di Maria Rosaria Esposito

A Minneapolis un uomo nero muore per mano di un poliziotto bianco. Scoppiano le rivolte che vanno avanti per settimane, eppure l’argomento che si impone nella discussione negli ultimi giorni riguarda l’abbattimento e la deturpazione di statue legate al colonialismo durante le proteste. Questa pratica, partita dagli Stati Uniti, si è diffusa fino alla Nuova Zelanda, passando per il Portogallo e la Gran Bretagna, scatenando polemiche – non per la prima volta, ma mai con altrettanta risonanza mediatica- anche in Italia sulla statua di Indro Montanelli.  

Questi atti di iconoclastia hanno a che fare con le relazioni di potere coloniale che, lungi dall’essere confinate a un passato finito insieme ai rapporti coloniali formali, continuano a condannare le vite dei corpi e delle soggettività razzializzate. Un secolo e mezzo dopo la fine formale della schiavitù negli Stati Uniti, la permanenza della discriminazione sistemica continua a uccidere secondo linee di razzializzazione che decidono quanto vale una vita.

Attraverso il video dell’omicidio di George Floyd è stato possibile rendere visibile la violenza strutturale che tanto ha indignato ma che non ha niente di straordinario, dati i numerosi casi di omicidi di afroamericanx da parte della polizia che si registrano ogni anno. L’accoramento e la rabbia propagatisi a livello globale in seguito alla diffusione di quelle immagini tragiche e assurde è stata possibile grazie alla rottura del Cubo Bianco a cui fa riferimento Grada Kilomba e nel quale siamo immersx. L’artista multidisciplinare e scrittrice, laureata in psicoanalisi, nel suo Plantation Memories: Episodes of Everyday Racism,concepisce gli episodi di razzismo quotidiano come ennesime riconfigurazioni dei rapporti di forza coloniali che rimettono in scena il trauma del colonialismo. Nell’opera, Kilomba non si concentra sul razzismo delle singole soggettività bianche, spesso ignare di trovarsi in una dinamica violenta: questi atteggiamenti sono radicati in quello che, nell’installazione Illusions Vol I, Narcissus and Echo, chiama White Cube. Una realtà in cui la norma è Bianca e tutto ciò che se ne allontana è reso Altro. Come Narciso, le persone Bianche vedono solo la propria immagine e quelle Nere, così come la ninfa Eco era condannata a non poter emettere suoni che non fossero una ripetizione delle ultime parole di Narciso, non hanno voce per definire se stesse e le altre: possono solo essere definite. La coscienza Bianca proietta sull’Altro quello che non vuole accettare di se stessa. L’aggressività diventa così esclusiva dell’Altro, senza tener conto dei soprusi di centinaia d’anni ai danni dei corpi Neri perpetrati dai civili Bianchi, che sono all’origine dello sviluppo economico e tecnologico del Nord Globale. Sappiamo anche che gli avanzamenti di diritti ottenuti nel Nord Globale sono stati raggiunti sulle spalle dello sfruttamento del Sud Globale, in base a quella colonialità di pensiero che normalizza l’oppressione delle donne, delle soggettività razzializzate e della natura in quanto concepiti separati e, quindi, intrinsecamente ed eternamente fruibili dall’Uomo.

L’esistenza di una violenza strutturale che colpisce sistematicamente gruppi di persone più di altri è stata mostrata ai nostri occhi anestetizzati dal Cubo Bianco senza che potessimo evitare di vederla. Quelle immagini si sono imposte allo sguardo di chi non ha mai avuto bisogno di vedere né di sapere. La nostra cecità e il nostro sdegno occasionale sono dei privilegi. Anche questo fa parte del Cubo Bianco, secondo Kilomba. La Bianchezza gode, infatti, del privilegio di una tripla ignoranza: non conosce, non ha bisogno di conoscere, non deve conoscere. I corpi razzializzati, subendo una violenza sistematica, sono invece costretti a conoscere queste dinamiche disumanizzanti che a noi sembrano eccezionali. Non possono non sapere.

La rabbia dex protestantx si scaglia rapidamente contro i monumenti perché questi, accettati dalle narrative egemoniche come simboli dell’orgoglio nazionale, rappresentano rapporti disuguali di potere, cioè quelle divisioni arbitrarie tra chi può parlare e chi può solo ascoltare -preferibilmente acconsentendo-, tra chi può vivere e chi può morire. Michael Billig parla di nazionalismo banale riferendosi al complesso di simboli della Nazione che vediamo ovunque ma di cui non ci rendiamo conto, come le bandiere in uffici pubblici e gli inni nazionali durante le partite di calcio. Riferimenti alla nazione che la naturalizzano nello spazio pubblico, rendendola parte della nostra quotidianità. Seguendo questa linea di discorso, suggerisco di parlare di violenza banale nel caso dei monumenti legati al colonialismo, i quali cristallizzano un’identità nazionale apparentemente omogenea che viene data per scontata, senza tener conto della violenza che questi simboli hanno rappresentato e continuano a rappresentare per una parte della popolazione.

La lingua dello spazio pubblico della città viene parlata dalla norma Bianca, che ha il potere di decidere come rappresentarsi, anche se questo significa, nella lingua dell’Altro, rappresentarsi come perpetratori di violenza. La lingua Bianca deve essere capita e parlata da tutti, quella razzializzata no. Prendersi la città e i suoi simboli significa rompere il Cubo Bianco e farsi voce, esistere nella resistenza.

Non sono un soggetto razzializzato e il mio obiettivo in questa sede non è quello di prendere parola in un luogo che non mi appartiene. Scrivo di questi avvenimenti perché, una volta che abbiamo visto, costrettx, interrompendo temporaneamente lo stato di oblio della colpa a cui ci condanna l’apparente neutralità del Cubo Bianco, resta per Grada Kilomba “solo una semplice domanda: quale ruolo scegliamo di avere?”