Quarant’anni or sono, mentre la società inglese cominciava ad affrontare i fantasmi del proprio rimosso coloniale preparandosi a eleggere Margaret Thatcher alla carica di primo ministro, alcune decine di migliaia di giovani decisero di lanciare una sfida aperta al razzismo generando quello che sarebbe stato ricordato come un vero e proprio terremoto politico. La sera del 30 Aprile 1978, a Londra, centomila persone percorsero in corteo le circa sei miglia che separano Trafalgar Square dall’East End. Una marea umana composta da giovani della classe operaia bianca e dai loro coetanei appartenenti alle comunità afrocaraibiche e a quelle asiatiche prese le strade per opporre il proprio fermo rifiuto al razzismo del National Front, così come a quello “in doppio petto”, del partito conservatore quanto di quello laburista. La loro destinazione era il Victoria Park, dove ad attenderli su un palco c’erano alcuni degli artisti che avevano raccolto l’invito, lanciato due anni prima da Red Saunders, a dare vita a un movimento popolare che dal basso potesse contrastare l’infatuazione delle nuove generazioni per il fascismo: i Clash, gli Steel Pulse, gli Sham 69 e molti altri. Si trattò del vero e proprio battesimo del movimento Rock Against Racism. Nato nel 1976 da un’idea di Rogger Huddle e del già citato Red Saunders, Rock Against Racism si proponeva l’intento di affrontare il fascismo sul suo stesso terreno: quello della cultura popolare e delle politiche del corpo e dell’identità.  Se l’ideologia fascista interpellava i giovani attraverso concetti come quello di nazione e di comunità, Rock Against Racism, con un’azione controculturale militante, mostrava come questi fossero parte integrante del retaggio coloniale dell’Impero Britannico e come la stessa “tradizione” costantemente evocata dalla retorica razzista altro non fosse se non l’esito di un secolare processo di assemblaggio e contaminazione di mondi culturali diversi, che si riproduceva “in patria” come effetto di ritorno della violenza coloniale esercitata sulle “periferie” del globo. Dal punto di vista della cultura popolare le vicende artistiche di gruppi come i Clash, così come la storia di generi musicali come il two-tone, rappresentavano un’espressione paradigmatica di questo processo. Mobilitando questo potente apparato simbolico, estetico e discorsivo, Rock Against Racism offrì un antidoto alle politiche identitarie del National Front. Ma diede anche la possibilità a centinaia di migliaia di giovani di sperimentare nuove pratiche di soggettivazione politica e nuovi stili di militanza, al di fuori dei rigidi schemi della politica partitica tradizionale. Ciò che Rock Against Racism intendeva promuovere tanto tra i suoi militanti quanto tra gli artisti che mobilitava, non era infatti l’adesione ideologica a un preciso programma politico, quanto la diffusione di una nuova consapevolezza popolare, policulturale e antirazzista. Per ripercorrere questa breve, ma significativa stagione della storia delle lotte antirazziste del Novecento, proponiamo la traduzione di un breve estratto del saggio Love Music, Hate Racism:The Cultural Politics of the Rock Against Racism Campaigns, 1976-1981 di Ashley Dawson, che ringraziamo per questa opportunità. Una versione integrale del saggio in lingua originale, pubblicato nel Settembre 2005 sulla rivista Postmodern Culture, è disponibile all’indirizzo http://pmc.iath.virginia.edu/issue.905/16.1dawson.html

(introduzione e traduzione a cura di Gabriele Caruso e Pasquale Schiano)


di Ashley Dawson

Nel suo classico sulle sottoculture giovanili, Dick Hebdige suggerisce che la cultura popolare nera inglese abbia funzionato da modello per le pratiche e gli stili che caratterizzavano le sottoculture ribelli della classe operaia bianca. Il tipo di pratiche culturali di aggregazione cui Hebdige si riferisce è ben esemplificato dalla poco nota campagna Rock Against Racism degli anni ’70. Come sottolinea Paul Gilroy nel suo There Is No Black In The Union Jack, la sua analisi seminale della cultura e del nazionalismo inglese, diversamente dalla sinistra dell’epoca, RaR prese molto sul serio la questione della politica culturale e identitaria giovanile. Sorprendentemente, né Gilroy né gli storici della cultura hanno approfondito le sue brevi riflessioni su RaR; di conseguenza, questo fenomeno, le sue caratteristiche culturali e le sue contraddizioni sono rimaste prevalentemente inesplorate. Si tratta di una scelta particolarmente infelice poiché – a differenza delle precedenti iniziative portate avanti dalla sinistra extraparlamentare inglese – RaR giocò un ruolo importante nella trasformazione della spesso latente identità politica della cultura giovanile inglese attraverso la costruzione dei più potenti movimenti sociali dell’epoca. Solo nel 1978, RaR organizzò circa 300 concerti locali e 5 carnevali in Inghilterra, compresi 2 giganteschi eventi a Londra ciascuno dei quali radunò più di 100 mila persone. I sostenitori di RaR ritengono che esso abbia avuto un ruolo di primo piano nel contrastare la minaccia neo-fascista degli anni ’70, sottraendo consenso politico ed elettorale al National Front. Anche se vi sono stati dibattiti sulla coerenza etica e sull’efficacia del movimento, non c’è dubbio che RaR abbia determinato una potente ed inedita fusione tra politica ed estetica.

            Il festival antirazzista organizzato da Ra Rrappresentava una risposta all’escludente nazionalismo etnico che prendeva piede tra i sostenitori del National Front, nel discorso politico mainstream di laburisti e conservatori e nella cultura inglese più in generale. Attingendo alle forme culturali della diaspora nera, come il reggae e il carnevale, e fondendolicon la sottocultura ribelle punk, RaR tentò di catalizzare la solidarietà antirazzista culturale e politica tra i giovani neri, asiatici e bianchi. RaR rappresenta dunque un esempio particolarmente calzante di quello che Vijay Prashad definisce policulturalismo, una categoria che sfida la nozione di multiculturalismo con il suo modello fatto di culture ben distinte e delimitate. A differenza delle concezioni dominanti di multiculturalismo, infatti, il termine “policulturalismo” pone l’enfasi sulla permeabilità e sulla porosità delle formazioni culturali contemporanee. Il risultato del lavoro portato avanti da RaR, come sostengono i suoi organizzatori, fu quello di avvicinare la gioventù bianca alla cultura nera, instillandogli l’odio per il razzismo e insegnandogli a guardare alla Gran Bretagna come ad una nazione meticcia, piuttosto che etnicamente pura ed omogenea.

             La tradizione antirazzista di RaR si fondava anche sulla rivendicazione di una vicinanza alle lotte antirazziste che prendevano piedi al di fuori dei confini del Regno Unito, come in Sud Africa o negli Stati Uniti. Connessioni transnazionali di questo tipo suggerivano possibilità di liberazione che trascendevano i confini dello Stato nazione.Questa politica di trasgressione spaziale diviene particolarmente chiara una volta che si sia recuperata l’eredità estetica del punk e del two-tone. La genealogia di gruppi come i Slits, i Clash, e gli Specials, infatti, ci rimanda non solo alle avanguardie europee, ma anche a tradizioni non metropolitane come quella delle dance hall jamaicane o quelle delle lotte anticoloniali sud-asiatiche. Allo stesso modo, le performance linguistiche che caratterizzano le diverse tradizioni culturali della diaspora nera dovranno essere poste in connessione con l’attacco alla società dello spettacolo condotto dal movimento punk. Se, come sostiene Hebdige, la black music ha rappresentato la matrice generativa delle sottoculture giovanili del secondo dopoguerra, in alcuni momenti cruciali la cultura nera, quella asiatica e quella bianca si sono trovate a convergere dando vita a uno scambio e a una contaminazione di tradizioni musicali con un significativo risvolto politico. La campagna Rock Against Racism della metà degli anni ’70 rappresentò dunque un importante sforzo per tentare di smuovere le energie delle sottoculture policulturali giovanili, la cui rilevanza diviene oggi più evidente col riemergere della retorica xenofoba all’interno della sfera pubblica inglese.

            A metà maggio, nel 1977, i Clash, salirono sul palco del decrepito Rainbow Theatre al Finsbury Park di Londra sulla sfondo di un gigantesco cartellone che ritraeva la polizia sotto un lancio di mattoni da parte di giovani neri al carnevale di Notting Hill dell’agosto precedente. Il gruppo partì direttamente con White Riot, il loro inno di identificazione con la ribellione nera.

            Per i Clash la sollevazione del carnevale di Notting Hill rappresentava un simbolo della resistenza della gioventù nera ad un sistema di oppressione e deprivazione, una forma di rifiuto che la generazione punk avrebbe dovuto emulare. White Riot non dice semplicemente che i ragazzi neri seppero riconoscere le menzogne e l’ipocrisia del decadente welfare britannico, ma soprattutto che essi ebbero il coraggio di prendere posizione contro quello stato di cose. Allo stesso tempo, i giovani bianchi non subivano solo il lavaggio del cervello dal sistema educativo, ma mancavano anche del coraggio di ribellarsi per cambiare il sistema anche quando riuscivano a squarciare il velo dell’ideologia.

            Nel 1977 i Clash partirono in tour con iJam e i Buzzcocks, oltre che con un sound system reggae rappresentato da I-Roye dal dub dei Revolutionaries. Una composizione che testimonia il carattere policulturale di alcuni segmenti della cultura punkdella metà degli anni ’70. Il dub rappresentava la colonna sonora dei punk all’epoca, con il dj rastafariano Don Letts ai piatti nello storico club Roxy. In più molte band punk erano cresciute in aree degradate di Londra come Ladbroke Grove, dove è storicamente radicata una delle più grandi comunità caraibiche del paese. Mala contaminazione non era l’unica scelta disponibile: gli skinheads neonazisti si presentavano regolarmente ai raduni punk, cercando giovani disorientati da cooptare e introdurre alla dottrina del suprematismo razziale. Infatti, se a qualcuno tra gli ascoltatori con creste e calze a rete il messaggio antirazzista non fosse arrivato forte e chiaro, Joe Strummer, prima che la band salisse sul palco, da dietro le quinte annunciava sulle note della loro versione del classico di Junior Murvin Police and Thieves: «la scorsa settimana 119 mila persone hanno votato per il National Front a Londra. Beh, il prossimo pezzo è di un nero. E se non vi piacciono i neri, sapete dov’è il cesso!». La concisa e diretta affermazione di Strummer testimonia il carattere profondamente razzializzato della cultura popolare inglese in generale, ma soprattutto della inquietante presenza dei neonazisti ai concerti punk, così come della volontà di alcuni segmenti della scena punk di fronteggiare a testa alta il razzismo.

            La posizione antirazzista dei Clash sì consolidò attraverso l’evoluzione di nuove pratiche politiche in seno alle comunità nera e asiatica durante gli anni ’70. Queste pratiche si basavano sull’espresso rifiuto della filosofia avanguardista sui cui si fondavano alcune organizzazioni del black power. In un editoriale del 1976, per esempio, il collettivo Race Today articola in questo modo la nuova filosofia dell’autorganizzazione:

La nostra visione dell’autorganizzazione della classe operaia nera, caraibica ed asiatica, ci ha portato a rompere con l’idea di doverla “organizzare”. Non stiamo preparando un partito o un’organizzazione d’avanguardia con un programma di politiche sociali per attrarre le persone sul modello degli anni ’60. In nome del “servizio reso alla comunità” si è verificata una crescita di quadri di lavoratori allevati dallo Stato devoti alla gestione della ribellione nera.

Nello scagliarsi contro la tradizione del partito di avanguardia, Race Today non si stava semplicemente ribellando ai suoi immediati predecessori della tradizione del black power, ma intendeva rifarsi ad un preciso filone della teoria  e della pratica autonoma risalente al lavoro di C.L.R. James degli anni ’30.

            Intorno alla metà degli anni ’70 James fece ritorno in Gran Bretagna e i suoi brillanti scritti sulla tradizione del radicalismo autorganizzato nero cominciarono a influenzare una generazione di giovani militanti della comunità nera. Per James e per altri radicali del suo tempo come George Padmore, l’insofferenza per le politiche avanguardiste cominciò a maturare a causa dell’incapacità del Comintern e dell’Unione Sovietica di supportare adeguatamente le lotte anticoloniali degli anni ’30. Per quanto riguarda James, tuttavia, la delusione generata dalle istituzioni del socialismo reale si sviluppò lungo la sua traiettoria biografica e intellettuale culminando in una totale adesione ai principi dello spontaneismo e dell’autorganizzazione popolare. Dalla sua lettura del tragico fallimento di Toussaint L’Ouverture nel comunicare con i suoi sostenitori contenuto in The Black Jacobins, fino ad arrivare alla sua analisi dell’abbraccio mortale della burocrazia stalinista al proletariato rivoluzionario contenuta in Note on Dialectics, James celebra costantemente la creatività e l’inventiva dell’agire umano. Le sue teorie offrivano ai militanti l’opportunità di illustrare la complessa correlazione fra razza e classe che collegava le lotte antimperialiste ai margini e quelle antirazziste nella metropoli.

            Infatti, nonostante il crescente coinvolgimento politico della comunità nera, la presa dell’autoritarismo populista continuava a stringersi sulla Gran Bretagna. Se le persone di origina africana erano particolarmente soggette ad attacchi e violenze da parte della polizia, i membri della comunità asiatica vennero colpiti tanto dalla violenze razzista organizzata quanto da quella informale. Nel giugno del 1976 il diciottenne Gurdip Singh Chaggar venne accoltellato a morte da un gruppo di giovani bianchi, davanti al Dominion Cinema dell’Associazione Indiana dei Lavoratori. Sconvolti dall’assenza di reazioni istituzionali ufficiali aquesto atto di violenza perpetrato nel cuore di una delle più grandi comunità asiatiche del Regno Unito, gli anziani della comunità decisero di riunirsi per discutere e prendere provvedimenti contro la marea montante della violenza razzista. I giovani della comunità di Southall tuttavia ne avevano abbastanza di queste timide risposte e delle ancor più pacate reazioni dei loro presunti leader. Scelsero quindi di muoversi verso la stazione di polizia locale per chiedere giustizia. Quando la polizia arrestò alcuni di essi per il lancio di un sasso verso una volante, la folla si concentrò fuori al commissariato rifiutandosi di muoversi fino alla liberazione dei propri compagni. Era appena nato il Southall Youth Movement. Altri gruppi di giovani asiatici cominciarono quindi a mobilitarsi in giro per Londra ed altre città. Questi gruppi avevano un carattere sostanzialmente locale e scopi prevalentemente difensivi e a differenza delle organizzazioni che tradizionalmente dominavano la sinistra ingleseessi ponevano l’accento sull’aspetto comunitario piuttosto che sull’appartenenza di classe. La loro lotta mirava a obiettivi di breve termine, connessi all’autonomia politica e all’identità culturale piuttosto che ai più ambiziosi ma remoti obiettivi della tradizione rivoluzionaria.

            Come le sollevazioni spontanee del carnevale di Notting Hill, l’Asian Youth Movement portò alla nascita di nuove formazioni politiche che contribuirono a forgiare quelle che Stuart Hall ha definito nuove etnicità. Organizzazioni giovanili e comitati di autodifesa sorti in una comunità ricevevano supporto dalle altre comunità e di conseguenza non mancavano di mostrare la loro solidarietà alle altre organizzazioni quando necessario. In questo processo, le divisioni tra le diverse comunità etniche vennero meno in nome del mutualismo e organizzazioni asiatiche come il Southall Youth Movement si unirono ad organizzazioni nere come il People’s Movement e in certi casi vennero alla luce nuovi gruppi panetnici e policulturali, come l’Hackney Black People’s Defense Movement. Inoltre giovani neri e asiatici diedero vita a organizzazioni che non si limitavano a denunciare le condizioni di oppressione sperimentate dai soggetti razzializzati nel Regno Unito ma protestavano anche contro quello che accadeva nel Terzo Mondo. Questi gruppi guardavano al razzismo nelle metropoli e all’imperialismo alle periferie del globo, in accordo all’insegnamento di C.L.R. James, come ad aspetti interconnessi del sistema capitalistico globale. L’identità policulturale e gli obiettivi di questi gruppi emergono anche dai titoli di giornali come Samaj in’a Babylon (edito in inglese e in lingua Urdu) o Black Struggle. Seppur attraversati da tensioni interne questi gruppi poterono sempre contare sulla consapevolezza, da parte dei propri membri, della necessità di contrastare la politica del divide et impera dell’imperialismo britannico che ora faceva la sua comparsa nella metropoli.

            L’impatto emotivo della politica di solidarietà policulturale è testimoniato dalle parole del poeta dub  Linton Kwesi Johnson nella sua It Dread Inna Inglan. Realizzata come parte di una campagna contro l’ingiusto arresto di un esponente della comunità, il poema celebra il potente sentimento di fratellanza che i diversi gruppi etnici tentavano di promuovere e diffondere a quel tempo.

L’elenco di gruppi etnici si chiude con black british che ne rappresenta la sintesi unificante poiché unisce i diversi gruppi nella comune resistenza contro le politiche razziste di politici come Margaret Thatcher. I versi di LKJ danno vita all’equivalente linguistico di questa comunità immaginaria attraverso l’ibridazione della lingua inglese con il dialetto jamaicano. Una comunità forgiata nel fuoco della lotta antirazzista della metropoli.

            Quando LKJ pubblicò It Dread Inna Inglan Margaret Thatcher aveva appena vinto le elezioni, ma alle comunità nere e asiatiche la sua agenda politica era già abbastanza chiara. Nel 1978, durante un’intervista all’emittente televisiva Granada TV, infatti, M. Thatcher rilasciò una dichiarazione che riconduceva le paure della società inglese al pregiudizio nei confronti dei neri.

Credo le persone siano davvero spaventate dall’idea di quello che questo paese potrebbe diventare una volta sommerso da persone con una cultura diversa, e sai, la nostra cultura ha contribuito così tanto alla democrazia e alla giustizia globale, ha dato così tanto a tutto il mondo, che la paura che tutto questo possa andare perso potrebbe rendere le persone ostili con i nuovi arrivati

Di fatto, le finte parole di rammarico di M. Thatcher davano voce alle istanze di cui in quel periodo si erano fatti portatori sia i politici laburisti che quelli conservatori. A cambiare ora era la franchezza con cui tal genere di opinioni apertamente razziste potevano liberamente circolare nella sfera pubblica. Il discorso della Thatcher ha prodotto quasi immediatamente conseguenze drammatiche e dolorose per le comunità nere ed asiatiche del paese. I media cominciarono a parlare ossessivamente di “invasione” e ad attivisti razzisti come Enoch Powell venne concesso spazio sulla BBC per spiegare la sua idea di “rimpatrio forzato” dei membri delle comunità nere ed asiatiche.

            La marea montante del razzismo si era già resa palesemente evidente a chiunque osservasse con attenzione il mainstream della cultura popolare inglese ben prima dell’ascesa di M. Thatcher. Nel 1976, ad esempio, Eric Clapton, chitarrista inglese che ha fatto carriera appropriandosi indebitamente della cultura musicale della diaspora nera, interruppe un concerto, ubriaco, per fare propaganda elettorale ad Enoch Powell. Altri musicisti, come David Bowie, all’epoca strizzavano apertamente l’occhio all’estetica ed all’ideologia fascista. Red Saunders, fotografo ed ex esponente della scena mod, rispose al discorso razzista di Eric Clapton – che definì come il più grande colonialista della musica rock – con una lettera pubblicata sui principali settimanali musicali inglesi dove invitava alla creazione di un movimento dal basso che fronteggiasse il razzismo sulla scena musicale rock. Il suo appello raccolse in risposta oltre 600 adesioni e, poco dopo, nacque Rock Against Racism, un gruppo dedito alla diffusione del policulturalismo delle culture urbane giovanili attraverso la musica e lo stile. L’editoriale di David Widgery pubblicato sulla prima uscita del giornale di RaR, Temporary Hoarding, è considerato il primo manifesto del gruppo: vogliamo musica ribelle, musica da strada. Musica che spezzi la paura reciproca che le persone hanno l’una dell’altra. Musica per la crisi. Musica per il presente. Musica che sappia riconoscere il vero nemico. Ama la musica, odia il razzismo. RaR fece il suo debutto pubblico al Royal College of Art di Londra nel dicembre del 1976. A quel tempo, a dirigere il progetto furono i Matumbi, la band dub di Dennis Bovell, che riempirono la sala con pesanti bassi, provocando una gioiosa confusione tra i punk che pogavano. Lo spettacolo riunì per la prima volta la sinistra radicale e la cultura giovanile. Non fu un impresa facile. Come afferma Widgery nel suo memoriale:«La sinistra ci riteneva troppo punk e i punk pensavano che sarebbero stati mangiati vivi dai cannibali comunisti<». La sinistra tradizionale, naturalmente, tendeva a vedere in maniera superficiale il campo culturale, qualcosa che non contava davvero nell’analisi finale. Alla base del fallimento tattico della sinistra tradizionale c’era una lacuna teorica più ampia: orientata da una lettura marxista ortodossa delle relazioni sociali, tendevano a considerare la “razza” come una sorta di epifenomeno della lotta di classe. Questo atteggiamento è stato confermato da molti attivisti radicali neri, quando nel 1977 è stata costituita la Anti Nazist League. Il nome stesso di questa organizzazione, appendice del Socialist Workers Party, che ottenne ampio sostegno dal Partito Laburista e da molti importanti sindacati, rammentail settarismo dei membri bianchi della sinistra britannica. Il National Front era considerato come una recrudescenza del partito nazista, un atteggiamento che ignorava l’emergere dello stato razzista nella Britannia imperialista alto-vittoriana, così come nella Germania di Weimar. Questo atteggiamento ignorava spensieratamente la discriminazione e l’ostilità a cui neri e asiatici erano stati esposti dopo il 1945 sin dal loro arrivo nella metropoli, per non parlare della persistenza degli effetti del neocolonialismo e dell’imperialismo nell’esperienza quotidiana degli abitanti del Terzo mondo, a partire dal periodo post-bellico. Affinché le forme di affiliazione e solidarietà immaginate nella “rivoluzione bianca” dei Clash diventassero qualcosa di più della semplice retorica, la sinistra bianca avrebbe dovuto affrontare e superare non solo il radicato razzismo che caratterizzava il nazionalismo britannico, ma anche ciò che era incorporato nei propri modelli teorici.

            Un simile progetto antirazzista avrebbe dunque richiesto una critica radicale della tradizionale politica e culturale britannica. Sebbene molti degli organizzatori del RaR fossero militanti del SWP, essi erano anche un prodotto sociale delle controculture degli anni Sessanta. La loro esperienza lavorativa, con giornali underground e gruppi teatrali, così come la relativamente poco ortodossa enfasi di matrice luxemburghiana posta sull’iniziativa autonoma e di base, li indusse dunque a impegnarsi sul terreno della politica della vita quotidiana e della cultura popolare. Di conseguenza, militanti come Widgery, Syd Shelton, Andy Dark e Ruth Gregory si resero conto che dovevano rivolgersi sia ai giovani bianchi che ai neri utilizzando forme culturali che parlassero del senso di alienazione e disperazione che stava corrodendo e mettendo in pericolo la società britannica e, più in generale, offrire loro alternative fondate sulle affiliazioni policulturali che andavano emergendo nelle città britanniche a loro contemporanee.

            Nel corso degli eventi pubblici, RaR ha consapevolmente attinto dalle tattiche di spaesamento sovversivo che hanno alimentato non solo il movimento punk, ma anche i movimenti modernisti d’avanguardia come il costruttivismo rivoluzionario russo, il movimento surrealista francese a cavallo fra le due guerre mondiali e l’Internazionale Situazionista. Il lascito di gruppi come i Sex Pistolsera ben chiaro agli attivisti di RaR, molti dei quali avevano preso parte o erano comunque stati influenzati dalle rivolte parigine del 1968 le quali prendevano a loro volta ispirazione dall’Internazionale Situazionista. Il movimento RaR si appropriò di molte di quelle tecniche, cominciando in questo modo a parlare ai giovani in modo nuovo e diretto. In Temporary Hoarding, manifesto RAR distribuito ai concerti, le immagini di Hitler, Enoch Powell e David Bowie venivano giustapposte per chiarire le implicazioni dell’infatuazione di quest’ultimo per lo stile fascista. Allo stesso modo Temporary Hoarding accostò alcune scene delle sollevazioni che presero piede nel corso del carnevale di Notting Hill durante la metà del decennio a quelle delle rivolte anti apartheid di Soweto, in Sud Africa,  per chiarire le implicazioni e il retroterra storico del razzismo britannico.

            Oltre ad attingere dalle avanguardie artistiche europee,RAR ha anche sfruttato la festosa misceladi estetica e politica, che caratterizza la tradizione del carnevale caraibico, per animare i propri concerti all’aperto. Ferocemente soppresso dalle autorità coloniali britanniche durante la fine del diciannovesimo secolo, il carnevale era diventato un simbolo dell’occupazione insurrezionale dello spazio pubblico da parte dei subalterni, nelle nazioni anglofone dei Caraibi come in Trinidad e in Giamaica. La tradizione è stata ripresa dalle comunità caraibiche in Gran Bretagna in seguito alle rivolte bianche del 1958 a Notting Hill. Quando a metà degli anni ’70 le autorità britanniche tentarono con insistenza di impedire i festeggiamenti, i giovani neri si ribellarono, producendo le immagini poi usate dai Clash durante la loro esibizione al Gaumont nel 1977. Così, nel definire “carnevale” gli eventi cui dava vita,il RAR si basava consapevolmente su una tradizione di resistenza contro il controllo razzista dello spazio metropolitano e coloniale. Forse il più importante evento del genere fu il gigantesco carnevale del 30 aprile 1978. Dopo il raduno a Trafalgar Square, il carnevale RAR si snodò tra le strade di Londra verso l’East End. Con 100.000 partecipanti, è stato il più grande raduno antifascista in Gran Bretagna dagli anni ’30..

            Per diffondere il messaggio antirazzista, RAR programmò assiduamente concerti in cui band britanniche come Aswad, Steel Pulse e Cimarrons, si esibivano insieme a band punk come The Clash, The Slits e Generation X.Le esibizioni divenivano un trionfo semplicemente mettendo insieme band molto diverse tra loro. Gli skinheads del NF cercavano frequentemente di interrompere i primi concerti messi in scena dall’organizzazione, arrivando a minacciare alcuni artisti neri nel backstage. Inoltre, gruppi punk come gli Sham 69, che avevano un considerevole sostegno tra gli skinhead, si trovarono ad affrontare quella spinosa questione relativa il proprio seguito di neofascisti, che i politici avevano invece deciso di ignorare. La solidarietà politica dimostrata sul palco da gruppi come Misty and Adam & the Ants di fronte all’escalation della violenza razzista, sono state intensificate dalla contaminazione musicale che ha avuto luogo quando le band sono salite insieme sul palco . Il lascito dei Clash per la musica reggae dub e per l’ideologia rastafariana insurrezionale è l’esempio più chiaro di tale ibridazione. Ma altri esempi abbondano. Le Slits, prima band punk formata da sole donne, nel 1978 videro finalmente pubblicato da Island Records Cut, il loro primo album,che dimostrò tra l’altro la forte influenza della musica dub. Allo stesso modo, le band reggae come la Steel Pulse di Birmingham si erano affermate sulla scena punk suonando in roccaforti come Hope and Anchor e il 100 Club, durante la Summer of Punk del 1976 tenutosi a Londra . Il loro stile militante rasta (tuta mimetica, occhiali scuri e berretto di lana), li rese i signori indiscussi delle orde di punk tra pogo, spinte e sputi. Esibendosi accanto a band punk come gli Stranglers, le loro voci si sono fatte più rabbiose, le chitarre più spigolose, il basso più pesante e la batteria più rock, ma gli Steel Pulse hanno comunque mantenuto uno stile reggae radicale.

            Dopo poco più di un anno di organizzazione, tuttavia, RAR ha anche contribuito ad alimentare una seconda ondata di punk, che ha prodotto la fusione britannica autoctona tra rock e reggae, conosciuta come musica two-tone. I primi sostenitori del two-tone come Jerry Dammers degli Specials passarono allo ska, genere musicale che le band giamaicane svilupparono durante la fine degli anni ’50 come reazione al r&b americano.

            Un aspetto fondamentale di tale trasformazione della cultura britannica, è rappresentato dalla analisi delle radici storiche del razzismo. Come ha sostenuto Paul Gilroy, il movimento RAR ha visto il razzismo come il simbolo di una crisi molto più ampia dell’economia e della società britanniche. Per comprendere l’importanza della razza nella vita britannica durante gli anni ’70, i giovani hanno dovuto sviluppare una percezione del mondo attraverso la quale la storia imperiale della Gran Bretagna ha contribuito a formare le loro soggettività. A martellare su questo punto fondamentale è Temporary Hoarding che porta alla luce le radici del razzismo britannico con chiarezza cristallina:

Il razzismo è inglese come i beagle e i fagioli stufati. Ci cresci insieme. I golliwog nelle filastrocche, il “Black and White Ministrel Show” alla TV e i programmi di storia alla scuola secondaria. I servizi di tazze per celebrare il Giubileo [della Regina, ndt] e i canti patriottici come “Rule Britannia” e la storia su come, da soli, abbiamo salvato questo mondo ingrato durante la seconda guerra mondiale. Le lapidazioni, le baionette, l’aver affamato e distrutto la cultura indiana e africana sono cose certamente deprecabili, ma senza il nostro impero gli abitanti del pianeta si starebbero ancora rotolando nel fango, non è così? Per quanto schifose possano essere le nostre squadre di calcio, o inefficiente il nostro sistema sanitario, abbiamo comunque la consolazione di essere bianchi e inglesi e di comandare. Sarebbe patetico se non avesse spezzato e annichilito così tante esistenze. Spesso il razzismo inglese si cela dietro sorrisi forzati, poliziotti affascinanti e premurose opere di beneficenza. Ma quando i tempi si fanno difficili gli ultimi arrivati sono i primi contro cui si punta il dito.

 Nell’affermare che le sollevazioni contro la polizia rappresentassero il ritorno della violenza coloniale nella metropoli, Temporary Hoarding richiamava una questione già affrontata dal brillante studio di Hannah Arendt sulle radici imperiali del nazismo. Le tecniche di genocidio impiegate dai nazisti furono sviluppate, sostiene Arendt, durante lo sterminio di massa del popolo di Herero nell’Africa sudoccidentale tedesca (192). Temporary Hoarding fa un’osservazione simile sullo stato razzista britannico. Senza la tratta degli schiavi e il sistema di piantagioni, sostiene il movimento RAR, non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione industriale in Gran Bretagna. Senza schifosi alloggi e disoccupazione dopo il 1945, alcun razzismo. Senza le nozioni, profondamente inculcate, della superiorità razziale e della grandezza imperiale con cui era cresciuto l’inglese bianco medio, non sarebbe stato possibile stabilire il falso nesso tra le cosiddette popolazioni delle minoranze etniche e il declino post-imperiale della nazione.Smantellando il meccanismo del capro espiatorio che si celava dietro la retorica razzista dell’invasione promossa da politici come Margaret Thatcher, RAR mirava a decostruire l’autoritarismo di Stato e porre le basi per alternative antirazziste autenticamente popolari.

            In questo quadro, in qualche modo il RAR ha saputo cogliere il malcontento dei neri inglesi, i quali a volte esprimevano sfiducia anche nei confronti dei radicali bianchi. Durante la metà degli anni ’70, LKJ faceva parte del gruppo degli scettici . Nella sua poesia Independent Intavenshun, LKJ mette in discussione l’impegno della sinistra bianca nella lotta antirazzista. In tal modo, offre una potente argomentazione per l’autonomia dei neri e degli asiatici.

I versi di LKJ stigmatizzano la tendenza di certi gruppi della sinistra bianca ad accorrere nei quartieri neri e asiatici per scontrarsi con i militanti del NF per poi dileguarsi non appena gli scontri fossero terminati. Troppo spesso queste battaglie finivano con lo scatenare l’ira dei membri della più ampia comunità bianca, con la quale i residenti neri e asiatici si sarebbero dovuti confrontare dopo gli scontri. In effetti, questo effetto polarizzante era una lucida tattica del NF. Dal momento che la maggior parte degli attacchi razziali non venivano commessi da quadri fascisti, ma da persone “normali”, le politiche di azione diretta per le strade di parte della sinistra bianca avrebbero potuto ritorcersi contro i membri della comunità nera e asiatica. Inoltre, come suggerisce la poesia di LKJ, gli interventi dei membri bianchi della sinistra britannica presumevano troppo spesso che le comunità nere e asiatiche fossero vittime indifese che dovevano essere “salvate” dall’avanguardia bianca. Di fronte a questo atteggiamento caritatevole, i radicali neri come LKJ insistevano sulla necessità di autorganizzazione e autonomia all’interno delle loro comunità.

            Così come LKJ, anche i critici del movimento RAR sostenevano che le campagne della fine degli anni ’70, non erano state semplicemente guidate da motivazioni settarie di alcuni gruppi di estrema sinistra, ma avevano letteralmente sfruttato musicisti e fan antirazzisti per i loro scopi. Tale critica è un importante denuncia nei confronti delle facili rappresentazioni di solidarietà antirazzista. Se è vero che la leadership principale del RAR era bianca ed era affiliata con il SWP, è altrettanto vero che questi fatti non necessariamente viziarono il progetto del gruppo di proporre nuovi modi di essere inglesi attraverso una trasformazione della cultura giovanile urbana in senso solidale e policulturale. Prima di tutto,RAR non ha mai preteso alcuna conformità ideologica dalle band che ha sponsorizzato. Di fatto, non richiedeva nemmeno un atteggiamento politicizzato, ma si accontentava di attingere dalle dinamiche energie prodotte sul palcoscenico dal mix di musicisti bianchi e neri. Di conseguenza, il RAR ha in gran parte evitato la banale didattica di organizzazioni affini come Musicians For Socialism. Infine, come ha osservato Paul Gilroy, il progetto RAR riguardava essenzialmente la decolonizzazione della cultura bianca in Gran Bretagna. Quindi, per uno dei suoi organizzatori come Syd Shelton, «il problema non era un problema nero o un problema asiatico, era un problema bianco: era la mentalità di queste persone che dovevamo cambiare, quella i giovani bianchi, non dei giovani neri. RAR ha cercato di rendere inaccettabile l’infatuazione di alcuni punkper il fascismo».

L’accento posto da Temporary Hoarding sul carattere ibrido dell’identità britannica, rappresentò uno schiaffo al discorso sulla purezza nazionale portato avanti non solo dai neofascisti, ma anche da politici tradizionali come Margaret Thatcher. RARoffriva inoltre una prospettiva internazionalista che andava oltre la lotta di strada, per sottolineare le più ampie disuguaglianze su cui è fondato il sistema capitalista globale.

            In parallelo allatenace resistenza delle comunità nere e asiatiche ai violenti attacchi della polizia, dei gruppi organizzati neo-fascisti  e più in  generaledei cittadini razzisti,il movimentoRAR ha sfidato con forza la minaccia neofascista dalle strade alle urne, dalla metà fino alla fine degli anni ’70. Come suggerisce l’elezione di Margaret Thatcher nel 1979, tuttavia, i loro attacchi contro il razzismo esplicito erano inadeguati a combattere le forme di discriminazione più infime e codificate, messe in atto dai politici tradizionali. Inoltre, le forme di militanza che catalizzavano forme di unità policulturali come quelle organizzate dal RAR, erano spesso basate su modelli di mascolinità e di spavalderia da strada che rendevano invisibili le numerose identità e lotte delle donne. Come indica la formazione dell’Organizzazione delle donne di origine asiatica e africana (OWAAD), durante questi anni, gli elementi maschilisti della tradizione black power sono stati attivamente sfidati all’interno della comunità nera da parte delle femministe nere. Troppo spesso, tuttavia, attivisti bianchi e artisti come i Clash consideravano proprio questi elementi come il nucleo della cultura britannica nera.

            Il movimento RAR tramontò dopo l’elezione di Margaret Thatcher. Lo scioglimento dell’organizzazione riflette senza dubbio la gravità del colpo inferto alla sinistra dal consolidamento elettorale dell’aggressiva ideologia popolare neoliberista di M. Thatcher in Gran Bretagna. Dato il clima repressivo che caratterizzò gli anni ’80, la dissoluzione del RAR fu una perdita significativa. Infatti, benché i gruppi organizzati di teppisti neofascisti andarono in gran parte ritirandosidalle strade dopo la vittoria di M. Thatcher, il razzismo non diminuì. Gli anni ’80 videro una serie di violente deflagrazioni nelle città della Gran Bretagna, che erano direttamente collegate alle forme di controllo autoritario e di marginalità economica strutturale che si estendevano alle cosiddette minoranze etniche della nazione. Ma la scomparsa del RAR fu anche, almeno in una certa misura, un prodotto del suo stesso successo. Come afferma Widgery nel suo libro di memorie, «Il nostro obiettivo era diventare inutili stabilendo un sentimento antirazzista, multiculturale e polisessuale nella musica pop, che consentisse di autogenerarsi e rendere la politica una pratica legittima come l’amore». Nonostante i limiti che hanno caratterizzatoRAR, le tradizioni di solidarietà policulturale emerse dagli eventi pubblici del gruppo, da gruppi autonomi di difesa antirazzista come il Southall Youth Movement, alla resistenza popolare del carnevale di Notting Hill, trasformarono profondamente la cultura popolare britannica di un’intera generazione.

            La creatività con cui tali gruppi affrontarono l’eredità post-imperiale britannica contribuì a stimolare una rinascita delle arti popolari, che avrebbe posto, durante gli anni ’80 e ’90, la Gran Bretagna come avanguardia dell’ innovazione artistica e teorica, nonostante l’egemonia politica del Thatcherismo. Il razzismo esplicito è in gran parte scomparso dalla cultura popolare britannica e da una coscienza internazionale sviluppata nella scena musicale, che ha portato alla nascita di eventi come Band Aid e Live Aid. Cineasti neri come Isaac Julien e Sankofa hanno prodotto lavori pionieristici, la cui estetica creolizzante ha aiutato a ricostruire le narrazioni di razza e nazione in Gran Bretagna. Inoltre, le pratiche culturali radicali sperimentate daRAR rimangono, per gli sforzi fatti, una pietra miliare cui guardare per superare le contraddizioni tossiche dell’autoritarismo popolare nella Gran Bretagna contemporanea. Il recente risveglio della strategia RAR nella campagna Love Music, Hate Racism, suggerisce che, almeno per alcuni inglesi, le campagne della fine degli anni ’70 offrirono significative speranze. Soprattutto, i gruppi RAR e quelli affiliati della comunità nera e asiatica, contribuirono a dare ai giovani emarginati un senso di identità collettiva, in un momento particolarmente cupo della storia britannica. Come LKJ scrisse nella titletrack di un album pubblicato alla fine degli anni ’70:  itisnohmistri/ wimekinhistri/ itisnohmistri/ wiwinninvictri.