di Frantz Fanon [1]

Si dice spesso che l’uomo, di fronte a se stesso, sia continuamente messo in questione e che, negandolo, rinneghi proprio se stesso. Ora, sembra possibile risalire a una dimensione prima di tutti i problemi umani. Più esattamente: che tutti i problemi che l’uomo pone su se stesso, siano riconducibili a quest’unica domanda: «non ho contribuito, attraverso la mia azione o astenendomi da essa, a una svalorizzazione della realtà umana?».

Domanda che potrebbe essere riformulata così: «ho reclamato, ho preteso, in ogni circostanza, l’uomo che è in me?».

Vorrei mostrare in queste pagine che, nel caso particolare del nordafricano emigrato in Francia, una teoria dell’inumanità rischia di trovare proprio le leggi e i corollari di cui ha bisogno.

Tutti questi uomini affamati, che hanno freddo, tutti questi uomini che hanno paura…

Tutti questi uomini che ci fanno paura, che fra il prezioso smeraldo dei nostri sogni, che disturbano il fragile contorno dei nostri sorrisi, tutti questi uomini che ci stanno di fronte, che non ci fanno domande, ma che noi interroghiamo in forme assai strane.

Quali domande?

Ve lo chiedo, me lo chiedo. Quali sono, queste creature affamate di umanità che si schiacciano sulle frontiere impalpabili (ma che so, per esperienza, terribilmente concrete) del riconoscimento integrale?

Quali sono, in verità, queste creature che si nascondono, che sono nascoste dalla verità sociale sotto la qualifica di caproni, negretti, arabi, sanguisughe, sì padrone??[2]

TESI numero I: Che il comportamento del nordafricano provoca spesso nel personale medico un atteggiamento diffidente verso la reale consistenza della sua malattia.

A eccezione dei casi di urgenza: occlusione intestinale, ferite, incidenti, il nordafricano si presenta in tutta la sua approssimazione. Ha male al ventre, alla testa, alla schiena, ovunque. Soffre atrocemente, il suo volto è eloquente, il dolore si fa sentire.

Che c’è, amico mio?

Dottore, sto per morire.

La voce rotta e impercettibile.

dove senti dolore?

Dappertutto, dottore.

Non pretendete assolutamente alcuna precisione: non otterrete niente. Ad esempio, nei dolori di tipo ulceroso, è importante conoscere gli orari delle algie. Ma il nordafricano sembra refrattario a questa conformità alle categorie temporali. Non si tratta di incomprensione, poiché spesso arriva accompagnato da un interprete. Sembra invece che gli costi tornare laddove non è più. Il passato è per lui cocente. Spera solo di non dover più soffrire, di non doversi più trovare di fronte a quel passato. Il dolore presente, che ne deforma il viso, gli è sufficiente. Non riesce a comprendere perché gli si voglia imporre, anche attraverso il ricordo, quello che ormai non è più. Non capisce perché il dottore gli faccia così tante domande.

Dove hai dolore?

Al ventre (e indica il torace e l’addome).

Quando?

Sempre.

Anche la notte?

Soprattutto la notte.

Fa più male di notte che di giorno, no?

No, fa male sempre.

Ma più la notte del giorno?

No, sempre.

E dov’è che fa più male?

Qui (e indica il torace e l’addome).

È così, fuori altri malati aspettano e, cosa più grave, si ha l’impressione che col tempo non cambierebbe niente. Si va via, quindi, con una diagnosi probabile e con una terapia approssimativa.

«Segui il trattamento per un mese. Se non migliora torna a farti vedere».

Due soluzione dunque. Il paziente non è immediatamente soddisfatto e torna al consulto tre o quattro giorni dopo. Questo ci fa reagire, poiché sappiamo che c’è un tempo di latenza (ci scusia- mo per l’espressione) perché la medicina abbia degli effetti sulla lesione.

Gli viene spiegato: più esattamente, gli viene detto. Ma il nostro paziente non ci ha sentito. Egli è il suo dolore e si rifiuta di comprendere qualsiasi lingua. Non è lontano allora da questa conclusione: è perché sono arabo che non mi cura come gli altri.

Il paziente non è immediatamente soddisfatto, ma non torna nello stesso ambulatorio, né dallo stesso medico.

Va altrove. Parte dal principio che, prima di esser soddisfatto, deve bussare a tutte le porte, e bussa. Bussa con insistenza. Con dolcezza. Con ingenuità. Con rabbia.

Bussa. Gli viene aperto. Sempre gli viene aperto. Ed egli racconta il suo dolore. Un dolore che sempre più diviene il suo. Ora è volubile nel parlarne. Lo colloca nello spazio, lo mette sotto il naso del medico. Lo prende, lo tocca con le sue dita, lo sviluppa, lo espone. Cresce a vista d’occhio. Lo raccoglie su tutta la superficie del suo corpo e dopo un quarto d’ora di spiegazione gestuale, l’interprete (disorientante come si deve) traduce: «dice di aver male al ventre».

Tutte queste incursioni nello spazio, gli spasmi del volto, lo sgranare gli occhi volevano soltanto esprimere un vago dolore. Avvertiamo una certa frustrazione nel campo della spiegazione. La commedia, o il dramma, ricomincia: diagnosi e terapia approssimative.

Non c’è alcuna ragione perché il cerchio si fermi. Un giorno, gli faranno una radiografia che mostrerà un’ulcera o una gastrite. O che non mostrerà, il più delle volte, proprio niente. Si dirà allora, della sua algia, che è «funzionale».

Si tratta di una nozione importante, che merita attenzione. Si dice vaga quella cosa che manca di consistenza, di realtà oggettiva. Il dolore del nordafricano, per cui non troviamo alcuna base lesionale, è giudicato inconsistente e irreale. Ora, il nordafricano è colui-che-non-ama-il-lavoro. tutte le sue azioni saranno giudicate a partire da questo a-priori.

Un nordafricano va nel servizio sanitario per stanchezza, per astenia, per debolezza. Gli si prescrive un trattamento a base di ricostituenti. Dopo una ventina di giorni viene dimesso. Scopre allora di avere un’altra malattia.

È il cuore che fa i capricci.

È la testa che scoppia.

Di fronte alla paura di essere dimesso, ci si comincia a chiedere se la debolezza per la quale era stato ricoverato non fosse dovuta a uno stato emozionale. Ci si arriva a chiedere se non fosse il giochetto di questo paziente che non è mai stato veramente capito. Si affaccia il sospetto. D’ora in avanti si dubiterà di qualsiasi sintomo dichiarato.

La cosa è chiara d’inverno; alcune strutture sono letteralmente sommerse di nordafricani nel periodo del freddo intenso. Si sta così bene in un reparto di ospedale.

Nella struttura, un medico rimproverava un europeo con la sciatica che girava tutto il giorno fra i reparti. Gli spiegava che il riposo, in questi casi, rappresenta almeno metà della terapia. Con il nordafricano, mi spiegò meglio, il problema è diverso: nessun bisogno di consigliare il riposo, perché stanno a letto tutto il giorno.

Di fronte a questo dolore senza lesioni, a questa malattia così distribuita in tutto il corpo, questa continua sofferenza, l’atteggiamento più immediato e a cui si arriva più o meno rapidamente è la negazione di qualsiasi morbosità. Nei casi estremi, il nordafricano è un simulatore, un bugiardo, un vigliacco, un fannullone, un perdigiorno, un ladro.[3]

TESI numero 2: Che l’atteggiamento del personale medico è spesso aprioristico. Il nordafricano non si presenta con una base comune alla propria razza, ma con una base costruita dall’europeo. In altri termini il nordafricano, dalla sua prima apparizione, entra spontaneamente in un quadro preesistente.

Da qualche anno si manifesta un orientamento medico che potremmo definire in breve come neo-ippocratismo. Secondo questa tendenza, di fronte al paziente, il medico non si cura tanto di formulare una diagnosi organica, quanto piuttosto di darne una funzionale. Si tratta di una corrente, però, che non si è ancora affermata nelle cattedre di patologia. C’è un vizio costruttivista nel pensiero del medico. Un vizio estremamente pericoloso.

Cogliamolo sul fatto.

Sono chiamato a un consulto d’urgenza su un paziente. Sono le due del mattino. La camera è sporca, il paziente è sporco. I suoi genitori sono sporchi. Tutti piangono. Tutti gridano. Una strana impressione che la morte non sia lontana. Il giovane medico scaccia ogni dubbio dalla mente. Si china «oggettivamente» su questo ventre dall’aspetto così chirurgico.

Tocca, palpa, percuote, interroga, ma ottiene solo un gemito, palpa ancora, percuote di nuovo e il ventre si contrae, si difende… Egli «non vede niente». Eppure, se fosse chirurgico? Se si lascias- se sfuggire qualcosa? Il suo esame è negativo ma non osa andarsene. Dopo qualche esitazione, indirizzerà il paziente verso un centro attrezzato per la diagnosi del ventre chirurgico. Tre giorni dopo vede arrivare nel suo studio il «ventre chirurgico» tutto sorridente, completamente guarito. Ciò che il paziente ignora, è l’esistenza di un pensiero medico esigente, da cui è stato appena sbeffeggiato.

Il pensiero medico va dal sintomo alla lesione. Negli illustri consessi, nei congressi internazionali di medicina, ci si è accordati sull’importanza dei sistemi neurovegetativi, di diencefalo, di ghiandole endocrine, di legami psicosomatici, di simpatalgie, ma si continua a insegnare ai dottori che ogni sintomo esige la propria lesione. Il paziente è colui che, insieme alla cefalea, ai ronzii nelle orecchie, alle vertigini, presenterà anche un’ipertensione arteriosa. Quando però, insieme a questi stessi sintomi, non si troverà né ipertensione, né tumore intra-cranico o comunque niente di positivo, il dottore vedrà allora vacillare il pensiero medico; e poiché ogni pensiero è pensiero di qualcosa, vedrà in difetto il paziente, indocile e indisciplinato, un paziente che ignora le regole del gioco. Questa la norma, pure così rigorosa, che si enuncia come tale: ogni sintomo suppone una lesione.

Che ne faccio di questo paziente? Dalla struttura dove l’avevo inviato per un probabile intervento, ritorna con una diagnosi del tipo «sindrome nordafricana». Ed è così che il giovane medico di fresca nomina entrerà in contatto con Molière attraverso il nordafricano della propria struttura. Malato immaginario! Se Molière (dirò un’idiozia, ma queste pagine non fanno altro che esplicitare e rendere flagrante una più vasta idiozia), se Molière avesse avuto il privilegio di vivere nel XX secolo, senz’altro non avrebbe scritto Il malato immaginario, poiché nessuno dubita che Argan sia malato. Attivamente malato: «Come, sciagurata, mi chiedi se sono malato? Se sono malato io, o spudorata?».

Sindrome nordafricana. Oggigiorno, il nordafricano che si presenta a una visita deve sopportare il peso morto di tutti i suoi compatrioti. Tutti coloro che avevano solo dei sintomi, a proposito dei quali si diceva: «Niente pane per i nostri denti» (Si intenda: nessuna lesione). Ma il paziente che ho di fronte, questo corpo che sono costretto a supporre attraversato da una coscienza, questo corpo che non è più del tutto un corpo, o almeno lo è due volte, in quanto stordito dallo spavento — questo corpo che mi chiede di essere ascoltato senza esitare — provocherà in me una rivolta.

Dove hai dolore?

Lo stomaco (e indica il fegato).

Mi arrabbio. Gli dico che lo stomaco è a sinistra, che quello che mi indica è il posto del fegato. Non si scompone affatto, percorre col palmo della mano questo ventre misterioso:

Mi fa male tutto.

Io so che, dentro a questo «tutto», ci sono almeno tre organi. In realtà ce ne sono cinque o sei. So che ciascun organo ha la sua propria patologia. La patologia inventata dall’arabo non ci interessa, è una pseudo-patologia e l’arabo uno pseudo-malato.

Ogni arabo è un malato immaginario. Il giovane dottore o lo studente, che non ha mai visto un arabo malato, sa (cfr. la vecchia tradizione medica) che «si tratta di burloni». Qualcosa potrebbe indurre alla riflessione. Di fronte a un arabo, lo studente o il dottore è incline a usare la seconda persona singolare. Si dirà che è gentilezza… per metterlo a suo agio… ci sono abituati… Chiedo scusa ma non riesco ad analizzare questo fenomeno senza abbandonare l’oggettività che mi sono prefissato.

È più forte di me, mi diceva un medico, non posso trattarli come tratto gli altri malati.

Eh sì! È più forte di me. Se solo sapeste cos’è più forte di me nella mia vita. Se sapeste cosa mi tormenta mentre gli altri spengono il cervello. Se sapeste… ma tanto non saprete.

Il personale medico scopre l’esistenza di una sindrome nordafricana. Non sperimentalmente, ma secondo una tradizione orale. Il nordafricano si colloca in questa sindrome asintomatica e si situa automaticamente su un piano d’indisciplina (cfr. indisciplina medica), di incoerenza (rispetto alla legge: ogni sintomo presuppone una lesione), di insincerità (sostiene di soffrire, mentre sappiamo bene che manca la ragione della sofferenza). C’è qui un’idea mobile, al limite della mia buona fede, e quando l’arabo si svelerà con il suo linguaggio:

Dottore, sto per morire,

quest’idea, dopo aver vagato per un po’, si imporrà, mi sarà imposta.

Questa gente è veramente poco seria.

TESI numero 3: Che le volontà migliori, le intenzioni più pure, devono essere chiarite. — Della necessità di effettuare una diagnosi situazionale.

Il dottor Stern, in un articolo sulla medicina psicosomatica, riprendendo i lavori di Heinrich Meng, scrive: «non si deve trovare soltanto quale sia l’organo colpito, la natura delle lesioni organiche, se esse esistano o meno e quale microbo abbia invaso l’organismo; non basta conoscere la “costituzione somatica” del malato, ma bisogna cercare di conoscere ciò che Meng chiama la sua “situazione”, cioè le relazioni con l’ambiente, le sue occupazioni e preoccupazioni, la sessualità, la tensione interna, il sentimento di sicurezza o di insicurezza, i pericoli che lo minacciano; e aggiungiamo pure la sua evoluzione, la storia della sua vita. È necessaria cioè una diagnosi situazionale».[4]

Seguiamo il magnifico progetto che il dr. Stern ci propone.

  1. Relazione con l’ambiente. Parlarne è davvero necessario. Non trovate qualcosa di buffo nel parlare, in Francia, del rapporto del nordafricano col suo ambiente? Ha veramente dei rapport? Ha un ambiente? Non è solo? Non sono soli? Non ci appaiono assurdi, cioè privi di fondamento, sui tram o sui filobus? Da dove vengono? Dove vanno? Di tanto in tanto li scorgiamo lavorare in qualche edificio, ma non li vediamo, li scorgiamo, li intravediamo. Ambiente? Relazioni? Non ci sono contatti. Ci sono solo urti. La parola contatto implica qualcosa di dolce e di educato (educato, non civilizzato), no? C’è contatto? Ci sono relazioni?
  2. Occupazioni e preoccupazioni. Lavora, è occupato, si occupa, lo si occupa. Le sue preoccupazioni? Credo che neanche la parola esista nella sua lingua. Preoccuparsi di cosa? In Francia si dice: si preoccupa di trovare un lavoro; in Africa del Nord: si occupa di trovare un lavoro.

Scusi signora, secondo lei, quali sono le preoccupazioni del nordafricano?

3. Sessualità. Capisco, è fatta di stupro. Per mostrare fino a che punto uno studio basato sulla rimozione possa pregiudicare la comprensione autentica di un fenomeno, vorrei citare alcune conclusioni di una tesi di dottorato in medicina, sostenuta a Lione nel 1951 dal dottor Léon Mugniery.

Nella regione di Saint-Etienne 80% ha sposato una prostituta. Il resto vive prevalentemente rapporti occasionali di breve durata, talvolta in situazione familiare. Ospitano spesso per alcuni giorni una o più prostitute da cui portano poi i propri amici.

La prostituzione sembra ricoprire un ruolo importante nell’ambiente nordafricano”… [5] «Dipende infatti dal forte appetito sessuale, caratteristica propria di questi meridionali dal sangue caldo».

E più avanti: «Si potranno forse avanzare delle obiezioni e mostrare con degli esempi che gli sforzi intrapresi per alloggiare decentemente i nordafricani siano tutti falliti».

Si tratta in maggioranza di uomini giovani (dai 25 ai 35 anni), con grossi bisogni sessuali, che il legame di un matrimonio misto può soddisfare solo temporaneamente e per i quali l’omosessualità è un’inclinazione disastrosa…

Non ci sono molte soluzioni a questo problema: o si favorisce il raggruppamento familiare in Francia, malgrado il rischio[6] che comporta una certa invasione da parte della famiglia araba, e si fanno arrivare ragazze e donne arabe, oppure si dovranno tollerare per loro delle case chiuse…

Senza tener conto di questi fattori, si rischierebbe di esporsi a dei tentativi sempre più frequenti di stupro, di cui i giornali quotidianamente riferiscono. La morale pubblica ha molto più da temere da questi fatti che non dalle case di tolleranza.

E per terminare, il dottor Mugniery denuncia l’errore del governo francese, scrivendo in lettere maiuscole la frase seguente:

LA CONCESSIONE CHE CONFERISCE L’UGUAGLIANZA DEI DIRITTI, SEMBRA ESSER STATA ECCESSIVAMENTE PRECOCE E BASATA SU RAGIONI SENTIMENTALI E POLITICHE, PIUTTOSTO CHE SULL’EVOLUZIONE SOCIALE E INTELLETTUALE DI UNA RAZZA LA CUI CIVILIZZAZIONE, TALVOLTA RAFFINATA, MANIFESTA PERÒ DEI COMPORTAMENTI SOCIALI, FAMILIARI E SANITARI ANCORA PRIMITIVI (P. 45).

È necessario aggiungere qualcosa? È necessario riprendere una a una tali assurdità, o ricordare al dottor Mugniery che se i nordafricani in Francia si contentano di prostitute è perché, prima di tutto, vi trovano delle prostitute e secondariamente perché non trovano delle donne arabe (che potrebbero invadere la nazione)?

4. La sua tensione interna. Qualche realtà? Tanto vale parlare della tensione interna di una pietra. Tensione interna! Che sciocchezza!

5. Il sentimento di sicurezza o di insicurezza. Il primo termine va eliminato. Il nordafricano è costantemente nell’insicurezza. Insicurezza plurima.

Mi chiedo talvolta se non sia bene ricordare al francese medio che è una disgrazia essere nordafricano. Egli non è mai al sicuro. Eppure ha dei diritti, direte voi, ma non li conosce. Ah! Ah! Deve solo conoscerli. La conoscenza. Eh sì! Ci caviamo le gambe. Diritti, Doveri, Cittadinanza, Uguaglianza, quante belle cose! Il nordafricano sulla soglia della nazione francese — che è, ci dicono, la sua — vive in campo politico, sul piano civico, un imbroglio che nessuno vuol guardare in faccia. Cos’ha a che fare col nordafricano in ambiente ospedaliero? Appunto, ha proprio qualcosa a che fare.

6. I pericoli che lo minacciano.

Minacciato nella sua affettività.

Minacciato nell’attività sociale.

Minacciato nell’appartenenza alla città, il nordafricano raccoglie tutte queste condizioni che fanno un uomo malato.

Senza famiglia, senza amore, senza relazioni umane, senza comunione con la collettività, il primo incontro con se stesso sarà attraverso la nevrosi, la patologia, si sentirà svuotato, senza vita, in un corpo a corpo con la morte, una morte al di qua della morte, una morte nella vita e cosa c’è di più patetico di questuomo dal corpo robusto che, con una voce veramente rotta, ci dice: «dottore, sto per morire». 7.L’evoluzione e la storia della sua vita. Sarebbe meglio dire la storia della sua morte.

Una morte quotidiana.

Una morte sul tram,

una morte durante la visita,

una morte con le prostitute,

una morte nel cantiere,

una morte al cinema,

una morte molteplice nei giornali,

una morte nel timore delle brave persone di uscire dopo mezzanotte.

Una morte,

sì una MORTE.

È tutto molto bello, si dirà, ma che soluzione proponete?

Li riconoscete, sono vaghi, sono amorfi…

Bisogna star loro addosso.

Bisogna buttarli fuori dagli ospedali.

Se dessimo loro ascolto, prolungheremmo indefinitamente la convalescenza.

Non sanno spiegarsi.

e sono bugiardi

e poi sono ladri (ladro come un arabo)

e poi, e poi, e poi

l’arabo è un ladro

tutti gli arabi sono ladri.

Una razza di sfaticati

sporca

disgustosa

non c’è niente da fare

niente da guadagnarci

certo, è dura per loro essere così

essere proprio così

ma, insomma, ammettete che non è mica colpa nostra.

Appunto, la colpa è nostra.

Appunto, la colpa è la TUA colpa.

Ma come, degli uomini vanno e vengono lungo un corridoio che hai costruito per loro, dove non hai pensato di mettere una panca perché si riposino, dove hai messo mille spauracchi che rabbiosamente li schiaffeggiano, dove si feriscono il viso, il petto, il cuore.

Dove non trovano il loro posto,

dove non fai loro posto

dove non c’è assolutamente posto per loro

e osi dirmi che non ti interessa!

Che non è colpa tua!

Ma come, quest’uomo che riduci a una cosa chiamandolo sistematicamente Mohammed, che ricostruisci o piuttosto dissolvi, a partire da un’idea, un’idea che sai essere disgustosa (lo sai bene, gli togli qualcosa, qualcosa per cui non molto tempo fa eri pronto a perdere tutto, perfino la vita), ebbene! Quest’uomo, non ti sembra di svuotarlo della propria sostanza?

Che se ne restino a casa loro!

Eh sì! Ecco la tragedia: che se ne restino a casa loro. Solo che si dice loro che siano francesi. L’hanno imparato a scuola. Per strada, nelle caserme (dove avevano scarpe ai piedi). Sui campi di battaglia. Gli si ficca la Francia ovunque, nel corpo e nell’’«anima», laddove c’era posto per qualcosa di apparentemente grande.

Ora, si ripete loro in ogni modo che sono a casa «nostra». Che se non sono contenti, devono solo tornarsene nella kasbah. E qui, di nuovo, c’è un problema.

Qualsiasi cosa accada, sostengono alcuni, il nordafricano sarà comunque più felice a casa propria…

Ci si è accorti in Inghilterra che dei bambini magnificamente nutriti, con delle balie ad accudirli, ma che vivevano fuori dall’ambiente familiare, presentavano un tasso di malattie doppio rispetto a quello dei loro coetanei meglio nutriti ma vicini ai propri genitori. Senza andare così distanti, si pensi a tutti coloro che conducono una vita senza futuro nel proprio paese e che rifiutano delle buone situazioni all’estero. A cosa serve una buona situazione quando non conduce a un ambiente familiare o quando non permette il compimento dell’«ambiente»?

La scienza psicanalitica ritiene che l’emigrazione all’estero sia un fenomeno patologico. E in questo ha perfettamente ragione.

Tali considerazioni ci permettono di concludere:

  1. Il nordafricano non sarà mai più felice in Europa che a casa sua in quanto gli si chiede di vivere senza la materia stessa della propria affettività. Tagliato dalle proprie origini e separato dai propri fini, diviene una cosa gettata nel marasma, schiacciata dalla legge dell’inerzia.
  2. In tali conclusioni c’è una malafede manifesta e abietta. Se il tenore di vita a disposizione del nordafricano in Francia è superiore a quello a cui era abituato nel suo paese, significa che nel suo paese, in quest «altra parte della Francia» c’è ancora così tanto da fare.

Che ci sono palazzi da costruire, scuole da aprire, strade da tracciare, delle catapecchie da demolire, delle città da far sorgere dalla terra, degli uomini, delle donne e tanti tanti bambini da riempire di sorrisi.

Vuol dire che c’è del lavoro da fare laggiù, del lavoro umano, che dia cioè significato alla famiglia. Non a una camera o a un dormitorio. Vuol dire che su tutto il territorio della nazione francese (metropoli e Unione francese), ci sono delle lacrime da asciugare, dei comportamenti inumani da combattere, dei sì padrone (mon z’ami) da rendere inammissibili, degli uomini da umanizzare, delle rue Moncey[7] da restituire alla circolazione.

La sua soluzione, caro signore?

Non spingetemi al limite. Non obbligatemi, cari signori, a dirvi ciò che da soli dovreste sapere. Se tu non pretendi l’uomo che ti sta di fronte, come puoi pensare che io supponga che tu reclami l’uomo che è in te?

Se TU non vuoi l’uomo che ti sta di fronte, come potrei credere io all’uomo che forse è in te?

Se TU non esigi l’uomo, se TU non sacrifichi l’uomo che è in te per l’uomo che è su questa terra, che non è soltanto un corpo, che è più di un Mohammed, quale espediente dovrò mai trovare io, per avere la certezza che anche tu sei degno del mio amore?


[1] Pubblicato in «Esprit», febbraio 1952.

[2] In francese bicot (capra), bounioul (anche bougnoulo bougnoule, dal dialetto senegalese wolof, termine dispregiativo per definire i nordafricani e maghrebini), raton (ratto), sidi, mon z’ami (dall’arabo «signore», espressione dispregiativa per indicare i nordafricani insediati in Francia) [N.d.T.].

[3] Cfr. La Sécurité sociale? C’est nous qui payons!

[4] Dr. E. Stern, Médecine psycho-somatique, «Psyché», gennaio-febbraio 19409, p.128.

[5] Corsivo mio.

[6] Corsivo mio.

[7] Strada di un quartiere povero di Lione, abitata prevalentemente da nordafricani.