di Kenan Malik (1)

Il training dell’inconscio è un settore redditizio, ma non cambierà politiche consapevolmente ostili

Siete razzisti? E se così fosse, come dovrei rendermene conto? Ho sempre pensato che alcuni segnali piuttosto evidenti, me lo avrebbero mostrato: per esempio, se mi chiamate “Paki”, o se mi aggredite a causa del colore della mia pelle, oppure se mi negate un lavoro dopo aver letto il mio nome. Ma no, queste non sono che espressioni soltanto palesi di razzismo. E anche se non mostrate ostilità, o cercate in ogni caso di non discriminare, siete comunque probabilmente razzisti. Il problema è che semplicemente non lo sapete. Soprattutto se siete bianchi. E anche se vi lamentate dall’essere stati etichettati come razzisti, state soltanto rivelando ciò che Robin DiAngelo, accademica americana e studiosa di multiculturalismo , descrive nel suo testo più venduto come “fragilità bianca”. Ovvero, non fate che accettare o rivelare il vostro razzismo proprio nel momento stesso in cui lo negate. In effetti, come spiega DiAngelo, sono proprio i “progressisti” che insistono nel combattere quotidianamente il razzismo, “a causare il danno maggiore alle persone di colore”, poiché credono di essere antirazzisti a prescindere. Dal suo punto di vista, dunque, il razzismo è “inevitabile”.

Già 30 anni fa, Ambalavaner Sivanandan (2) ci mise in guardia nei confronti di questa sorta di “mumbo-jumbo psicospirituale il quale … proponendo una soluzione individuale a un problema sociale non fa che mascherare una soddisfazione meramente personale in un esempio di liberazione politica”. Sivanandan, un intellettuale marxista i cui scritti radicali hanno influenzato gran parte della generazione di attivisti antirazzisti in Gran Bretagna tra gli anni ’70 e ’80, è stato uno dei primi critici di quello che fu allora chiamato “addestramento alla consapevolezza razziale” (“Racial awareness training”) .

Due decenni dopo, la storica americana Elisabeth Lasch-Quinn, la cui prospettiva politica è molto diversa da quella di Sivanandan, è giunta a una conclusione simile. Nel suo libro Race Exper ts del 2001, Lasch-Quinn ha cercato di mettere in evidenza il passaggio dalla sfida sociale promossa dal movimento per i diritti civili degli anni ’60 a una visione del razzismo come questione di “comportamento interpersonale, e quindi come un tipo di problema che necessita di un intervento terapeutico”.

Altri due decenni e arriviamo a ciò che il leader laburista Keir Starmer ha chiamato, in modo del tutto ironico, “momento di Black Lives Matter”. Di fronte alle critiche ricevute per aver minimizzato tale movimento, Starmer ha dichiarato di voler iniziare una “terapia contro i propri pregiudizi inconsci” per evitare che ciò si ripeta. E ha suggerito di fare lo stesso a tutti i parlamentari laburisti.

In ogni caso, Starmer non è il solo a cercare un qualche tipo di terapia (training) antirazzista come forma di ulteriore personale educazione. Nel 2017, un rapporto del governo riguardante la questione “Race on the workplace” chiedeva vi fosse in tutti i luoghi di lavoro un training di questo genere. La metà di tutte le aziende americane di medie dimensioni, e praticamente tutte le corporation di Fortune 500, offrono già un “corso psicologico di formazione” antirazzista, e anche buona parte delle scuole e delle forze di polizia non sono da meno. È un affare chiaramente redditizio: solo negli Stati Uniti vale circa 8 miliardi di dollari. Il “mumbo-jumbo psicospirituale” di Sivanandan è diventato una logica normativa per fare soldi.

Al centro di questo allenamento dell’inconscio c’è una controversa tecnica psicologica chiamata “implicit-association test” (IAT). Introdotto per la prima volta nel 1998, l’IAT verifica la velocità con cui una persona associa determinate categorie, quali “bianchi” e “neri”, per esempio, con attributi come “buoni” e “cattivi” (“violenti” o “intelligenti”). In questo modo, gli individui che risultano i più veloci ad associare i neri alla violenza o i bianchi all’intelligenza non farebbero che rivelare i loro pregiudizi nascosti.

Non vi è alcuna evidenza, tuttavia, del fatto che questo test sia in qualche modo attendibile. Molte persone vengono sottoposte al test più volte e ricevono spesso punteggi e valutazioni molto diverse. Una meta-analisi realizzata su un campione di circa 500 test, ha rivelato che tale allenamento ha avuto come risultato un effetto piuttosto “debole” sui pregiudizi impliciti degli individui, e praticamente nessuno sui suoi comportamenti quotidiani.

Il problema più grande, tuttavia, è quello su cui avvertivano Sivanandan e Lasch-Quinn: lo spostamento dell’attenzione dal mutamento sociale o collettivo alla terapia individuale. Nessuno dirà mai, “noi non vogliamo cambiare la società”. Ma concentrandosi sulla whiteness in senso soltanto fenotipico, così come sulla psicologia personale, l’importanza delle leggi e delle strutture sociali viene declassata in favore del pensiero inconscio.

L’approccio terapeutico, come aveva previsto Sivanandan, trasforma il razzismo in una “combinazione di malattia mentale, peccato originale e determinismo biologico”, ovvero in una specie di “essenza che la storia ha impiantato nella psiche bianca”. E’ così che non c’è più scampo – tutti i bianchi, consapevolmente o in modo inconscio, sono dei razzisti – malgrado si tratti di una visione tanto pessimista quanto divisiva.

Tutti noi pensiamo attraverso categorie implicite, mediante le quali diamo significato al mondo. E’ sempre utile mettere in discussione queste categorie e interrogarci sui nostri pregiudizi. E tuttavia, non è stato un pregiudizio inconscio a indurre un ufficiale di polizia a mettere il ginocchio sul collo di George Floyd. Così come non è stato semplicemente un atteggiamento inconscio a portare a dei poliziotti ad arrestare e ammanettare Bianca Williams e Ricardo dos Santos, o a fermare e perquisire durante il lockdown l’equivalente di quasi un terzo dei giovani maschi neri a Londra. Non si può nemmeno addossare all’inconscio la creazione di quell’ambiente politico apertamente ostile che ha portato al cosiddetto scandalo Windrush . Si tratta, in tutti questi casi, del prodotto di politiche estremamente consapevoli.

Le proteste di Black Lives Matter hanno portato la questione del razzismo al centro del dibattito pubblico. Sarebbe una tragedia se tutta quest’energia venisse sprecata riportando in superficie idee irrazionali e divisive sulla vera natura del razzismo, e lasciando invece intatte le questioni reali.

Traduzione di Gabriele Caruso

Note

(1) Kenan Malik è un docente, scrittore e giornalista inglese di origine indiana. Esperto di neurobiologia, ha pubblicato diversi testi sulla filosofia della biologia e sulla storia della scienza, mettendole in rapporto con le teorie contemporanee del multiculturalismo e con i discorsi correnti sull’idea di razza. Tra i suoi testi principali: The Meaning of Race (1996); Man, Beast and Zombie (2000), and Strange Fruit: Why Both Sides Are Wrong in the Race Debate (2008).

(2) Ambalavaner Sivanandan (1923-2018), poco noto in Italia, è stato uno scrittore srilankese, politologo marxista, militante antirazzista e direttore per molti anni dell’Institute of Race Relations in Gran Bretagna. Partecipò attivamente della fondazione e dell’esperienza della notissima rivista dell’Istituto, Race & Class. Tra le sue opere principali: A Different Hunger: writings on black resistance (1982), quello che è stato il suo lavoro più noto , Communities of Resistance: writings on black struggles for socialism (1990); Catching History on the Wing: Race, Culture and Globalisation , (2008).

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