Un’intervista con il collettivo Londres38

di Carmine Conelli

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Londres38 – espacio de memorias è un’ex centro di repressione e sterminio della dittatura militare di Augusto Pinochet ubicato nel centro di Santiago del Cile. Sin dal 2005 alcuni collettivi, tra i quali il Colectivo119 e il Colectivo Londres38, insieme ai familiari dei militanti desaparecidos, hanno  rivendicato l’edificio per sottrarlo ai tentativi istituzionali di anestetizzare e cancellare la memoria della repressione. Il recupero dell’edificio ha avuto un duplice scopo: utilizzare lo spazio come luogo di testimonianza delle violazioni ai diritti umani avvenute in questa casa, ma anche, a partire da questo spazio, incentivare il dialogo e la discussione intorno a questi temi, non solo riguardo al periodo della dittatura, ma anche in riferimento al presente.

Il lavoro di Londres38 come organizzazione sociale per i diritti umani cerca dunque di contribuire alla conoscenza e alla trasmissione delle memorie e della storia di questo luogo, dei suoi protagonisti e delle relative lucha de la memoria esperienze di lotta e resistenza. L’organizzazione raggruppa ex detenuti sopravvissuti, familiari dei detenuti desaparecidos e giustiziati, vecchi e nuovi militanti di sinistra, che dal 2005 si sono mobilitati per  riportare alla luce la storia e rendere visibile la presenza nella città della prima area di detenzione, tortura e sterminio che funzionò dal 1973 al 1974 in Calle Londres, dove scomparvero e persero la vita militanti del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR), innanzitutto, e di altre organizzazioni della sinistra cilena come il Partido Socialista e il Partido Comunista. Fu a Londres38 che ebbero inizio, in maniera sistematica, le pratiche di sequestro e di tortura seguite dalla desaparición dei prigionieri politici all’epoca del terrorismo di stato instaurato dal laboratorio neoliberista del regime di Pinochet.

Con quest’azione di recupero, i collettivi che animano la casa di Londres38 si son posti l’obiettivo di contribuire alla costruzione e alla risignificazione delle memorie relazionate con il luogo, e più in generale della memoria della dittatura, come si evince dalla campagna in corso per la riapertura degli archivi del regime. In particolare, per “memoria” i militanti dell’organizzazione intendono un campo aperto, un processo di costruzione collettiva che permette di elaborare il passato alla luce delle sfide del presente. Per questo motivo, da Londres38 non cerca solo di ricordare la violenza e la repressione, ma anche di mettere in rilievo quei processi di resistenza che, nati al tempo della dittatura, ancora oggi attraversano la società cilena. Il recupero di Londres 38 come uno spazio di memoria non risponde solamente alla necessità di lottare contro l’oblio e l’invisibilità delle lotte sociali degli anni ’60 e ’70, ma sottolinea anche gli aspetti di continuità tra quelle lotte e quelle del presente, evidenziando la possibilità politica di mettere in discussione il discorso istituzionale rispetto ai fatti del passato recente e al modello di società neoliberista instaurato in seguito al colpo di stato del 1973.

Tra le crepe del sapere codificato prodotto dallo stato cileno, emergono dunque delle storie dal basso che pongono in crisi la narrazione ufficiale, facendo della memoria un sito di contestazione e di lotta più che un oggetto del passato da ricordare. In generale, l’esperienza cilena ci aiuta a decostruire quella visione eurocentrica che vede nella governamentalità e nella produzione di libertà il motore del neoliberismo; al contrario, evidenzia la costitutività della violenza e della repressione all’interno dello stesso progetto neoliberista. La radicalità delle mobilitazioni politiche, ambientali, sociali e culturali nel Cile di ieri e di oggi, rompe la rappresentazione pacifica e pacificata del benessere neoliberista.

È intorno a questi temi che verte la mostra “Brigada Propaganda – 40 años de luchas y resistencia”, organizzata da Londres38 e portata per la prima volta in Europa a Napoli da Deco[K]now presso l’ex OPG occupato  “Je so’ pazzo”, dove sarà esposta con il titolo “Memorie di lotte e resistenza in Cile”. In occasione della presentazione dell’esposizione, che si terrà venerdì 5 giugno 2015 alle ore 18.00, abbiamo intervistato Gloria Elgueta e Juan René Maureira di Londres38, con cui abbiamo discusso dell’eredità della dittatura militare in Cile e dell’importanza delle mobilitazioni politiche degli ultimi anni nel segnalare la continuità tra il regime neoliberista imposto dalla dittatura e i governi democratici dell’ultimo ventennio.

 

  1. Come si è costituito lo spazio di memorie Londres38? Perché lo avete caratterizzato come uno “spazio di memorie” e non come un museo o un centro sociale-culturale?

Juan René Maureira. Londres38 – espacio de memorias si è costituito all’interno della cornice dello stesso processo di recupero della casa. Vari collettivi hanno lottato dal 2005 affinché questo spazio potesse essere recuperato come un luogo di memoria, opponendosi alla decisione del governo Bachelet che voleva utilizzarlo come una futura sede dell’Istituto dei Diritti Umani. Sono stati vari collettivi dunque ad interpellare lo stato affinché questo spazio fosse una testimonianza di ciò che era avvenuto qui, ma che servisse anche alla comunità come uno spazio dove si potesse dialogare, dibattere e realizzare attività. Noi non concepiamo questo spazio come un museo; quando le persone vengono a visitarlo, proviamo a pensarlo nel quadro di un dialogo, in cui noi siamo portatori di una memoria, e il visitatore a sua volta della sua. È il dialogo di queste memorie ciò che genera la costruzione di una memoria collettiva. Dunque, ciò che spieghiamo ai visitatori è che siamo uno spazio di memorie ma anche un’organizzazione sociale che promuove la giustizia, il rispetto dei diritti della persona e che appoggia le trasformazioni promosse al giorno d’oggi dai movimenti sociali.

Gloria Elgueta. A noi non interessa essere un museo perché non vogliamo lavorare solo sulla dimensione di vittima delle persone, seppur riconosciamo che molte di queste persone sono andate incontro alla tortura, alla desaparición, o alla morte e a molte altre forme di repressione che funzionarono sistematicamente nella società. Ma la dimensione o la condizione di vittima non esaurisce l’identità di una persona né di un gruppo sociale. Questa è l’idea sulla quale noi lavoriamo, e in questo senso ci interessa anche comprendere e mettere in relazione la condizione di vittima con le altre identità; identità militanti, sociali, di classe, di genere, ecc.

  1. Come gruppo di ricerca sulla decolonizzazione dei saperi, pensiamo che la modernità riveli, dalla sua nascita, un suo “volto” coloniale. Ovvero, rifiutiamo quelle interpretazioni egemoni che parlano di una modernità nata in Europa per poi diffondersi in altri continenti. Piuttosto, pensiamo che molte volte quelle che in Europa sono percepite come “colonie”, “paesi sottosviluppati” o “terzo mondo” siano utilizzati come laboratori per sperimentare nuovi dispositivi di governo. Tomas Moulian ha definito l’esperienza della dittatura di Pinochet in Cile come una “rivoluzione capitalista”; in particolare come un primo laboratorio a livello mondiale del neoliberismo. Qual è stata precisamente la responsabilità della dittatura nell’avanzamento del neoliberismo in Cile?

G.E. Effettivamente il Cile, in qualche modo, è stato una certa avanguardia capitalista, non solo in America ma anche rispetto ad altri paesi che più tardi adottarono queste trasformazioni economiche, per esempio il Regno Unito con Thatcher. In America Latina, molti paesi adottarono e incorporarono le riforme al codice del lavoro, al sistema previdenziale, al sistema sanitario che erano state attuate in Cile. Inoltre, la desaparición forzata più conosciuta al mondo è sempre stata associata all’Argentina, probabilmente per la grandezza e la rilevanza della pratica e il numero di desaparecidos, ma in realtà la desaparición forzata, con le caratteristiche tipiche di questi regimi, cominciò in Cile. Il terrorismo di stato, perfettamente strutturato, legittimato anche internamente, almeno in certi settori, cominciò in Cile proprio qui, in questo edificio. Effettivamente il Cile è stato un esperimento e un’avanguardia che continua ad avere molta attualità; purtroppo, è ancora visto come un’esperienza riuscita, e in particolare tale successo è stato coronato con  gli accordi raggiunti durante la post-dittatura, con ciò che si chiamò la “transizione”, dove queste politiche, queste trasformazioni, che erano state realizzate durante la dittatura furono infine legittimate da governi eletti democraticamente. Questo è ciò che è stato posto in questione a partire dal 2011, a partire dalla mobilitazione studentesca e dalle altre grandi mobilitazioni territoriali che ancora oggi ci sono in Cile.

J.R.M. La responsabilità della dittatura nell’avanzamento del neoliberismo è assoluta. Per entrare nei dettagli si potrebbe discutere cosa si intende per dittatura. La dittatura è stata Pinochet e la sua giunta? O si è trattato in realtà di un insieme importante della società dove non solo hanno agito, lavorato e collaborato militari e polizia, ma anche un grande parte della società civile? Per dare un esempio, possiamo ricordare il ruolo dei medici che hanno collaborato negli atti di tortura, ma anche degli imprenditori, della stampa e della magistratura. È per questo che noi, già da molti anni, stiamo parlando sempre di dittatura civico-militare e non più solamente di dittatura militare. Questo è ciò che spiega, in gran parte, come convergono questi vari attori per poter realizzare il modello neoliberista; non si tratta solo di porre fine a un progetto di trasformazione sociale finalizzato alla ricerca di una maggiore giustizia e di un sistema socio-economico più equo, quanto dell’attuazione di un diverso modello di trasformazione capitalista orientato verso il neoliberismo. Per questo era necessaria la partecipazione dell’imprenditoria e di diverse parti della società civile, ma era anche necessario uno scenario di paura, di terrorismo di stato che permettesse di favorire questa trasformazione. Quando la gente in Cile commenta “io non sono d’accordo con le violazioni dei diritti umani ma penso che Pinochet abbia fatto un buon lavoro a livello economico” in verità esprime una falsa dicotomia, perché non sarebbe stato possibile fare una cosa senza l’altra. Noi crediamo che si instaurò un sistema che ha approfondito le disuguaglianze e ciò è dimostrato ancora oggi se vediamo come si è allargato il divario tra ricchi e poveri in Cile.

  1. Nonostante alcuni rapporti parlamentari e alcuni processi giuridici ancora in corso, Pinochet ha continuato ad essere il capo delle forze Armate fino ad alcuni anni prima della sua morte; ad oggi il periodo della dittatura è considerato poco meno che un oggetto del passato. Perché non si è mai discusso pubblicamente dell’eredità della dittatura? Qual è stato il ruolo della Concertación (l’alleanza di centrosinistra che ha governato dal 1990 al 2010, ndt) nel “conservare quest’oblio”?

J.R.M. Noi partiamo dal presupposto che la memoria sia un campo di battaglia. E questo è ciò che spiega perché nella società esistono molteplici narrazioni della memoria. Il problema è quando dallo stato, durante la democrazia, si è provato a promuovere un unica narrazione, elaborata, sviluppata e promossa solamente come il riconoscimento della violazione dei diritti umani e la sua condanna. È necessario assumere una posizione critica rispetto a come viene propostoquesto discorso. A noi sembra sia difficile sostenere che la violazione dei diritti umani sia apparsa spontaneamente, senza un senso. Tuttavia, erano persone che svolgevano un lavoro, rispettando orari e istruzioni. La tortura era una pratica sistematica e eseguita a livello di stato come politica. Quando si riflette sulle narrazioni dello stato, che sono quelle che sono state prodottenegli ultimi anni, non sembra esserci una riflessione su ciò che accadde prima e dopo la dittatura, come se la dittatura fosse una capsula o un incidente di percorso. Dopo la dittatura vi è stato un processo di negoziazione nelle sfere politiche in Cile in cui queste hanno contrattato “la giustizia nella misura del possibile” come diceva Aylwin. Inizialmente sono stati presi di mira sempre i militari, ma che dire di quei pezzi della società civile che hanno appoggiato la dittatura? Non solo, al di là della violazione dei diritti umani, la Nueva Mayoria o la Concertacion – riconoscendo ovviamente la differenza di sfumature che vi è dentro queste coalizioni – non si riferiscono in maniera esplicita alla legislazione lavorativa, la legislazione in materia sanitaria e in materia di previdenza sociale stabilita durante la dittatura. Ciò costituisce anche una violazione dei diritti umani delle persone, che forse non furono violenze fisiche, ma che hanno segnato un sistema che aggredisce e violenta permanentemente la società in un’altra maniera. Ciò ha continuato fino ad oggi e purtroppo, ciò che hanno fatto gli ultimi governi è amministrare lo stesso modello. Recentemente sono stati gli studenti nel 2011 a riuscire a porre nell’agenda pubblica questo tema: che farne di tutta l’eredità della dittatura?

G.E. Nella casa di Londres38 abbiamo una frase che dice: “Non c’è memoria senza un progetto sul presente”. Il tema della memoria è interessante quando in un certo modo illumina il presente, altrimenti diventa un oggetto di commemorazione , un feticismo del passato, un omaggio puramente rituale. Credo che in Cile vi siano stati molti tentativi di rinchiudere il passato, di incapsularlo in diversi meccanismi per annullare le potenzialità di trasformazione che il passato può avere nel no olvidamos presente. Il primo di questi meccanismi è stato l’idea di rinchiudere il passato solamente nella questione della violazione ai diritti umani. L’informazione prodotta dai rapporti parlamentari non fa altro che ufficializzare tali violazioni, nonostante essa già esistesse negli organismi che avevano lavorato sui diritti umani e nei tribunali. Il secondo meccanismo si costituì attraverso la limitazione temporale della memoria, comprendendola come una memoria che inizia nel 1973 e termina nel 1989. Il discorso e la pratica che abbiamo provato a trasmettere da Londres38 è che la memoria non ha frontiere, si tratta di un processo molto più complesso; non è qualcosa di cristallizzato, che si può recuperare e trattare come un oggetto. Noi pensiamo che non si possa comprendere la repressione in Cile se non si indaga e analizza il passato antecedente al ’73. Allo stesso modo, se uno vuole capire ciò che è stata la dittatura è molto utile osservare ciò che è stato il post-dittatura, perché allora si vedono anche le complicità e le alleanze che si sono intessute rapidamente tra i settori che avevano appoggiato il golpe (in particolare una parte della Concertación e della Democrazia Cristiana). In questo modo si capisce perché è utile non rispettare queste frontiere istituzionali della memoria. Se vi può essere qualche interesse nel lavorare a partire da questo edificio, non è solo per conoscere o riscattare l’esperienza repressiva, quanto, giustamente, per spiegare quest’esperienza a partire dalle prospettive di lotta anteriori e posteriori nel presente e da qui tracciare una traiettoria trasversale attraverso la storia.

  1. Il recente film “No!” di Pablo Larraín sembra mostrare come l’alleanza che sconfisse Pinochet al referendum non suggerisse realmente un’alternativa politica al paradigma neoliberista. La stessa metodologia utilizzata dal protagonista (impersonato da Garcia Bernal) sembra più in continuità con le idee di marketing e comunicazione neoliberiste statunitensi che in discontinuità con le stesse politiche del regime, come se il cambiamento provocato dal referendum fosse solo formale e non sostanziale.

G.E. Io non ho visto il film, per un mio pregiudizio. Andrò a vederlo prima o poi, ma ho avuto una certa resistenza a vederlo finora per quest’approccio che ha lasciato completamente fuori, da quanto ho letto ed ascoltato, i veri protagonisti di questo cambiamento, che furono le persistenti mobilitazioni durante quasi 17 anni di dittatura, le 22 proteste nazionali dall’anno 1983, ma anche la resistenza precedente al 1983. Accaddero molte cose in questi 17 anni che resero possibile questo cambiamento. La visione del film è una visione piuttosto condivisa sulla fine della dittatura; è l’idea che furono i politici tradizionali a riuscire a produrre questo cambiamento con una matita e il voto, in cui tutto questo processo sociale e politico di organizzazione che è durato anni e che è costato molto in molti sensi, rimane invisibile.

  1. Quale delle eredità della dittatura sopravvivono ancora oggi? Mi riferisco a questo in due sensi: come influenzò la sconfitta dell’esperienza di Allende sui cambiamenti proposti dai movimenti sociali? Si può dire che fu in tutti i sensi una sconfitta ideologica? Possiamo affermare inoltre che l’alto livello di disuguaglianza in Cile abbia origine dall’esperienza pinochetista?

G.E. Il Cile è stato storicamente un paese disuguale, questa disuguaglianza non sorge durante la dittatura, ma è molto anteriore. La disuguaglianza è inscritta nella nascita del Cile come stato-nazione, a partire dall’occupazione del territorio e dallo sterminio delle popolazioni indigene. L’esperienza dell’Unidad Popular e tutto il processo di organizzazione sociale e politica che l’accompagnò tentarono di trasformare questa storia di disuguaglianza. La dittatura è una controrivoluzione in questo senso, in quanto ha realizzato una trasformazione dell’economia, dello stato, della società che instaurarono nuove forme di disuguaglianza, e anche nuove forme di legittimazione. In questo senso, condivido molto quest’idea di una sconfitta ideologica molto profonda e molto più profonda rispetto ad altri paesi in cui si è avuta una dittatura. Penso per esempio all’Argentina, dove vi sono alcune idee di rivendicazione che continuano ad essere parte del senso comune della popolazione. Qui no, ci sono molte cose che si sono perse definitivamente e che sono state sconfitte dall’individualismo, nel suo senso più profondo, come forma di sviluppo di una società. Credo che in Cile abbia operato una trasformazione molto più profonda e la prova di ciò è che son dovuti trascorrere quasi 40 anni affinché si producessero mobilitazioni come quelle del 2011 che miravano giustamente a dire “ciò che si è instaurato durante la dittatura corrisponde a questa ideologia, ed è questo che dobbiamo cambiare”. Questa rivendicazione non era mai stata prodotto con questa forza, questa compattezza ed estensione dal termine della dittatura.

  1. Che significa oggi in Cile costruire una memoria condivisa dei crimini della dittatura? Londres38 si propone di ricercare una continuità tra le lotte del passato e del presente, senza trascurare possibili rotture e differenze tra una generazione e l’altra. Come giudicate a partire da quest’affermazione le lotte degli ultimi anni per l’educazione pubblica, così come gli scioperi dei minatori? Possiamo dire che queste proteste hanno reso visibile la vera faccia del neoliberismo in Cile?

J.R.M. Noi proponiamo sempre due letture di questo tema. Da una parte, interpretiamo e riconosciamo in termini di continuità le lotte dei lavoratori, degli studenti, del popolo Mapuche e di altri settori sociali. A nostro parere questi sono processi storici di lungo termine, dove la lotte di oggi sono direttamente in relazione con quelle del passato e si retroalimentano, si risignificano e si trasformano in maniera dinamica rispondendo anche al contesto che ci interpella nel presente. In questo senso per noi è molto importante prendere posizione a fianco dei movimenti, ma anche essere in grado eventualmente di fornire loro questa riflessione sul vincolo tra il passato e il presente, affinché si riconoscano anche come soggetti storici, come movimentik che trascendono la costituzione specifica di uno sciopero per un determinato contesto. In realtà questi sono momenti di una lotta storica di lunga durata. L’altra lettura che proponiamo ha a che fare con il fatto che ci definiamo un’organizzazione che difende i diritti umani; non pensiamo unicamente alla difesa di questi diritti nel senso della tortura, della persecuzione, ecc, ma anche nel promuovere la difesa dei diritti umani. Uno di questi è la libertà di manifestazione, poter partecipare attivamente come cittadino, come soggetto politico alle trasformazioni di cui la società ha bisogno.

G.E. Senza dubbio, perché hanno inoltre mirato a ciò che nella dittatura si chiamavano le “modernizzazioni”, i nove assi della trasformazione che vennero proposti proposero: la costituzione, le privatizzazioni, il codice del lavoro, la previdenza, la saluta, l’educazione, ecc. Ma io penso che il principale merito delle mobilitazioni studentesche sia stato quello di muovere la frontiera del possibile, in termini politici e in generale, non solo rispetto al tema dell’educazione. Queste hanno permesso di evidenziare e mostrare che la mobilitazione e la lotta potevano muovere questa frontiera che per decenni ci avevano detto che era impossibile muovere;, d’altronde a partire dall’idea di “fine della storia” di Fukuyama”, nel mondo si era prodotto un certo consenso unanime – e il Cile è stato uno di quei paesi dove le idee di Fukuyama sono state accolte meglio.

  1. Osservando le immagini della repressione della protesta, sembra che sia necessaria anche una discussione radicale circa il ruolo repressivo della polizia nelle manifestazioni. Può essere questo un altro punto di continuità tra la dittatura e il presente, tra le pratiche di tortura e le vessazioni subite dagli studenti negli ultimi anni di mobilitazione?

J.R.M. Si, giusto. Non potrei affermare che sono pratiche sistematizzate, come nella dittatura, per perseguire e annichilire un settore politico, ma si possono sicuramente identificare atti che sono chiaramente eredità della dittatura. Un esempio è la permanenza di un sistema di giustizia militare, che è garanzia di impunità per qualsiasi uniforme. Ci sono casi notevoli esemplificativi di questo problema, come quello di Manuel Gutierrez, giovane assassinato nel comune di Macul mentre assisteva a una protesta. Viene colpito da un proiettile sparato da un gendarme, che verrà processato poi attraverso la giustizia militare con una pena molto bassa, senza condanna in carcere. Il caso di David Riquelme, assassinato da un gruppo di militari della marina dopo il terremoto, quando fu dichiarato lo stato d’emergenza. Anche il caso di José Huenante, giovane mapuche di una famiglia molto povera di Puerto Montt che fu sequestrato e detenuto da una pattuglia di gendarmi e da allora desaparecido. Noi vediamo anche questo come una pratica di desaparición forzata, perché (Huenante, ndr) è stato arrestato da agenti dello stato. È noto che le stesse pratiche continuano ad essere messe in atto, con un’altra intensità, in un’altra forma, ma continuano ad accadere.

  1. Altra repressione storica nel territorio cileno è quella subita da secoli dal popolo Mapuche, che conduce una lotta dall’arrivo dei colonizzatori spagnoli e che si è intensificata, facendosi più cruenta dalla fondazione dello stato cileno, che non ha mai riconosciuto i Mapuche come un popolo distinto con un territorio proprio e che ha implementato una serie di misure per sterminare il loro pensiero, oltre al popolo stesso. Che importanza ha oggi la lotta dei Mapuche nella costruzione di un patrimonio condiviso di lotte sociali che può mettere in crisi l’ordine neoliberista? Che significato ha oggi la questione razziale in Cile nonostante spesso si parli della società cilena come società multiculturale?

J.R.M. Il ruolo delle molteplici lotte che sviluppano il popolo Mapuche è molto importante per produrre la trasformazione del sistema attuale in Cile. Siamo d’accordo e siamo molto interessati alle rivendicazioni di alcuni movimenti Mapuche, che interpellano lo stato dal punto di vista del autodefensa territorio mapuche riconoscimento del proprio territorio, della propria dimensione culturale, della propria visione del mondo, ma anche della propria integrazione nelle decisioni politiche che si realizzano dentro il paese. Riconosciamo il diritto del popolo Mapuche a sviluppare il proprio progetto, autonomo in un territorio proprio. Molte volte si afferma, da parte dei settori più critici verso la lotta mapuche, che questi non fanno un uso intensivo e produttivo della terra. Ciò ha a che fare anche con la loro visione del mondo, ad esempio sappiamo che non è un popolo che mira all’industrializzazione. Lo stato cileno deve sviluppare una maturità tale da poter contenere questo progetto autonomo, non solo dei Mapuche ma di tutti i popoli indigeni in mobilitazione per le proprie rivendicazioni (il popolo rapanui, aymara). Alcuni di essi condividono anche territori con paesi vicini, il che rende la situazione più complessa e per questa ragione uno stato che si autodefinisce come uno stato-nazione classico non può essere capace di risolvere questa complessità.

  1. Infine, in riferimento alla continuità delle lotte del passato e del presente, Londres38 ha organizzato nel 2013, nel quarantesimo anniversario del golpe, un laboratorio di serigrafie, coinvolgendo molti collettivi cileni. Le opere sono ora esposte nella casa di memorie Londres38 e segnalano una gran varietà delle lotte in corso. Di cosa parlano le lotte in Cile oggi?

J.R.M. L’invito a partecipare a questa esperienza del laboratorio di serigrafie, è stato fatto con l’obiettivo di riflettere sui quarant’anni dal golpe di stato, ma non per ricordare specificamente il bombardamento della Moneda, quanto per pensare a ciò che è accaduto negli ultimi quarant’anni in Cile. È stato molto interessante, si è trattato in questo modo di rompere la barriera che identifica questi quarant’anni unicamente con la dittatura, di pensare a questi come un processo. È stato molto interessante vedere come le diverse organizzazioni che hanno partecipato hanno dato un contenuto differente e variegato a questa cornice, sollevando diverse rivendicazioni. Ciò che si può osservare, rispettando ovviamente la diversità delle narrazioni e delle visioni che vi sono in questa esposizione, è che quasi tutte sono d’accordo che le rivendicazioni mirano a risolvere temi insoluti che si trascinano fin dai tempi della dittatura, ma che esistono ancora oggi in democrazia. L’esposizione parla di un malcontento che attraversa diversi settori sociali e politici e riguarda temi diversi come la salute, l’educazione, il lavoro, la diversità sessuale, l’uguaglianza di genere, ecc. Come organizzazione sociale, anche se ci piacerebbe, non abbiamo la possibilità di impegnarci direttamente in ciascuna di queste lotte, ma abbiamo provato ad incentivare questa riflessione, aprendo uno spazio di dialogo e dibattito.