L’umiliazione inflitta dalla UE alla Grecia attraverso il nuovo accordo non fa che confermare quanto avevamo detto prima del referendum: l’UE è irriformabile. Non esiste un’Europa buona (democratica e transnazionale) e una cattiva (sovranista e neoliberista): esiste soltanto una Europa, questa Europa. Non ritorniamo su questo punto semplicemente per puntare il dito contro Tsipras, la sua gestione del conflitto e la sua volontà (comprensibile) di restare nell’Euro. Ci interessa poco incentrare il dibattito esclusivamente sulle modalità “istituzionali” della negoziazione. Dall’inizio si sapeva che la questione andava oltre la specificità dello scontro tra il governo greco e le strutture di commando europee. Certo, credere di poter contrattare normalmente con una mostruosità come la UE (la BCE o il FMI), ovvero costringerla a dare avvio a una (mai del tutto precisata) politica anti-austerity senza una forza sociale continentale in grado almeno di insinuare diversi rapporti di forza, appariva come un gesto nel migliore dei casi semplicemente ingenuo, nel peggiore invece assai velleitario e, se vogliamo, eccessivamente compiaciuto del proprio eurocentrismo. Tutto sommato, era come chiedere alla Federal Reserve, alla Casa Bianca, al Pentagono o alla Banca Mondiale di abbandonare di propria volontà il neoliberismo, la finanziariazzazione dell’economia e l’opzione costante per la guerra come strumento disciplinatore dell’ordine mondiale.
Ed è ancora meno comprensibile l’aver chiesto e ottenuto l’appoggio del popolo greco sul three little pigs No alle condizioni poste dalla Troika per poi capitolare su tutti i fronti. Il dato, ovvio, è che c’è da aspettarsi poco dalle sinistre istituzionali europee. Comunque, al di là di alcune isolate iniziative di movimento, la Grecia è rimasta sola: è perfino troppo facile sottolineare come quella stessa opinione pubblica europea che si è stretta attorno ai valori della Répubblique e che ha manifestato rumorosamente la propria indignazione durante la vicenda di Charlie Hebdo sia rimasta spettatrice silenziosa e complice di fronte al fascismo della UE. Su tutto questo occorrerà riflettere anziché consolarsi, come sempre, nelle proprie e vecchie certezze.
In ogni caso, la crisi greca, e in modo speciale l’esito del referendum greco, hanno aperto una faglia importante nel conflitto politico europeo: l’Oxi, con i suoi echi continentali, ha posto in modo frontale e non più rinviabile quello che abbiamo chiamato la “questione europea”. Questa Europa resta indifendibile. Un’Europa il cui epicentro, come dall’inizio del dopoguerra, è certamente la Germania, ma la cui costituzione storica e materiale è profondamente legata all’altra sponda dell’Atlantico. Si pensi, per esempio, all’ulteriore integrazione neoliberista tra Stati Uniti ed Europa che sancirà l’attivazione del TTIP. E’ chiaro che d’ora in poi occorrerà lavorare per far diventare il No greco un No di dimensione transnazionale e continentale. Molto è stato scritto su questo, inutile aggiungere altro; se non che tale prospettiva non potrà non significare porsi in modo diretto e frontale – anche a livello culturale – contro la UE e tutte le sue istituzioni. Crediamo che occorra uscire dall’ordine del discorso (autolegittimante) europeo: è questo il primo passo per una reale decolonizzazione della cultura e della politica. E’ a partire da queste intenzioni che presentiamo qui un estratto dell’intervento di Nicholas de Genova nel seminario che abbiamo organizzato a Napoli. Si tratta di una critica della “questione europea” da una prospettiva passata in secondo piano in questi giorni, ma che resta centrale per comprendere la genealogia storica dell’Europa e il suo particolare dispositivo di governo. Un dispositivo che sin dalla sua costituzione ha avuto nel razzismo uno dei suoi elementi costitutivi, e che non è stato affatto in secondo piano durante l’umiliazione tedesca della Grecia. Ci sembra possa aggiungere qualcosa al dibattito che si sta aprendo in queste ore sulla “questione europea”.

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LA QUESTIONE “EUROPEA”: MIGRAZIONI, RAZZA E POSTCOLONIALITÀ IN “EUROPA”

di Nicholas De Genova

La questione delle migrazioni si è trasformata nella questione del Migrante, ed è certamente intorno a questo “problema” che è stata costruita buona parte della ricerca accademica sulle migrazioni. Le stesse categorie di pensiero che comunemente fanno da cornice ai discorsi sulle migrazioni, inclusi quelli accademici, tendono a presentare la mobilità migrante come un tipo specifico di “problema”, come un fenomeno che in maniera implicita finisce per minacciare il presunto senso normativo di “coesione sociale” e cercano quindi di proporre formule diverse per potenziare i processi di “inclusione” di migranti “stranieri”, o forse anche per indurre questi “stranieri” a comprendere come “integrarsi” in maniera adeguata. Indubbiamente, queste stesse categorie analitiche (ma anche profondamente normative e politicizzate) sono state sempre di più sottoposte a forti e decostruttive critiche. Ma chiediamoci: cos’è l’“Europa”? Chi è “Europeo”? Si tratta di questioni che sono state decostruite in modo insoddisfacente, ma che sicuramente ci riguardano nel profondo, in maniera personale.
Sulla scia dei processi di decolonizzazione su scala globale, insieme ormai a diversi decenni di migrazioni transnazionali, intercontinentali, postcoloniali, che non sono altro che la conseguenza dell’impero, oggi l’Europa – come in passato la Germania nei confronti del passato nazista – è costretta a prendere in considerazione l’eredità dei suoi crimini storici. Anche se in buona o cattiva fede, in maniera onesta, cinica o con goffa dissimulazione, questi atti di contemplazione postcoloniale non sono mai separati da decisioni tangibilmente pratiche su questioni politiche che assumono in maniera problematica una forma del tutto “nativista”: “Che cosa noi dovremmo fare con loro?” E’ dunque in risposta a questo discorso egemonico sulla “questione delle migrazioni” che dobbiamo formulare criticamente la questione “Europea”; e dobbiamo farlo dal punto di osservazione della mobilità dei migranti attraverso i confini e a partire dalla persistente colonialità che i confini contemporanei continuano a produrre. Così come la “questione delle migrazioni” in Europa è sempre stata (almeno) implicitamente una questione razziale, la questione “europea” necessita di un riesame della stessa “Europeità” come problema – come un problema di whiteness postcoloniale.
Come possiamo quindi cominciare a esaminare in modo diverso l’identità Europea e la contraddittoria produzione dello spazio europeo come formazioni razziali e come progetti razziali? Vorrei sostenere che dal mio punto di vista si tratta di una questione rimasta sempre tacitamente irrisolta ogni qual volta l’argomento o il tema delle “migrazioni” viene affrontato nel contesto europeo contemporaneo.

Le radici coloniali della Questione Europea

Mentre in passato la “Questione Nazionale” è stata storicamente posta (particolarmente in Europa) come un discorso di emancipazione e di auto-determinazione di “minoranze” nazionali subordinate, oggi i problemi delle “identità nazionali”, della “cultura nazionale”, dei “valori nazionali” e ovviamente anche della “sovranità nazionale”, si propongono come progetti delle maggioranze, articolati innanzitutto e principalmente in rapporto alle migrazioni, quando non apertamente contro i migranti. I partiti razzisti di estrema destra in Europa tendono ad articolare il loro populismo reazionario anti-immigrati, non soltanto nei termini di un’incompatibilità pluralistica e differenzialista tra la loro presunta “cultura nazionale” e l’essere straniero dei migranti, ma anche nel linguaggio presumibilmente legittimo della politica della cittadinanza, ovvero di un discorso della cittadinanza che promuove la priorità nazionale dei “nativi”, in una logica chiara e semplice non tanto di supremazia razziale quanto invece di presunti diritti per nascita legati alla “nazione” o al “popolo”. E’ così che la “Questione Nazionale” si è quindi nuovamente affermata nell’Europa di oggi sotto vesti e forme diverse di progetti profondamente razzializzati, i quali non concedono ovviamente alcuna immunità ai figli e ai nipoti dei migranti nati in Europa, che spesso restano stigmatizzati in maniera permanente come soggetti “di origine migrante” oppure categorizzati in maniera indefinita (in alcuni casi ufficialmente, giuridicamente) come (non-cittadini) “stranieri”. La specificità storica di questa crisi è connotata anche dalla sua enunciazione all’interno dell’oramai quotidiana rubrica ideologica della cosiddetta Guerra Globale al Terrore, così come nel contesto delle continue guerre e occupazioni militari neocoloniali in paesi islamici e della drammatica proliferazione delle politiche securitarie a tutti i livelli. Tali misure di sicurezza – lo sappiamo – costruiscono le migrazioni – in generale – come il loro obiettivo principale.
E’ così dunque che la “questione europea” – particolarmente nella forma di una questione che riguarda la crisi del prestigio e della prosperità europea – viene a esprimersi attraverso una persistente sovrapposizione di discorsi sulle migrazioni, sulla razza e sull’identità “Musulmana”, intesi come i significanti fluttuanti di quello che possiamo chiamare una “lunga agonia postcoloniale”.
Tuttavia, non è sufficiente concentrare la nostra analisi critica soltanto sulle esplosioni violente e sui movimenti fascisti che continuano ad avanzare regolarmente e che stanno contribuendo a normalizzare una più ampia agenda anti-immigrati. alba dorata Dobbiamo anche interrogare la compiacenza metodologica e normativo-nazionalista delle strutture politiche liberali e di sinistra, incluse alcune espressioni dei cosiddetti “studi critici sulle migrazioni” (critical migration studies) così come di molti movimenti antirazzisti che non prendono mai seriamente in considerazione i presupposti nazionalisti delle politiche “assimilazioniste” di “integrazione”. Mi sembra un punto particolarmente importante, nel momento in cui le ideologie ufficiali degli stessi stati-nazione europei affermano una sorta di sedicente universalismo antirazzista che, seppure in maniera paradossale, viene mobilitato sistematicamente per accusare i migranti di provincialismo e “fondamentalismo”. Anche se occorre restare particolarmente attenti a nuove o “rivisitate” formazioni razziali che si riflettono specificamente attraverso identità religiose (cristiane), come nel caso del massacro perpetrato da Breivik, dobbiamo essere altrettanto vigili nei confronti di discorsi e formazioni razziali emergenti che promuovono in modo aggressivo diverse forme eurocentriche di secolarismi, in cui significanti come “europeo” o “civiltà occidentale” vengono automaticamente equiparati a quello di “universalismo”. Proprio perché la “questione europea” viene oggi a enunciarsi come la rinascita di un particolarismo nazionale o di un secolarismo universalistico, dobbiamo cominciare a svelare questi discorsi e pratiche contemporanee come parti di un dispositivo razzista europeo di origine coloniale e quindi come dei progetti politici postcoloniali chiaramente razziali. Di più, la configurazione sovranazionale di una nuova Europa e della sua concomitante identità “europea”, il cui sviluppo è in corso ormai da molti anni (in particolar modo dalla fine della guerra fredda), andrebbe compresa soltanto in riferimento alla precedente formazione di una comunità europea sovranazionale che è andata affermandosi e definendosi storicamente attraverso il rapporto coloniale dell’Europa con il globo, e quindi sulle basi materiali e pratiche di un regime globale di supremazia bianca. Forse, paradossalmente, dopo la fine del secolo scorso, la nostra contemporaneità si è principalmente contraddistinta per la fervente invenzione e fortificazione di un nuovo confine attorno a un’Europa riunita di recente – ma si tratta di un confine che potrebbe essere inteso come nient’altro che un’ulteriore demarcazione di una linea del colore globale. In effetti, la sorveglianza europea dei confini è stata sempre più esternalizzata, cosicché i migranti possono essere spesso fermati e soggetti a detenzione e deportazione (a volte molteplici serie di detenzioni e deportazioni) prima ancora di oltrepassare il confine territoriale di uno stato europeo: si è designati e costruiti come “migranti illegali che violano i confini dell’Europa” senza aver mai messo piede in “Europa”. Che cos’è dunque quest’Europa?
In seguito alla lunga lotta per la decolonizzazione, di centinaia di milioni di persone confinate in passato in quei campi di campi di lavoro e di prigionia di massa che erano le colonie, l’Europa torma a confrontarsi oggi con migranti e rifugiati provenienti da questi stessi paesi. Questa crescente e drammatica espansione dei movimenti migratori alla fine del ventesimo secolo deve essere compresa come l’erede o l’effetto dell’immobilizzazione globale e di massa del lavoro nelle colonie europee durante l’era precedente. Per questo, una profonda e intensa espressione delle lotte dei migranti in Europa è stata racchiusa per lungo tempo in questa enunciazione: Noi siamo qui, perché voi eravate lì.

Spazi di mobilità

La creazione formale di uno spazio di mobilità europeo, secondo cui i cittadini e i residenti europei possono oltrepassare i confini nazionali senza controlli, è stato configurato, difatti, come in buona parte riservato “soltanto agli Europei”. Con la fine del regime dei “guestworker systems”, un nuovo regime basato sull’asilo ha effettivamente precluso molte altre vie per una migrazione regolare, e richiede oggi ai migranti di riadattare di conseguenza la loro mobilità. E’ così che il lavoro migrante ha assunto un’unica forma ammissibile, quella dei rifugiati che sfuggono alla persecuzione e cercano asilo. In maniera prevedibile, l’inevitabile risultato è stato un grido di protesta sempre più crescente e sempre più aggressivo contro i presunti “finti” richiedenti asilo. Dagli anni ’90 in poi, dunque, il sistema di asilo europeo è riuscito a produrre le condizioni materiali e pratiche per un afflusso crescente di migranti resi illegali o “illegalizzati”.
Occorre chiarire maggiormente questo punto: giudicando sulla base dei suoi effetti reali, il sistema di asilo europeo non rappresenta affatto un sistema per garantire l’asilo ai rifugiati. Questo sistema nega regolarmente alla grande maggioranza di migranti il riconoscimento della loro legittima richiesta di asilo, e di solito concede lo status di “rifugiato” a meno del 15% di coloro che fanno domanda. E’ l’effetto di un sistema fondato sulla completa diffidenza nei confronti dei richiedenti asilo. Un sistema designato per dequalificare quanti più richiedenti possibile, categorizzandoli come “finti” richiedenti asilo. Nei termini dei suoi effetti reali, dunque, il sistema di asilo europeo è un regime per la produzione dell’“illegalità” dei migranti.
Di conseguenza, abbiamo assistito a un incremento di detenzioni di migranti e di richiedenti asilo, con un numero sempre maggiore di soggetti sottoposti a provvedimenti punitivi strettamente derivanti dal loro status di non-cittadini. La drammatica estensione e normalizzazione della deportazione e della detenzione di migranti mostra l’enorme investimento di energie e di risorse per mantenere un ordine europeo suddiviso e gerarchizzato da confini sempre più militarizzati e securitarizzati. In ogni caso, la regolazione dei confini non riguarda mai meramente una questione di esclusione. I campi di detenzione servono ovviamente come zone extraterritoriali di scarico di esseri umani ritenuti “indesiderabili” o “fuori luogo”, e sterilizzano in questo modo i confini ufficiali designati per garantire l’ordine sociopolitico della sovranità “europea”. melilla Tuttavia, ciò che appare meno evidente è che, in molti casi, i centri di detenzione non sono prigioni chiuse, bensì una sorta di soluzione per migranti senzatetto che hanno bisogno di un alloggio. Inoltre, la maggioranza dei migranti e richiedenti asilo detenuti in questi campi non vengono affatto deportati ma alla fine rilasciati. Una delle funzioni chiave di questi campi di detenzione sembra dunque quella di decelerare lo slancio di mobilità dei migranti, mettendo in funzione una camera di decompressione disciplinare dei percorsi dei migranti nel momento in cui essi cominciano il loro apprendistato più o meno prolungato come forza lavoro irregolare d’Europa.

L’illusione dell’integrità: la whiteness come sinonimo di Europeità

Nel porre la “questione europea”, costruita in opposizione allo spettro postcoloniale della massa in movimento di non-europei (non-bianchi), ho evocato una nozione di Europa al singolare. La “questione europea”, tuttavia, comporta la necessità di de-feticizzare tutte le nozioni di “Europa” che non fanno che proporre l’idea di un monolite reificato. Dai Balcani alla Cecenia, l’instabile e angosciante questione dei confini europei è stata ripetutamente riproposta dall’interno. La stratificazione differenziale di un’inclusione relativa all’interno del nuovo (post-guerra fredda) progetto europeo è stata prominente, per esempio, lungo il corso dell’accesso graduale di vari stati dell’Europa orientale alla membership dell’Unione Europea. La diversità nella costellazione dell’Europa allargata fa pensare a una storia profondamente disomogenea e disuguale: al fatto che i progetti coloniali di alcuni degli stati-nazione europei sono spesso cominciati “in casa”, con l’assoggettamento dei vicini Europei o con la colonizzazione “interna” di province definite come “arretrate” dei loro territori potenzialmente “nazionali”.
A questo proposito, risulta cruciale mantenere un’attenzione critica alla lunga eredità dell’antisemitismo e soprattutto al razzismo nei confronti dei Rom, poiché queste figure “interne” dell’alterità europea continuano ad animare i progetti rivitalizzati sia dell’identità “Europea” che delle identità “nazionali” europee come formazioni razziali postcoloniali. Nell’era dell’integrazione europea, le comunità Rom in particolare sono state marcatamente “europeizzate”; tuttavia, raffigurate sempre di più come “la minoranza etnica più larga d’Europa”, un costrutto monolitico “Rom” serve solo ad agglomerare e omogeneizzare differenti comunità disperse tra diversi territori “nazionali” . E’ chiaro che questo movimento controllato stringe i Rom all’Europa, ma re-iscrivendoli come un’alterità “etnica” singolare che diviene finalmente europea solo nel momento stesso in cui viene razzializzata come non-Europea – come quella perenne ed emblematica (e per implicazione, recalcitrante) eccezione. Nulla rende più evidente questo fatto dell’incessante ripetersi degli sgomberi degli insediamenti Rom e della loro deportabilità de facto nonostante la loro presunta cittadinanza (EU). Come notato da Liz Fekete, di fronte al rianimato “razzismo pan-europeo” contro di essi, per i Rom l’Europa non può che assomigliare a una sorta di “enorme prigione aperta”.
Si può inoltre considerare la razzializzazione delle identità musulmane, in modo da far divenire i “bosniaci” o i “ceceni” delle figure liminali razzializzate, stranamente situate in una zona di confine d’Europa instabile e complessa, ma allo stesso tempo nella grande orbita della Turchia, ovvero di quell’Altro a lungo trincerato e orientalizzato in quanto simbolo del più estremo e duraturo confine d’Europa. E’ in questo che la parola “europeo” comincia a comprendere un variegato e contraddittorio continuum di formazioni razzializzate della whiteness che si estende attraverso una serie di identità di confine “off-white” o “non-abbastanza-bianche”.
In sintesi, se l’Europa contemporanea può essere considerata come una formazione razziale della whiteness postcoloniale ciò non vuole dire che tutti gli europei sono “bianchi” o bianchi “allo stesso modo”. Come nel caso della stessa costituzione razziale della whiteness, il carattere omogeneizzante dell’attuale formazione razziale europea, o della whiteness europea, serve a oscurare e suturare profonde e consequenziali differenze e ineguaglianze interne. “Non si tratta del fatto che la whiteness è meramente oppressiva e falsa”, come spiega David Roediger, “è che la whiteness non è nient’altro che oppressiva e falsa…la whiteness quindi non descrive una cultura ma precisamente…il vuoto e quindi terrificante tentativo di costruire un’identità su ciò che non si è e dietro cui ci si può comunque nascondere”. Quanto diciamo per la whiteness vale per quanto abbiamo chiamato “europeità” (europeness): si tratta di un significante che ha storicamente acquistato una sembianza spuria di integrità o coerenza, esclusivamente in virtù dell’assoggettamento di tutto ciò che è prodotto come non-europeo. Le contraddizioni costitutive e gli antagonismi intrinseci dell’Europeità sono precisamente ciò che l’omogeneizzante formazione razziale della whiteness cerca combattere e di ricodificare.
La “questione europea” dunque riguarda tanto la lotta per il futuro quanto l’assunzione del passato coloniale e del presente postcoloniale. Se cominciamo ad articolare una ricerca intorno a queste questioni vitali – dal punto di osservazione critico di coloro che vengono prodotti in modo convenzionale come “outsiders” dell’Europa, nonostante i loro reali posizionamenti all’interno dell’Europa – possiamo cominciare una seria decostruzione critica di questi processi sociopolitici così come stanno accadendo nel presente, nelle lotte irrisolte in corso, il cui esito riguarda tutt* noi.