a cura di Deco[K]now

 

 

Dall’inizio del XXI secolo, l’America Latina è stata un osservatorio politico privilegiato per il resto del mondo. La svolta inaugurata dai cosiddetti governi “progressisti”, prodotta nella maggior parte dei casi da grandi insurrezioni popolari, ha stimolato accesi dibattiti politici anche in Europa, sia sulla reale costituzione sociale e materiale di queste esperienze, sia sui modi di immaginare un proprio futuro dopo-il-neoliberalismo. Oggi però queste diverse esperienze politiche sembrano essere arrivate a un punto di non ritorno, la loro spinta “progressista” appare come qualcosa del “passato”. Non è un mistero che quei governi stiano soffrendo una crisi del consenso popolare che sta prestando il fianco a una rivalsa delle destre, le quali tentano di cavalcare la giusta indignazione di fronte all’annichilimento dell’azione emancipatrice e allo stallo economico – come sta accadendo in Brasile, in Ecuador, in Venezuela e, pur se in forme diverse, anche in Argentina. È per questo che proponiamo questo breve saggio di Veronica Gago – docente dell’Università di San Martin (UNSAM) a Buenos Aires e membro del collettivo Situaciones – che riassume il suo ultimo libro, La razón neoliberal, di recente apparso in Argentina e infelicemente lontano dall’uscire in Italia. Ci sembra un testo che riesce a mostrare alcuni aspetti della complessità dei mutamenti sociali che hanno investito l’Argentina e in forme specifiche l’intera America Latina, a seguito della svolta “post-neoliberale”. Un testo che crediamo restituisca in maniera efficace l’attualità di questa svolta e capace di spiazzare alcune visioni della sinistra italiana su questi governi, spesso folkloriche e semplificatorie.
In particolare, ci appare interessante il modo in cui l’autrice ci chiede di pensare la “simultaneità e la sovrapposizione tra elementi di spossessamento e conflitto” caratterizzanti il momento post-neoliberale; il suo non essere né una transizione né un superamento del neoliberalismo, quanto piuttosto un nuovo modo di accumulazione emerso comunque dentro gli stessi confini politici e materiali aperti da quest’ultimo. In effetti, parte della forza del testo sta nell’efficace descrizione della profonda eterogeneità, capacità di trasformazione e adattamento della governance neoliberale, sempre pronta a reinventare strategie di cattura.
Ma l’originalità dell’approccio, nel solco di studi foucaultiani rivitalizzati da lavori come La nuova ragione del mondo (2013) di Dardot e Laval, sembra emergere laddove l’autrice pone l’attenzione sulle controcondotte che si possono generare da ciò che chiama “neoliberalismo dal basso”. Nell’analisi del grande mercato La Salada (situato nella periferia di Buenos Aires), Gago osserva che se da un lato il proliferare di economie informali e popolari si fonda sull’operare di alcune forme della razionalità neoliberale, dall’altro queste stesse forme vengono riqualificate e ibridate con nuove possibilità di ampliamento della libertà. Il ragionamento è qui articolato e provocatorio allo stesso tempo: se da una parte è chiaro che queste forme di auto e micro-imprenditorialità dal basso non fanno che riprodurre i meccanismi alla base del capitalismo neoliberale – e sarebbe impossibile non vedere anche qui la presenza di fenomeni di sfruttamento e auto sfruttamento – dall’altra l’autrice sostiene la necessità (politica) di andare a indagare proprio le ambivalenze di quei processi che nella ricerca di possibilità d’esistenza da parte dei soggetti subalterni – ovvero a partire da quei conatus desideranti che configurano ciò che chiama la loro “pragmatica vitalista” – possono aprire spazi inediti e alternativi di organizzazione e gestione del comune. È così che Gago propone di definire queste economie come “barocche” e, piuttosto che svalutarle, ne sottolinea l’ambivalenza, le contraddizioni, la simultaneità di adattamento e resistenza ma anche la creatività e la potenza, il luogo del possibile sorgere di una produttività governata da altri valori.
Proponiamo questa riflessione perché crediamo che alcuni fenomeni lontani, seppure incommensurabili nella loro specificità, possono presentare tratti e dinamiche simili ad altri contesti a noi più vicini, o quantomeno fornire spunti d’indagine. Come confermato dalle reazioni a seguito della pubblicazione dell’ultimo rapporto Svimez, il Meridione d’Italia ciclicamente viene investito da discorsi in cui s’intrecciano stigmatizzazioni orientaliste ed evocazioni d’interventi straordinari risolutori. Piani infrastrutturali e nuove recinzioni delle risorse ambientali sono già predisposti, come i progetti di ricerca petrolifera in Campania, Sicilia, Puglia e Abruzzo stanno ad indicare. Non sarebbe dunque difficile vedere qui una versione locale di ciò che Gago chiama la pressione (neo-sviluppista e neo-estrattivista) neoliberale dall’alto. Tuttavia è nel considerare la regione metropolitana di Napoli e la pratica dei soggetti che la abitano che la riflessione dell’autrice potrebbe tornarci utile.
Del resto si sa, Napoli è una delle città europee dove la riproduzione dell’economia capitalista trova uno dei terreni più fertili proprio nell’articolazione funzionale tra le frontiere dell’economia formale, informale e criminale. Per cui, sebbene sarebbe piuttosto ingenuo celare i tragici effetti che la fluidità di quelle sfere spesso determina (con i loro dispositivi mobili d’eccezione e i regimi differenziali di lavoro e tutela, ad esempio), allo stesso tempo la città e il suo intorno potrebbe costituirsi come un luogo privilegiato dove osservare le molteplici forme locali del “neoliberalismo dal basso”. Nei mercati paralleli, bancarella napoli nei commerci ambulanti, nelle economie comunitarie e migranti, se si vuole persino in quella che comunemente viene definita in termini un orientalisti “l’arte di arrangiarsi” del Meridione italiano, si potrebbe andare a ricercare le ambivalenze dell’agire dei soggetti dove l’autrice ci proietta. Poiché decolonizzare lo sguardo, come ben mostra il testo di Gago, significa in questo caso sia rompere con la vittimizzazione e la de-soggettivazione dei gruppi subalterni veicolata dal linguaggio “salvifico” dei saperi dominanti, sia rompere con la ricerca della purezza di un presunto soggetto con la S maiuscola.
Così, assumendo lo spirito cartografico e l’invito ad abbandonare i moralismi, cercando di andare al contempo oltre le spettacolarizzazioni e il manicheismo tipico di auto-narrazioni alla “Gomorra” – ovvero oltre quelle contraddittorie, terribili, necessarie e paradossali espressioni delle territorialità meridionali in costante negoziazione tra legale e illegale, formale e informale – forse potrebbe emergere qualcosa di simile alla “potenza plebea” e alle linee di fuga possibili di cui ci parla Gago. Pur nella consapevolezza – e qui il testo di Gago non può più aiutarci – che ogni potenza o rottura plebea deve essere articolata a una qualche forma di espressione o mediazione politica, a un qualche movimento costituente. Si tratta di una proposta che vorremmo “gettare” al dibattito, ma che deve essere necessariamente accompagnata da nuove forme di inchiesta militante. Come quella che ci propone il testo in questione.

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La ragione neoliberale. Economie barocche e pragmatica popolare

di Veronica Gago

Neoliberismo dal basso

Vorrei cominciare con una proposta di metodo: in America Latina dobbiamo completare Foucault partendo dalle rivolte dell’ultimo decennio, e lì ancorare la critica al neoliberismo come modalità di potere, di dominio e di spossessamento; allo stesso tempo, tuttavia, dobbiamo analizzare le immagini e le forme di felicità politica contenute in quelle diverse nozioni di libertà che nel neoliberismo competono e cooperano in modo simultaneo.
Proponiamo una prima topologia: dall’alto, il neoliberalismo ha a che fare con una modificazione del regime di accumulazione globale – con nuove strategie delle aziende, delle agenzie e dei governi – che ha indotto a un cambiamento nelle istituzioni statali-nazionali. In tal senso, il neoliberalismo è una fase (e non una mera tonalità) del capitalismo. Dal basso, invece, neoliberalismo sta a significare la proliferazione di stili di vita che hanno riorganizzato le nozioni di libertà, calcolo e obbedienza, proiettando una nuova razionalità e affettività collettiva.
Le rivolte della crisi del 2001 in Argentina hanno segnato la rottura della legittimità politica del neoliberismo “dall’alto”. Queste rivolte sono parte di un ciclo continentale: Venezuela, Bolivia, Ecuador (che si riapre con una più recente serie di mobilitazioni in Cile e Brasile). A questa prima rottura dobbiamo la svolta successiva dei governi della regione: si tratta di una sequenza che segna un ritmo politico e un’anteriorità delle rivolte che spesso non viene riconosciuta. Il neoliberismo, tuttavia, sopravvive in alto e in basso: in alto, come rinnovamento della forma estrattiva-spossessante in un momento nuovo di sovranità finanziarizzata, in basso come razionalità capace di negoziare dei benefici in questo contesto di spossessamento, attraverso una dinamica che mescola forme intense di sfruttamento e di nuova conflittualità sociale.
Nel nostro continente, la crisi del neoliberismo ha aperto un dibattito su come caratterizzare la situazione successiva. Una linea ruota attorno alla discussione sulla concettualizzazione del post-neoliberismo la razón neoliberal (si veda Brandt & Sekler, 2009; Davalos, 2012). Dal nostro punto di vista il prefisso post – nella parola post-neoliberalismo – non indica né una transizione né un mero superamento. Esso sta piuttosto a indicare la crisi della sua legittimità come politica statale e istituzionale a partire dalle rivolte sociali dell’ultimo decennio e mezzo, dai mutamenti avvenuti nel capitalismo mondiale dopo la sua crisi globale e in alcune politiche istituzionali in paesi i cui governi sono stati caratterizzati come “progressisti”; allo stesso tempo, il post sta a indicare il persistere del neoliberismo come condizione e l’incorporamento o l’immanenza di alcune delle sue premesse fondamentali nell’azione collettiva popolare che precedentemente lo aveva contestato.
Per questo “sopravvivenza” forse non è il migliore dei termini: per pensare l’attualità neoliberale bisogna mettere al centro la sua capacità di mutazione, la sua dinamica di variazioni permanenti, ponendo l’accento sulle variazioni di senso, sui ritmi ricorsivi, non lineari, di tempo, come inversioni stimolate dalle lotte sociali (Guitiérrez Aguilar, 2008). In Argentina – e in America Latina in generale – la maggiore partecipazione dello Stato dopo il declino della legittimità neoliberale e l’incentivo al consumo di massa, hanno cambiato negli ultimi anni il paesaggio neoliberale: dalla miseria, la scarsità e la disoccupazione di inizio secolo (e da tutte le forme di lotta e di resistenza di allora) a certe forme di abbondanza che si incontrano con nuove forme di vivere il consumo, il lavoro, l’imprenditorialità, l’organizzazione territoriale e il denaro. La maggiore “promiscuità” dei territori si presenta sempre di più come parte di una serie di economie barocche che rianimano una nuova dinamica politica di eccedenza dello stesso neoliberalismo, qualificandolo in un modo nuovo.
Con neoliberalismo dal basso mi riferisco quindi a un insieme di condizioni che si vengono a materializzare oltre la volontà di un governo, della sua legittimità o meno, ma che si convertono in condizioni attraverso cui opera una rete di pratiche e di saperi che assume il calcolo come matrice soggettiva primordiale, e che funziona come motore di una potente economia popolare capace di mescolare saperi comunitari autogestiti e dimestichezza con il saper-fare nella crisi in quanto tecnologia di un’auto-imprenditoria di massa. Così concettualizzato, la forza del neoliberismo finisce con l’impiantare nei settori protagonisti della cosiddetta economia informale una pragmatica vitalista.
Ciò sta a significare, da un lato, il calcolo concepito come condizione vitale in un contesto in cui lo Stato non garantisce le condizioni neoliberiste della concorrenza prescritte dal modello ordoliberale. Secondo questo modo di fare, il calcolo assume una certa mostruosità nella misura in cui l’imprenditorialità popolare viene costretta a farsi carico di condizioni che non le sono garantite. Dall’altro lato, questa imperfezione si dà allo stesso tempo come indeterminazione, plasmando una certa idea della libertà e sfidando a modo suo le tradizionali forme di obbedienza. Il modo in cui questa razionalità non coincide più, in una sorta di calco perverso, con l’homo economicus è un punto cruciale su cui indagare.
A sua volta, la pragmatica vitalista che ci interessa mettere in risalto permette di pensare la trama di potenza che nasce dal basso. Si tratta di un tessuto capace di mettere in moto una forma nuova di conatus, per usare un termine spinoziano: la dinamica neoliberale si coniuga e combina in maniera problematica ed effettiva con questo perseverante vitalismo che si afferra incessantemente all’ampliamento delle libertà, dei godimenti e degli affetti.
A differenza della figura dell’homo economicus, il neoliberismo dal basso si spiega a partire dal divenire storico di certi rapporti di forza cristallizzati in condizioni che a loro volta sono appropriate dalla strategia dei conati che eccedono l’idea fredda e ristretta del calcolo liberale, dando luogo a figure della soggettività individuale e collettiva biopolitiche, ovvero in funzione di diverse tattiche di vita.

Pragmatica vitalista

Nella pragmatica vitalista che cerchiamo di mettere a fuoco, il neoliberismo dal basso implica in modo non lineare forme comunitarie. È proprio qui che poniamo la domanda su quali sarebbero le forme politiche all’altezza del momento post-neoliberale e dell’emergere di “elementi di cittadinanza post-statale”, per riprendere una formula di Balibar (2013). Che il neoliberalismo come governamentalità sia compatibile con alcune forme comunitarie non è un dato aneddotico o di pura tendenza globale all’etnicizzazione del mercato del lavoro, bensì indice dell’esigenza di una condizione contemporanea che tende a ridurre la cooperazione a forme imprenditoriali assai innovative mentre propone, al tempo stesso, l’assistenza sociale come rovescio simultaneo dello spossessamento. Proprio per questo è importante l’esempio dell’America Latina: le ribellioni contro il neoliberismo nella regione appaiono come lo snodo a partire da cui riarmare la prospettiva critica per concettualizzare il neoliberismo oltre la sua logica permissiva e diffusa. Ma anche per andare oltre il neoliberismo inteso come trionfo dell’homo economicus, come soppressione del politico (come sostiene, ad esempio, Wendy Brown).
Propongo di pensare questi assemblaggi – produttività transindividuali espresse attraverso un’informalità dinamica – come economie barocche, per concettualizzare un tipo di articolazione di economie che mescolano logiche e razionalità che spesso vengono percepite – nella teoria economica e politica – come incompatibili. Bolivar Echeverria ha associato il barocco a un arte di resistenza e di sopravvivenza propria del momento coloniale. Sulla traccia di analisi come quella di Bolivar Echeverria, Alvaro Garcia Linera (2008) propone l’idea di una “modernità barocca” per descrivere il modello produttivo in Bolivia, poiché questo modello unifica “in forma scaglionata e gerarchizzata strutture produttive dei secoli XV, XVIII e XX”. E anche riedizioni del lavoro servile o semi-schiavistico come importante segmento, anche se non egemonico, delle economie transnazionali nella globalizzazione capitalistica, la cui logica d’accumulazione ratifica questa modalità come una componente (post)moderna di organizzazione del lavoro e non come un retaggio arcaico di un passato superato, premoderno o precapitalista. Il barocco in America Latina persiste come un insieme di modi intrecciati di fare, pensare, percepire, combattere e lavorare. Un fatto che presuppone la sovrapposizione di termini non conciliati e in continua ri-creazione. Tuttavia, vi è qualcosa del presente, del tempo storico del capitalismo postfordista, con la sua accelerazione degli spostamenti, che richiama in maniera particolare questa dinamica del molteplice.
Il nostro uso specifico si riferisce qui alla combinazione strategica di elementi microimprenditoriali, con formule di progresso popolare, con la capacità di negoziazione e di contestazione di risorse statali, ed efficaci, nella sovrapposizione di vincoli di parentela e di lealtà legati al territorio così come a forme contrattuali non tradizionali. È chiaro che abbiamo qui qualcosa di simile al modo in cui l’antropologa Aihwa Ong (2006) definisce la spazialità attuale come “ecologia barocca”: la città si situa al centro di un ecosistema creato a partire dalla mobilitazione e dall’interazione di diversi elementi globali (saperi, pratiche, attori). La definizione di Ong ci sembra pertinente, poiché mette l’accento sulla dimensione spaziale urbana attraverso cui si manifesta oggi il barocco. Tuttavia, dalla nostra prospettiva analitica, il barocco si riferisce ad altri due principi fondamentali per pensare queste economie:
* L’informale come forma istituente o come principio di creazione di realtà. Definisco l’informalità non in maniera negativa nel suo rapporto con la norma che definisce il legale/illegale, bensì in modo positivo data la sua caratteristica di innovazione e, quindi, attraverso la sua dimensione di prassi che cerca incessantemente nuove forme. Inteso in questa accezione, l’informale non si riferisce a ciò che non ha forma, bensì a una dinamica capace di inventare e promuovere nuove forme (produttive, commerciali, relazionali, ecc.), collocando l’asse nel momento processuale della produzione di nuove dinamiche sociali.
* L’informale come fonte di incommensurabilità, ovvero come dinamica che mette in crisi la misura oggettiva del valore creato da queste economie. L’informale si riferisce così al tracimare, per intensità e sovrapposizione, di elementi eterogenei che intervengono nella creazione di valore, forzando all’invenzione di nuove formule convenzionali del valore e a produrre meccanismi di riconoscimento e di inscrizione istituzionale.

Assemblaggi eterogenei

Se cerchiamo di pensare il neoliberismo non soltanto come una dottrina omogenea e compatta, è per meglio mettere a fuoco la molteplicità di livelli attraverso cui opera, la varietà di meccanismi e di saperi che spesso implica e i modi in cui si combina e si articola, in maniera diversa, con altri saperi e forme di fare. Questa pluralità non lo rende meno efficace come tecnologia di governo. Tuttavia, la pluralizzazione del neoliberismo dovuta alle pratiche provenienti “dal basso”, consente di scorgere la sua articolazione con forme comunitarie, con tattiche popolari riguardanti le decisioni della vita, con iniziative che alimentano le reti informali e con modalità di negoziazione di diritti che si avvalgono proprio di questa vitalità sociale. Ancora, è in questa pluralizzazione che appaiono anche le modalità di resistenza a un modo di governo estremamente versatile. Tuttavia, queste pratiche rivelano, soprattutto, il carattere eterogeneo, contingente e ambiguo in cui l’obbedienza e l’autonomia si contendono, palmo a palmo, l’interpretazione e l’appropriazione delle condizioni neoliberali.
Questa pluralizzazione, inoltre, ci costringe, più che a elaborare grandi teorie, a proporre enunciati situati. Per questo, il nostro punto di partenza qui sono situazioni concrete. È a partire da una cartografia politica che possiamo valutare il rapporto tra l’eterogeneità, l’ambiguità e la contesa per la ricchezza comune che ognuna di queste dimensioni implica. Così, non si tratta di fare una scelta tra etnografie localiste ed enunciati strutturali (Peck, 2013), quanto piuttosto di porre l’enfasi sul carattere “polimorfo” del neoliberalismo.
In Argentina, è la notevole e crescente moltiplicazione delle forme lavorative, effetto della crisi, a costringerci ad ampliare la categoria di lavoratori e a una riconcettualizzazione delle economie definite tradizionalmente come informali e periferiche, e in cui eccelle il ruolo del lavoro migrante come risorsa economica, politica, discorsiva e immaginaria della ricomposizione lavorativa in corso. A questo fine, la congiuntura dell’ultimo decennio risulta particolarmente fertile, poiché ci consente di identificare un percorso che va da una disoccupazione di massa caratterizzata da un alto livello di organizzazione politica e da una forte critica pubblica della questione del lavoro alla diffusione della stigmatizzazione del “lavoro schiavo” per un settore importante della popolazione lavoratrice che viene a costituirsi come un limite materiale e simbolico per il resto dei lavoratori. Rispetto alla discussione circa l’attualità della schiavitù e il suo vincolo con il servilismo e la femminilizzazione dei lavori è necessario approfondire lo sguardo.

Economie barocche

Questa forma di messa in moto delle economie barocche presuppone un dispiegamento strategico: un insieme di modi di fare che vengono a comporsi in modo pragmatico per affermarsi e perdurare. Definire tale modo come una pragmatica ha come obiettivo porre l’accento sul suo carattere esperienziale, e non meramente discorsivo. Si tratta, soprattutto, di pensare in modo non moralistico certi tipi di esperienza, e quindi di andare oltre l’applicazione di razionalità esterne al suo stesso tatticismo. In questo senso, l’accento su una prospettiva non-moralistica si riferisce al metodo nietzscheano di comprendere la morale come una macchina di cattura avente uno scopo ben preciso: normare e governare le soggettività espansive.
All’interno di queste economie, nello stesso momento in cui constatiamo delle forme di sfruttamento e di subordinazione vincolate al lavoro migrante, che il capitale colloca nel suo strato più “basso” e che si sforza di esibire come situazioni esemplificatrici dell’obbedienza, si scopre anche una dinamica di invenzione resistente e democratica tipica di questo percorso migratorio nella sua incorporazione a una città come Buenos Aires. Si tratta di una scoperta che apre e destabilizza l’immaginario classico dell’”integrazione”, poiché sottopone a tensione la stessa nozione di differenza, intesa, al tempo stesso, sia come capacità di autonomia (= produzione ontologica) sia come differenziale (etnicizzato) di sfruttamento (= produzione di plusvalore).
Foucault ha segnalato la necessità di passare da una teoria del soggetto alle forme di soggettivazione che costituiscono la pragmatica del sé. Questo spostamento cercava di lasciare da parte un’idea puramente astratta di soggetto per focalizzarsi sui processi di costituzione materiale e spirituale delle soggettività. L’auto-imprenditore rappresenta una di queste pragmatiche. Foucault inquadra anche i migranti in questa definizione. Ora, il punto che ci interessa di questa concettualizzazione ha due aspetti: da una parte, la nostra prospettiva cerca di fuggire da un’immagine puramente vittimista dei soggetti che affrontano i processi migratori; dall’altra, vogliamo qui eccedere questa definizione strettamente imprenditoriale della formazione del capitale umano senza però abbandonare l’idea di progresso. È dunque possibile pensare l’ansia di progresso al di fuori del neoliberismo inteso come matrice di una razionalità individualista determinata dal profitto? È possibile rivendicare il calcolo al di là del profitto? È possibile che “l’opportunismo delle masse” di cui parla Paolo Virno (2003) venga a costituirsi come un dinamismo sociale che tuttavia non viene quasi mai attribuito alle classi popolari? Infine, per dare un ulteriore giro di vite, possiamo pensare il progresso come qualcosa di associato a un’altra idea di modernità?
L’ipotesi che voglio proporre è semplice: la differenza nel tipo di soggettivazione alla base del dinamismo di queste economie barocche sta in una volontà di progresso che mescola la definizione foucaultiana del migrante come auto-imprenditore con la posta in gioco di un capitale comunitario. Si tratta di uno stimolo vitale capace di dispiegare un calcolo in cui la razionalità neoliberale appare intrecciata a un insieme di pratiche comunitarie, e che produce come effetto ciò che chiamiamo “neoliberismo dal basso”. In questo sfasamento, che in ogni caso viene prodotto in modo congiunto, vediamo l’affacciarsi di una nuova interpretazione della pragmatica vitalista.
Ma torniamo al tempo. Questo ibrido barocco produce “zone multiformi” che esibiscono delle eterogeneità temporali. E ciò sta a significare che le categorie di lavoro divengono fluide e intermittenti, nel senso che ci chiedono di essere lette come traiettorie complesse e intessute a partire da una forma particolare di calcolo urbano; un calcolo assai flessibile, capace di transitare socialmente, a seconda dei momenti, come lavoro di apprendistato, come auto-imprenditoria, come lavoro informale in attesa di divenire formale, come disoccupazione temporanea e, simultaneamente, come ricerca permanente di risorse attraverso rapporti e lavori comunitari e sociali. In breve, si tratta di un percorso soggettivo capace di transitare, usufruire e godere, in modo tattico, di rapporti familiari, di vicinato, commerciali, comunitari e politici. La città “multiforme” che caratterizza questo tipo di economia – secondo il ragionamento chiave di Silvia Rivera Cusicanqui, e su cui ci soffermeremo in seguito – non solo ci rivela la pluralità delle forme di lavoro, ma finisce per mostrare in modo evidente i confini stessi di ciò che chiamiamo “lavoro”.

5. Contro la moralizzazione delle economie popolari

Il nostro scopo qui è mettere a fuoco un’economia popolare all’interno della città di Buenos Aires, ma con connessioni transnazionali con altre città poiché appare fortemente segnata dalla presenza migrante, dalle innovazioni delle forme di produzione, circolazione e organizzazione delle dinamiche collettive migranti. Si tratta di una forma di economia del tutto emblematica di una trasformazione più ampia nel mondo del lavoro dopo la crisi argentina del 2001. Se vi è qualcosa che connota questo circuito come un’economia non tradizionale è proprio il fatto che esso appare, al tempo stesso, informale e sotterraneo ma anche assai vincolato alle catene transnazionali di valore e ai grandi marchi locali; tale circuito economico è capace di combinare condizioni estreme di precarietà con alti livelli di espansione e, nel suo complesso, consente di mettere in discussione la stessa dinamica produttiva del consumo associata ai nuovi usi del tempo e del denaro.
La mia ricerca si è concentrata su tre situazioni che appaiono concatenate, e una sua parte importante sta proprio nel tentativo di comprendere in che modo funzionino tali connessioni. Da una parte, vi è il Mercato popolare de La Salada, contraddistinto dal fatto di essere il mercato illegale più grande dell’America Latina, situato nel confine tra la città di Buenos Aires e l’inizio di una parte della sua estesa area suburbana e comprendente un’area di circa 20 ettari. È stata la crisi del 2001 a segnare il suo decollo, ma da quel momento in poi non ha smesso di crescere, richiamando migliaia di commercianti e di acquirenti di diversi paesi del continente. Il suo sviluppo iniziale fu dovuto a un circuito migrante, più che altro messo in moto da migranti boliviani, e a un saper-fare associato alle sue modalità di transazione che si combinava alla perfezione con il momento di crisi economica e politica in Argentina. Nel mercato de La Salada si vende di tutto e a prezzi piuttosto accessibili. È un luogo di commercio e di consumo popolare assai potente e di portata transnazionale (poiché vi arrivano costantemente gruppi di migranti dal Paraguay, dalla Bolivia, dall’Uruguay e anche dal Cile, oltre che da quasi tutto l’interno dell’Argentina). Il mercato presenta importanti analogie con altri mercati della regione: con il 16 Luglio, a El Alto, in Bolivia, con il “Tepito” in Messico, con “Oshodi” e “Alaba” a Lagos, Nigeria, o con il “Silk Market” di Pechino (alcuni di questi sono stati inclusi come “notorious markets” nel rapporto del Dipartimento di commercio degli Stati Uniti). Buona parte dei capi di abbigliamento messi in vendita in questo mercato proviene dalle cosiddette “officine tessili clandestine”, in cui lavoratori migranti tessono sia per i grandi marchi che per i mercati popolari. feria la salada La maggior parte di queste officine sono situate nelle bidonvilles (villas) o nei quartieri a più alta densità migrante. Si tratta, ovviamente, di una sequenza genealogica, ma rivelatrice di una logica di reciproca contaminazione, di rinvii permanenti, di complementarietà e contraddizioni; poiché vi sono percorsi costruiti tra la “villa”, l’officina tessile e il mercato, e un chiaro vettore di comunicazione tra questi luoghi sono le feste popolari, religiose e comunitarie. Nelle “villas” la popolazione migrante si rinnova permanentemente: si tratta di luoghi in cui vengono prodotte una molteplicità di situazioni lavorative, che vanno dall’auto-imprenditoria alla piccola impresa, passando per il lavoro domestico e comunitario, e che mostrano una serie di dipendenze che si rovesciano in continuazione. In ogni caso, è proprio nella “villa” che viene a “immergersi” l’officina tessile clandestina, poiché si cerca sempre di sfruttarla come spazio di risorse comunitarie, di protezioni, favori e di forza lavoro. A sua volta, il mercato articola il lavoro dell’officina tessile, ma favorendo anche la proliferazione del commercio al dettaglio e delle importazioni di piccola scala (ad esempio, l’abbigliamento intimo prodotto in Cina che si va ad acquistare in Bolivia per essere venduto a La Salada), così come la compra-vendita di diversi tipi di servizi (anche finanziari). Il mercato esibisce e pubblicizza la clandestinità dell’officina tessile in modo complesso, nella misura in cui mescola una produzione non del tutto legale, e supportata da condizioni di estremo sfruttamento, con l’ampliamento del consumo popolare e la spinta alla formazione di un insieme di lavori molto diversi. Si tratta di una realtà tanto ambivalente quanto il modo attraverso cui la “villa” riesce a sviluppare una logica sfrenata del mercato immobiliare informale, vincolata alla possibilità di allargare le capacità di alloggio nel centro della città ai e alle migranti. La dinamica della festa, celebrativa e rituale allo stesso tempo, mobilita buona parte delle risorse e delle energie, delle legittimità e delle ambizioni che articolano l’officina, il mercato e la “villa”.
Cerchiamo di mostrare, dunque, un tipo di economia popolare che si è sviluppata in Argentina, ma che costituisce un elemento importante della situazione regionale, poiché viene a materializzarsi attraverso la connessione transnazionale con altre città e paesi, proprio nella misura in cui è fortemente segnata dalla presenza migrante nelle forme di produzione, circolazione e organizzazione delle dinamiche collettive. È chiaro che tale economia rappresenta il simbolo di un mutamento più ampio nel mondo del lavoro, e quindi un fenomeno a partire dal quale poter rileggere alcune categorie chiave come sviluppo, progresso, povertà, precarietà, inclusione e consumo. Ma soprattutto ci rivela qualcosa di cui vogliamo qui discutere: le forme attraverso cui vengono a coniugarsi oggi sviluppo e neoliberismo.
Dobbiamo mettere in risalto un’ambivalenza fondamentale: una rete produttiva capace di articolare momenti comunitari e di brutale sfruttamento, prodotta da soggetti migranti, lavoratori, microimprenditori ed elementi comunitari di dinamizzazione. Questa oscillazione non si materializza mai in una formula sintetica. Ed è proprio questo punto di ambivalenza a esprimere il ritmo di una tensione politica, e a richiedere categorie politiche capaci di manifestare quella stessa tensione. Inoltre, questa oscillazione rispecchia il dinamismo temporale che queste pratiche, così come i soggetti in esse implicati, imprimono a una costruzione spaziale fortemente mutevole.
La categoria di ambivalenza batte a quel ritmo, così come è stato messo in rilievo da Virno (2006): ovvero tra l’innovazione e la negatività. Tuttavia, in questo spazio contingente e conflittuale, Virno ha localizzato una pragmatica vitale che possiede una potenza istituente di un inedito spazio-tempo, capace di sfidare tanto la dinamica urbana quanto gli usi del denaro, dei legami transnazionali, delle conflittualità del mondo del lavoro e delle resistenze alle modalità di confinamento e impoverimento della vita popolare. Per dirla ancora con Virno: questa pragmatica vitalista viene a imparentarsi con l’idea di un “opportunismo delle masse”, ovvero con il calcolo permanente delle opportunità in quanto modo dell’essere collettivo.
Attraverso questa prospettiva ci proponiamo la costruzione di una strategia opposta alla vittimizzazione dei settori popolari. Tale vittimizzazione, che compare anche come moralizzazione e giuridicizzazione, rappresenta il modo attraverso cui viene a organizzarsi un determinato campo di visibilità del lavoro migrante, per suggerire, in un senso più ancora più ampio, un tipo speciale di vincolo tra norma ed economia popolare, il cui effetto principale è la moralizzazione (e la condanna) del mondo dei cosiddetti poveri. Così, opponiamo una prospettiva “extra-morale” di quelle strategie vitali, a partire dalle quali diviene decisivo comprendere il modo attraverso cui si articolano, si pensano e agiscono energie e reti, ovvero il modo in cui cooperano e competono quelle economie e i soggetti che producono e che transitano al loro interno.
Dire extra-morale presuppone abbandonare il registro metafisico (nel senso di una metafisica occidentale che continua a scindere l’essere in un’istanza spirituale attiva e una materia passiva da conoscere e governare) della morale (sia del lavoro o dei costumi decenti o, in versione etnica, del buon selvaggio), per concentrarsi sul filo vitale di ciò che organizza strategie per esistere, creare, produrre valore, ritualizzare il tempo e lo spazio, fare della vita una forza di perseveranza capace di mettere insieme risorse spirituali e materiali dissimili e che pone domande decisive su tre nozioni chiave per ripensare la condizione contemporanea: progresso, calcolo e libertà.
L’autogestione, l’autonomia e la trasversalità – ciò che Deleuze chiama la problematica di sinistra – possono essere pensate, in una prima fase, dal loro rovescio: il progresso, l’obbedienza e il ghetto. Ma anche in questo modo, le forme resistenti, le tattiche dentro e oltre queste stesse questioni, ci costringono a rendere più complesso quel rapporto tra rovescio e principio, per complicare il suo dinamismo e la sua temporalità interiori. In breve, ci costringono a pensarle a partire da una torsione: in che modo l’autogestione popolare riorienta l’idea di progresso? In che modo l’autonomia diventa capace di negoziare forme di obbedienza parziali e strategie di disobbedienza? In che modo la trasversalità ha bisogno di confrontarsi con l’idea protettrice (e non solo discriminatoria) di ghetto?