il femminismo, di parlare del femminismo. Non partivamo tutte dagli stessi approcci, dagli stessi posizionamenti politici, tuttavia le divergenze emerse non sono diventate un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo comune: ritornare a parlare del patriarcato, delle diverse forme della violenza di genere e della subordinazione sistematica della donna. Insomma “tornare ad essere politiche”, come è stato detto. Senza retorica nei linguaggi, senza vetrine identitarie, senza quel sentore di stantio che a volte si può avvertire in certi luoghi, in certe occasioni, eravamo vere nelle nostre eterogeneità, nella nostra volontà di essere lì riunite per tentare di gettare le basi di un percorso comune e condiviso da tutte le realtà che abitano la complessa costellazione femminista. Certo, eravamo esclusivamente bianche e per la maggior parte di classe media – e questo costituisce sicuramente un punto su cui si dovrà lavorare – ma questo non ci ha impedito di riflettere sul complesso legame che la subalternità di genere ha con il sistema capitalista, con la recrudescenza che essa assume unita alla razza, ovvero dell’intersezionalità e delle differenze che attraversano i corpi delle donne. Le realtà presenti provenivano da tutta Italia (dal profondo Nord al profondo Sud), erano molto eterogenee, sia per tipologia che per orientamento politico – hanno partecipato collettivi studenteschi, reti, singole donne, collettivi politici, giornaliste, associazioni istituzionali, associazioni culturali, Onlus, cooperative, sindacati, sportelli e centri anti violenza, associazioni LGBT, Queer, ecc. Alcune di queste realtà erano anche piuttosto vicine alle istituzioni, ma ciò non ha impedito che in assemblea si portasse avanti un discorso che si è connotato costantemente come femminista. Tra i tanti temi si è parlato dell’urgenza di una presa di parola che sia anche maschile, poiché il problema della riproduzione del sistema patriarcale non deve essere considerato un problema delle donne, una mera questione privata femminile. Una critica al sistema patriarcale che parta anche dal punto di vista maschile sarebbe, in questo senso, un contributo alla decolonizzazione dei generi e dei saperi sui generi, chiarendo che all’interno di questo sistema di oppressione e di violenza non è solo la ”donna” a non essere un soggetto libero, nonostante sia quella che subisce i danni maggiori. Purtroppo gli uomini presenti erano molto pochi, forse perché si continua a considerare le questioni di genere un problema o una tematica esclusiva delle donne. Ad ogni modo, si è sollevato anche il problema del sessismo nel movimento (tema che è andato a costituire uno degli otto tavoli di lavoro che verranno discussi nei prossimi incontri). Si è parlato della necessità di interrompere quella narrazione coloniale che vede il Sud come “terra di patriarcato” rispetto a un Nord civilizzato e libero, e che rappresenta noi donne (ancora di più se meridionali) sempre come vittime: delle violenze, delle discriminazioni – come animali in via di estinzione da salvaguardare, ci promettono le “quote rosa” o la salvezza per mezzo dei buoni volontari dei centri anti-violenza. Si è invece ribadito più volte che siamo noi donne a decidere di uscire dalla violenza, a decidere di intraprendere percorsi di liberazione e di soggettivazione. Si è detto che non siamo più disposte soltanto a protestare ma che vogliamo arrivare a spostare i pesi politici di questo paese, che dobbiamo lottare affinché nascano servizi per le donne, affinché nascano politiche lavorative, di welfare, sanitarie, ecc., che adottino una prospettiva di genere femminista.
E’ stata un’assemblea densa di spunti e ricca di interventi provenienti da molte zone del Sud (sono intervenute diverse realtà della Calabria, della Puglia, della Sicilia e solo una della Campania, da Caserta). Purtroppo c’è da constatare che il femminismo napoletano non era tra quelli presenti. Nessuno degli interventi – e se ne sono succeduti circa cinquanta durante l’intera giornata – proveniva dalle tante realtà che animano e supportano la città di Napoli. Ma è possibile che Napoli sulla violenza di genere e sui femminicidi non abbia davvero nulla da dire? Eppure sembra davvero difficile crederlo, soprattutto dopo la tragedia del suicidio di Tiziana Cantone – morta suicida per vendetta pornografica machista e non per un generico cyberbullismo – che ha scosso la società napoletana soltanto un mese fa.
Per questo dico che l’assemblea dell’8 ottobre è stata un’occasione mancata da parte delle donne napoletane (e con donne intendo libere cittadine, militanti, studentesse, precarie, migranti, ecc.) nel partecipare a un processo ancora in costruzione e che affronta un problema che resta comune a tutte: la subordinazione della donna all’interno di un sistema capitalista, patriarcale e razzista.
Mi viene da pensare che forse il discorso femminista non sia poi così penetrato all’interno della società napoletana, nei nostri modi di vivere o vedere la città, di concepire la famiglia, i rapporti sociali. All’interno dei temi politici dibattuti dalle diverse realtà del territorio sembra che il femminismo resti un supplemento da attivare e disattivare a seconda delle occasioni. La critica femminista non può essere relegata a ruolo ancillare di una presunta politica più “vera”. Inoltre, attualmente, non sembrano esserci a Napoli collettivi politici femministi che siano attivi in modo costante (nelle università credo che addirittura non ne esistano più), ovvero che si pongano come punto di riferimento per una parte considerevole della popolazione. Sia chiaro, non sto assolutamente sostenendo che oggi realtà femministe napoletane non esistano affatto, ma che nell’attuale congiuntura storica esse finiscano per essere più o meno invisibili, perdendo il proprio potenziale di cambiamento. Se non fosse per quelle attività di sostegno alle donne portate avanti con molta fatica e in modo frammentario da ciò che resta della “vecchia guardia” femminista, da coloro che resistono con tenacia allo smantellamento della Casa delle Donne, dai piccoli sportelli di quartiere o dal variegato mondo dell’associazionismo istituzionale e para-istituzionale, potremmo quasi dire che il femminismo a Napoli sia cosa del passato. Ma è davvero così? Qual è, mi chiedo, la percezione delle donne che attraversano la nostra città, il “senso comune femminile”? Dove sono le nuove generazioni?
Certo è che esserci come femministe significa esserci politicamente nel momento opportuno, ovvero lavorare sul quotidiano e nel quotidiano. E sappiamo che il potenziale femminista è presente ovunque all’interno delle pratiche sociali, anche se non si esprime in termini prettamente “politici” sta a noi saperlo decifrare e mettere a valore ai fini del cambiamento sociale.
gesto_femministaUltimamente si sente parlare spesso della ricostruzione dal basso di una Napoli diversa, una Napoli “città ribelle”, pertanto mi chiedo e ci chiedo: come si esprime la soggettività politica delle donne all’interno di questo processo? Non sembra che il femminismo sia tenuto in scarsa considerazione e noi donne abitiamo uno spazio marginale per spostare gli equilibri? In sostanza, qual è il discorso politico femminista – e dei femminismi – che esprime la città di Napoli?
Gli interrogativi restano aperti, così come il percorso verso la preparazione del #26N. Non è mai troppo tardi per rispondere alla chiamata e riprenderci quello che ci spetta.