Intervista di Veronica Gago a Rita Segato

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Nell’ambito dello spazio dedicato all’America Latina che abbiamo aperto di recente, presentiamo qui un’intervista di Veronica Gago all’antropologa Rita Segato sul tema del rapporto tra l’attuale fase capitalistica e la violenza di genere. Rita Segato, argentina residente da anni in Brasile, porta avanti da tempo un’importante riflessione su questo argomento. ni una menos È inoltre autrice di un testo formidabile sul caso dei femminicidi a Ciudad Juárez in Messico: La escritura en el cuerpo de las mujeres asesinadas en Ciudad Juárez (2013). In questo testo, avanza delle ipotesi interpretative del fenomeno piuttosto originali e interessanti, buona parte delle quali riemerge nell’intervista. Il presente dialogo con Veronica Gago è apparso in occasione delle moltitudinarie manifestazioni femministe – la cui composizione è stata trasversale sia per quanto riguarda le classi (che in America Latina corrono lungo la linea della razza) sia per la simultanea presenza di donne e di uomini di tutte le età –, che si sono svolte lo scorso 3 Giugno in Argentina sotto il motto “Ni una menos”. Le manifestazioni sono state indette da diverse associazioni e collettivi femministi come risposta all’ennesimo caso di morte di una donna a causa della violenza di genere.

Proponiamo l’intervista perché ci sembra interessante il modo in cui Rita Segato ci chiede di pensare qui alla moltiplicazione dei crimini contro le donne oggi: non come a un fenomeno astratto, atemporale, bensì come determinato/alimentato da diversi fattori; dal sessismo e dalla violenza di genere, certo, ma soprattutto dalla violenza mediatica contro il corpo delle donne, dalla colonialità del potere, da un comando capitalistico che si fa sempre più predatorio e dal ritorno dell’accumulazione per spossessamento. A queste trasformazioni, secondo Segato, corrisponde una “pedagogia pubblica della crudeltà” che genera, tra l’altro, il proliferare di violenze contro le donne. Se il capitale investe anche lo spazio “privato”, spingendo chiunque non viva di rendita in una condizione di rischiosissima vulnerabilità, Segato ci esorta a riconoscere gli effetti differenziali di un sistema economico fondato sullo sfruttamento, sulla rapina e sul saccheggio sulle donne, sul proletariato urbano e sulle masse rurali e indigene. Ci sembra interessante anche il rapporto posto da Segato tra l’attuale proliferazione di moralismi regressivi e un modo di vita sempre più individualistico, privatizzato, consumistico e violento. Da segnalare infine la sua problematizzazione di ciò che chiama l’avanzata “progressista” dello stato sulle comunità indigene in Bolivia, durante il governo di Evo Morales, come elemento ulteriore nello sviluppo della violenza di genere. Si tratta di un’analisi utile a complicare alcune concezioni facili (coloniali) e stereotipate assai diffuse in Italia del rapporto tra stato, sinistra e questione indigena in America Latina. “Violenza di genere”, dunque, un’espressione che nella sfera pubblica e culturale italiana compare poco, mascherata dal più vittimizzante e rassicurante “violenza contro le donne”; in questo senso, le analisi di Rita Segato parlano non solo di Ciudad Juárez e dell’Argentina, ma anche dell’Italia. E nel complesso, crediamo, ci interpellano in modo piuttosto originale per continuare a pensare alla decolonizzazione della conoscenza.

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Rita Segato, antropologa argentina e residente da anni in Brasile, ha un modo di parlare in cui intreccia costantemente idee. Abbozza, poi torna indietro continuamente. Domanda se ciò che dice “ha senso”. Non consente interruzioni se sente di essere sulla spinta di un’idea. Poi ascolta con attenzione e fa della domanda una risorsa del suo ragionamento. Un’intervista con lei è un piacere della conversazione, con un suo intrinseco zigzagare, con costanti rettifiche, poiché ciò che dice assume sempre un rischio: quello del ritmo del pensiero.

Questa volta si tratta di parlare del tema di cui tutte ci sentiamo oggi prese: della proliferazione dei crimini contro le donne che in Argentina non cessano di accadere, replicarsi, mediatizzarsi. Segato è stata pioniera nel dare a questa realtà un’ipotesi politica. Nel libro Las Estructuras Elementales de la Violencia (Prometeo 2003 e 2013) parlava già di “violenza espressiva” nei crimini di genere. Formula che nel suo La escritura en el cuerpo de las mujeres (Tinta Limón) la spinse a interpretare gli omicidi di donne a Ciudad Juárez come violenza che vede nel corpo femminile una sorta di arazzo su cui scrivere un messaggio. Come avevamo scritto insieme a Raquel Gutiérrez Aguilar nel prologo dell’edizione messicana del suo saggio successivo, Las Nuevas Formas de la Guerra y el Cuerpo de las Mujeres (Pez en el Arbol): “c’è una novità, persino nella sua ripetizione. La guerra prende nuove forme, assume vesti sconosciute. E la metafora tessile non è casuale: di questi tempi il suo telaio principale è il corpo femminile. Testo e territorio di una violenza che si scrive qui in via privilegiata. Una guerra di tipo nuovo. La difficoltà di comprendere, crediamo, va analizzata come un elemento strategico della novità: come una vera dimensione controinsorgente”. In Argentina, la realtà del femminicidio esige di tornare sull’idea-forza di Segato: quale messaggio trasmettono questi crimini che, ormai, sembrano non avere più limiti domestici, ma anzi possono avvenire in un bar, in un asilo o anche in mezzo alla strada? Si tratta di una “pedagogia della crudeltà”, sostiene l’intervistata, indissociabile da un’intensificazione della “violenza mediatica” contro le donne.

 

  1. Come intendere questa moltiplicazione dei crimini contro le donne, sempre più pubblici?

Un primo sfondo che bisogna chiarire è la fase attuale dello sfruttamento, che comprende un tipo di ritorno al lavoro servile, semischiavistico e anche schiavistico, prodotto dal declino della centralità del salario. Questa modalità di assoggettamento delle persone come merci richiede una particolare insensibilità. capital y patriarcado C’è un’idea su cui sto lavorando, in cui elaboro qualcosa che è iniziato come un pensiero confuso, ma che ora va prendendo più forma: mi sembra che oggi siamo più in tempi di “conquistalità” del potere, che non di “colonialità” del potere, come aveva proposto Aníbal Quijano nella sua celebre espressione. Mi riferisco a una nuova fase di conquista di territori, di rapina di ogni cosa, senza più limiti legali. Una caratteristica essenziale della conquista fu la sospensione del diritto, dei codici giuridici dell’epoca, per cui la corona come potere centrale finì per divenire in buona misura soltanto una finzione. Oggi siamo in un momento simile, dovuto alla ferocia delle appropriazioni territoriali, all’allontanamento coatto dei popoli dai loro ambienti vitali, portato a compimento con una truculenza estrema. Spesso questa crudeltà si esibisce ancora di più sul corpo delle donne. È quanto accade, per esempio, nel trasferimento di popolazioni nel Pacifico colombiano.

  1. È la tua idea di una “violenza espressiva”…

L’attuale paradigma di sfruttamento presuppone un’enorme varietà di forme di mancanza di protezione della vita umana, e questa peculiare modalità di sfruttamento dipende da una diminuzione dell’empatia tra le persone che è poi all’origine della crudeltà. Da qui ci vuole poco poi ad aggiungere che il capitale oggi dipende da una pedagogia della crudeltà, dell’abituarci allo spettacolo della crudeltà. In effetti, propongo di comprendere la violenza come espressiva. quien maltrata a una mujer In questo caso, la violenza ci sta semplicemente parlando di pressioni che hanno origine nello spazio pubblico: nel mondo del lavoro, nella pressione produttivista e nell’esigenza competitiva – ovvero nella desolazione e vulnerabilità della vita di oggi – nel rischio della sopravvivenza che colpisce tutti noi che viviamo del nostro lavoro, per finire poi con l’interferire e con il compromettere lo spazio dell’intimità, dato che la violenza attraversa e tocca le relazioni affettive, essendoci una cattura dello spazio dell’intimità e dei sentimenti da parte delle modalità di sfruttamento a cui siamo soggetti. La violenza intima nello spazio pubblico, come sta curiosamente accadendo oggi in Argentina, non è altro se non un enunciato del carattere anche pubblico del problema intimo, e del modo in cui lo stato di abbandono e vulnerabilità di fronte all’aggressione generalizzata alla vita e ai territori diviene e si esprime come aggressione alle donne in pubblico. È l’esibizione incontestabile dell’unità e della natura indissociabile del problema, della correlazione e articolazione innegabile tra ciò che accade nell’atmosfera di violenza e abbandono nel mondo della riproduzione materiale dell’esistenza, e quanto accade nel mondo dei sentimenti tra le persone. È allo stesso tempo un’esecuzione esemplare – ebbene, le esecuzioni in pubblico hanno questa dimensione di esemplarità, di avvertimento – e una protesta, una richiesta gridata ai quattro venti.

  1. Quale ruolo gioca la soggettività maschile?

Evidentemente la mascolinità è più disponibile alla crudeltà perché la preparazione a diventare maschio ha costretto a sviluppare un’affinità significativa, nel corso della storia della specie, tra mascolinità e guerra, tra mascolinità e crudeltà, e anche tra mascolinità e capitalismo in questa fase di rapina e anomia. In questo senso, è molto importante non ghettizzare la questione del genere. Questo vuol dire cercare di non considerarla fuori dal suo contesto storico, non vederlo solo come una relazione tra uomini e donne, ma piuttosto come il modo in cui queste relazioni si producono nel contesto delle loro circostanze storiche. Non ghettizzare la violenza di genere vuol dire anche che il suo carattere enigmatico sfuma, e la violenza smette di essere un mistero quando viene illuminata dall’attualità del mondo in cui viviamo. È chiaro che la vediamo in forma frammentaria, come casi dispersi di mortalità delle donne – anche se ogni volta sempre più frequenti –, tuttavia si tratta di epifenomeni che partono da circostanze pienamente storiche, con dei rapporti sociali e con una natura piuttosto specifici. In questo senso, direi che c’è una strana affinità, o per meglio dire: una coincidenza, nel presente, tra: 1) Lo sfruttamento economico caratteristico della nostra epoca con il suo abuso dell’universo naturale da cui traiamo la nostra stessa possibilità di vita; 2) L’agire di una élite che predica e pratica un progetto economico che tende all’estrema concentrazione e che ha come orizzonte il mercato globale, vedendo come antagonisti i mercati locali, e 3) Il moralismo dei valori di queste élites piuttosto diverso da quello dei capitalisti del passato, modernizzatori e sviluppisti, che comunque predicavano la modernizzazione dello stile di vita e della gestione dei corpi.

  1. Ma di che tipo è questa coincidenza?

Quello che voglio dire è che queste élites sono estremamente moraliste proprio nello stesso momento in cui ci troviamo in una condizione di abuso e rapina della nicchia naturale dell’intera vita, ovvero della terra. Dunque, coesistono tre dimensioni contemporaneamente: le élites che guidano l’economia; la fase di rapina del capitale in rapporto a tutto ciò da cui può estrarre ricchezza sotto l’ideologia dell’accumulazione per spossessamento o saccheggio, e un moralismo feroce in rapporto alla sessualità, all’aborto e agli interessi delle donne in generale.

  1. Cosa significa questo moralismo?

C’è da pensare a una relazione tra la pressione al saccheggio e il moralismo nella gestione dei corpi. In altri tempi le élites modernizzatrici non erano moraliste, anzi erano piuttosto liberalizzatrici rispetto alle condotte. Oggi non è più così. Insieme alla non preservazione della fonte essenziale della vita, della terra, vi è un’insensibilità totale rispetto a questa aggressione costante all’ambiente. A questo possiamo aggiungere una progressiva crudeltà attorno al corpo delle donne, e ai corpi femminilizzati in generale. È una totalità che ci fa soffrire come donne e se non la comprendiamo bene non possiamo attaccare le sue basi. Connesso a questo, bisogna poi comprendere la pressione che soffrono oggi tutti i soggetti che vivono del proprio lavoro, non solo manuale ma anche intellettuale. Siamo tutti soggetti a una pressione devastante, a una specie di abbandono e di rischio permanente che le nostre condizioni diventino quelle di un “si salvi chi può”, ora che possiamo essere messi in qualsiasi momento alla prova, cacciati, trasformati in soggetti superflui, rimossi dalla nostra posizione, perseguitati, depredati. È una condizione di fragilità generalizzata. Il sociale diviene un segno di pericolo. E’ qui che acquista valore il discorso delle vite precarie, che non sono solo di coloro che consideriamo vulnerabili (migranti, poveri, ecc.) ma piuttosto di tutti e di ciascuno, come conseguenza del fatto che la logica della produttività diventa sempre più asfissiante in tutti i campi della vita. Pensiamo alle 85 persone che concentrano la metà della ricchezza mondiale: non si tratta qui soltanto del peccato della disuguaglianza per accumulazione e concentrazione, ma anche del fatto che hanno potere di vita e di morte sull’umanità, poiché il loro capitale compra morte, cambia le leggi, sospende i diritti. La situazione, in questo senso, è apocalittica. Quello che succede alle donne non si può sganciare da questo momento apocalittico del progetto storico del capitale.

  1. Vi è una qualche specificità di questo stato delle cose in America Latina?

Questo abbandono della vita con diritti sospesi è in rapporto con qualcosa che secondo me si può trovare in una situazione di violenza come quella della Bolivia di oggi, ovvero in un paese in cui è avvenuto un processo sincero di democratizzazione in termini etnici e di genere. In Bolivia, nello stesso momento in cui molte delle donne del Parlamento “son de pollera” (vestono in abiti indigeni tradizionali), non abdicando al loro essere indigene, vi è anche un altissimo tasso di mortalità femminile. Malgrado ci siano pochi omicidi (calcolati su centomila abitanti, come si fa nelle statistiche degli organismi internazionali), c’è un grande enigma, perché mentre nel mondo la relazione tra la totalità di omicidi e quelli commessi contro le donne è, in media, di un 17 per cento, in Bolivia questa relazione supera il 50 per cento. Alcune femministe dicono che il genere maschile reagisce agli avanzamenti delle donne nel campo del lavoro e dell’autorità politica. Tuttavia, nel caso della Bolivia questa tesi non è sostenibile perché le donne hanno sempre avuto una posizione dominante nel mercato e rispetto al denaro, e hanno avuto l’autorità politica dalla loro parte; vale a dire, nelle società comunitarie indigene lo spazio domestico, a differenza di quello nelle società moderne, è saturo di politicità. Per questo, il problema è lo spazio che occupano oggi nel campo dello Stato le donne, ma soprattutto l’avanzata dello Stato sulla comunità, che distrugge i vincoli comunitari e collettivisti, spesso in nome dei buoni propositi del discorso modernizzatore.
Qui si generano tensioni nella misura in cui il fronte statale non è solo statale, ma piuttosto statale-imprenditoriale e mediatico, vale a dire inscindibile dagli interessi imprenditoriali-corporativi. Questo patto statale-imprenditoriale sta lacerando il tessuto comunitario. In questa situazione di avanzata del fronte statale, sempre coloniale, imprenditoriale e mediatico, l’uomo di queste comunità, l’uomo indigeno, si trasforma nel colonizzatore dentro casa, così come l’uomo della massa urbana si costituisce in un padrone dentro casa. In altre parole, l’uomo dell’ambiente domestico indigeno-contadino si trasforma in un rappresentante della pressione colonizzatrice e spossessatrice al suo interno, nella stessa misura in cui l’uomo delle masse lavoratrici e dei lavori precari viene a costituirsi come agente della pressione produttivista, competitiva e veicolo di sfruttamento al suo interno.

  1. Che relazione vedi con le società che non hanno questo tessuto comunitario indigeno?

Ciò che voglio dire è che l’uomo contadino-indigeno durante la storia coloniale del nostro continente, così come l’uomo delle masse urbane di lavoratori sotto la logica del capitale, si vedono de-virilizzati a causa della subordinazione: il primo alla regola del bianco, il secondo invece a quella del padrone, ma in generale, come sappiamo, al padrone bianco o “blanqueado” delle nostre coste. Ed è proprio quando ritorna alla sua nicchia familiare che si riscatta da questa evirazione, ripristinando mediante la violenza la struttura della mascolinità. E’ questo il suo ordine mascolino. Nel mondo delle grandi città, soggetto allo sfruttamento anomico del lavoro, caratteristico di questa nuova fase del capitale, l’uomo si trasforma in padrone di casa; arriva dunque a casa sua contaminato dalla regola del padrone, poiché, come sappiamo, l’uomo è sempre più vulnerabile alla regola del potere, perché si sente diviso tra le due lealtà: la lealtà verso la sua famiglia, la sua comunità, la sua gente, i suoi affetti, da un lato, e dall’altro la lealtà verso l’altro uomo, quello che lo domina e l’opprime, e che quindi cerca di emulare come conseguenza del suo mandato di mascolinità, che ci accompagna nel corso della storia della specie, e a cui dobbiamo ribellarci, tutti, uomini e donne, con le nostre diversità sessuali, perché ci fa soffrire tutti… direi con la stessa intensità, nonostante le differenti forme. Nel caso poi della fase attuale, apocalittica, del capitale, questa situazione innesca una violenza nuova: il confine poroso dello spazio familiare fa sì che l’uomo porti fin lì la crudeltà che governa gli spazi circostanti. Persino quando l’atmosfera è palesemente bellica, come lo è negli scenari in espansione delle nuove forme di guerra in America Latina, con la proliferazione del controllo mafioso dell’economia, la politica e ampi settori della società, ciò che attraversa e interviene nell’ambito dei rapporti di genere è la regola violenta dell’atmosfera tipica del crimine organizzato, delle gang, delle corporazioni armate della guerra informale, di ciò che in America Latina si denomina spesso “sicariatos”. È per tutto questo che non possiamo affrontare il problema della violenza di genere e il crescente odio per le donne oggi come se si trattasse di un tema separato dalle vicissitudini della vita con tutte le sue pressioni. Pressioni e livelli di anomia caratteristici dei cambi d’epoca; infatti, stiamo assistendo a un transito tra epoche che fa sì che il momento attuale presenti caratteristiche di liminalità e di sospensione delle normative che danno prevedibilità e protezione alle persone, all’interno di una grammatica condivisa. È probabile che i tempi della conquista, come ho detto precedentemente, a causa della sospensione praticamente di tutta la normativa tranne quella del saccheggio, e la rivoluzione industriale, a causa della novità che impose ai rapporti di lavoro, abbiano esposto le società a circostanze simili.

  1. Vincoli questo aspetto al fatto che poi alcuni degli assassini facciano atti di autolesionismo?

Il dolore è un dolore sociale. Non credo che le donne debbano isolarsi nella loro sofferenza. Io, come ho già detto altre volte anche in un’intervista che mi hai fatto un po’ di tempo fa, sono una femminista di seconda generazione. Non sono una nuova convertita. Il nuovo convertito è sempre più dogmatico, più intransigente, incapace di vedere le sfumature del grigio, le ambiguità proprie della vita così com’è. Credo che il problema è sia degli uomini che delle donne, entrambi subiscono, anche se risolvono in modo diverso la propria sofferenza. Purtroppo, come ho già spiegato, gli uomini sono più vulnerabili a causa del mandato di emulazione di quel rapporto di potere che li sottomette, la cui logica però diventa il suo stesso modello comportamentale. capitalismo y patriarcado L’uomo, dunque, è violento perché è fragile, perché è costituito dall’insicurezza della sua mascolinità, e perché dalle nostre parti, ovvero nel contesto segnato dalla colonialità che viviamo e che ci costituisce, è perennemente svirilizzato dalla sua condizione subordinata, nonché catturato dal modello di mascolinità del suo oppressore. È per questo che sostengo che questo modo di essere uomo serve da cerniera tra il mondo del dominatore e dei dominati. La sua situazione è di un’indigenza esistenziale assoluta. Se a questo aggiungiamo il tema dello sguardo predatorio sul pianeta e sulle sue creature (e non dimentichiamo la radice comune delle parole “rapiña” in spagnolo, e “rape”, stupro in inglese), avremo il quadro completo della trasformazione della vita in cosa, della trasformazione delle persone in merci e, in primo luogo, il passaggio delle donne alla condizione di oggetto, a uno status di disponibilità e di vita “usa e getta”, poiché la mimesi degli uomini con il rapporto di potere dei loro pari e oppressori fa di essi le vittime perfette nella messa in moto della catena di comandi ed espropriazioni.

  1. Come vedi il femminismo di fronte a questa realtà?

Credo che noi donne non abbiamo mai avuto tanto quanto adesso leggi, politiche pubbliche, discorsi cittadini e istituzioni di sostengo. Solo che questi diritti non possono essere usufruiti perché la corrente che li traina va in senso contrario ed esse. Così, o attacchiamo questo progetto storico del capitale o non risolveremo mai il problema delle donne. Il femminismo egemonico ha puntato tutti i suoi gettoni sulla conquista dei diritti. Questo mostra una forte influenza dell’Europa, in cui il rapporto tra Stato e società è, per motivi storici, piuttosto diverso. In America Latina, i nostri stati repubblicani furono creati dalle élites creole, e proprio per questo sono eredi dei modelli di amministrazione coloniale da cui derivano. Li chiamiamo stati nel modo in cui chiamiamo stati anche quelli europei, tuttavia questa entità non è la stessa in Europa e in America latina, come conseguenza della storia di cui è il prodotto. Gli stati europei e quelli delle nostre coste non sono formati allo stesso modo, né possono rappresentare allo stesso modo la società. L’egemonia del femminismo europeo ci ha convinte a scommettere quasi esclusivamente sulle lotte nel campo statale. Ma in America Latina la lotta non può seguire questo modello, poiché abbiamo già ottenuto molte vittorie in questo campo e, anche così, nelle nostre società lo Stato continua a mantenere il centro dei suoi interessi sulla protezione dei beni, mostrando di non essere capace di proteggere anche le persone.

  1. Qual è dunque la strategia?

Noi donne dobbiamo togliere i piedi dal campo statale. Questo non vuol dire abbandonarlo, come a volte vengono interpretate le mie parole. Non si possono abbandonare le lotte nel campo statale in favore di leggi, politiche e istituzioni proprie. Ma quello che voglio dire è che dobbiamo portare avanti altre lotte, solo nostre e in un campo altro, marginale rispetto all’egida dello Stato, con strategie autogestite di autoprotezione. Abbiamo bisogno di vincoli più forti tra donne, di vincoli capaci di blindare gli spazi della nostra vita, indipendentemente dalle leggi e dalle istituzioni, e che rompano il modello di famiglia nucleare.

  1. C’è stata una diffusione virale di video in cui ragazze denunciano alcuni tipi di violenza… Come vedi questi fenomeni?

Credo che siamo noi a dover costruire i nostri propri blindaggi. Diventare agenti della nostra protezione a causa dell’inefficacia dello Stato. Chiaramente, i video seguono sempre un cammino rizomatico. Tuttavia le strategie non possono avere un aspetto, un format o un’estetica d’avanguardia. Vedo in modo negativo tutte le forme di avanguardismo, perché finiscono per allontanarsi dalla società così com’è, e si costituiscono semplicemente nelle tutele di chi crede di stare sulla cresta dell’onda, generalmente gruppi o sette di illuminati, che stanno sempre aggiornati su ciò che bisogna fare e su ciò che bisogna sapere, tuttavia proprio per questo motivo finiscono per danneggiare ciò che si propongono di difendere. È necessario che le strategie di autodifesa proliferino, ma non come pratiche d’avanguardia, bensì come pratiche di routine: delle strade, delle case, nella vita quotidiana delle persone. Le campagne su Twitter e Facebook sono interessanti perché sono forme di dispersione attraverso le reti, tuttavia è molto più interessante la parola, capace di circolare di bocca in bocca e nella strada. Uno dei problemi del femminismo è che ha abbandonato la strada. Il prezzo che abbiamo dovuto pagare per istituzionalizzarci, trasformare ciò che facciamo in carriere e professioni è precisamente la rinuncia alla lotta di tutti i giorni, al corpo a corpo nella strada e nei vincoli tra donne, che nel femminismo degli anni settanta era molto forte ed efficace.

  1. Come intervengono i media nella logica di questi fatti?

In questo contesto i media collaborano ad esibire pubblicamente l’aggressione alle donne e allo stesso tempo affermano, dichiarano, e si aggiungono al motto popolare “né una di più” o “né una di meno”. violencia mediatica Come si spiega che i media che depredano il corpo delle donne, dando lezioni di ridicolizzazione, di crudeltà e di attacco alla dignità delle donne, poi dicono di far parte di queste campagne? Cosa pretende un uomo della televisione come Tinelli quando dice di condividere le ragioni della manifestazione femminista, se egli stesso vive da magnaccia delle tette e dei culi delle donne che cattura con la lente della sua telecamera esibendoli nella sua vetrina per la derisione pubblica? Credo che bisogni svelare l’operazione: ciò che fa è provare a discolparsi. Tinelli sa che la pedagogia del suo programma televisivo mostra l’esercizio della crudeltà nelle case e nelle strade. Lo sa, ed è per questo che cerca di sganciarsi, di sfuggire, di smarcarsi dal suo vincolo stretto con un soggetto capace di uccidere e violentare una donna. C’è un’identità comune tra questo soggetto femminicida e la telecamera di Tinelli che sfrutta i corpi esposti nel suo programma. L’affinità sta nel fatto che Tinelli, nel momento in cui aderisce alla formula della manifestazione di “né una di meno “, ciò che vuole è dissimulare. Di fronte a questo, penso che l’espansione dei diritti umani è sempre stata l’espansione di un elenco di nomi della sofferenza umana, il progresso nel campo dei diritti è sempre stato il progresso nel tentativo di nominare le forme della sofferenza e delle sue cause. A partire dalla seconda metà del ventesimo secolo abbiamo assistito ad una proliferazione dei nomi per le diverse modalità di violenza contro le donne: violenza fisica, sessuale, psicologica, morale, finanziaria, patrimoniale. Resta ancora da nominare anche la violenza alimentare, dato che le donne mangiano di meno e, quando c’è meno cibo in una casa, le donne sono le prime a risentirne, specialmente nelle zone rurali. Abbiamo nominato anche il femminicidio, che include i crimini dell’intimità, così come abbiamo nominato i crimini commessi da soggetti al servizio delle mafie che operano nelle nuove forme di guerra e, nei paesi asiatici, il crimine del rifiuto delle bambine. Includo qui, in questa categoria, anche la tratta e lo sfruttamento sessuale, perché ci sono donne in questa situazione che vivono in condizioni concentrazionarie, vale a dire nelle condizioni costitutive del crimine di genocidio. Eppure, dobbiamo ancora dar vita a un concetto fondamentale in tutta questa storia…

  1. Ti ascolto…

Il fantastico strumento del concetto di “violenza mediatica” contro le donne, che fa parte della legge 26.485, e che propongo qui come categoria giuridica nel campo dei diritti umani e a cui dobbiamo fornire un elenco di contenuti precisi e attivarlo con azioni concrete nella Giustizia. E’ necessario affinché la vittimizzazione delle donne smetta di essere uno spettacolo di fine serata e delle domeniche dopo la messa. Affinché i media ci spieghino perché non è possibile allontanare la donna da questo posto di vittima sacrificale, esposta alla violenza in casa sua, nella strada, nella televisione di ogni casa, dove ognuna di queste esecuzioni esemplificatrici è riprodotta fino alla sfinimento nei suoi più sottili dettagli da un’agenda mediatica che è diventata indifendibile e insostenibile. Giuridicizzare questa agenda violenta e riproduttrice del danno come passatempo non solo otterrà, in alcuni casi, sentenze da parte dei giudici, ma anche, attraverso la sua efficacia retorica, farà sì che la gente cominci a sentire e pensare i media come violenti. Dobbiamo lavorare per trasformare la sensibilità dell’audience di fronte alla crudeltà come diversivo e di fronte ai media come qualcosa che può essere messo in discussione. Contribuiremo così a far capire e a interpellare i media con nozioni affini a quelle della “paternità intellettuale” e a quella della “istigazione al delitto”, e svelare che, in rapporto alle donne e ai soggetti femminilizzati, i media funzionano come “braccio ideologico della strategia della crudeltà”.

 

Traduzione a cura di Deco[K]now