Il conflitto tra Stati Uniti e Corea del Nord viene presentato dall’intero blocco dei media occidentali come il frutto di uno scontro del tutto irrazionale tra due capi di stato folli e grotteschi. Trump e Kim Jong potranno apparire folli e grotteschi, ma chiunque voglia capire davvero qualcosa delle origini e delle cause del conflitto non può certo soffermarsi ai discorsi dell’establishment politico-mediatico-globale-occidentale. E’ per questo che vi proponiamo la traduzione di un articolo di Mike Whitney apparso sulla rivista Counterpounch, che ci mostra come il conflitto tra Stati Uniti e Corea del Nord ha una storia lunga sessantacinque anni e non può essere letto e compreso al di fuori della lunga morsa imperiale gettata dagli Stati Uniti in questa zona dell’Asia durante la Guerra Fredda. Per evitare che il popolo coreano seguisse i partigiani comunisti, che erano riusciti a sconfiggere l’occupazione e l’imperialismo nipponici negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, e per contenere – strangolare – sia il comunismo sovietico che gli effetti della Rivoluzione maoista del 1949, gli Stati Uniti intervennero militarmente per cercare di rovesciare il governo rivoluzionario di Kim Il Sung. Seguirono i tre anni della feroce guerra di Corea (1950-1953), che misero a ferro e fuoco praticamente tutto il territorio Nordcoreano, massacrando buona parte della sua popolazione. Come a Cuba, Filippine, Vietnam e altre zone del Terzo mondo, anche in Corea gli Stati Uniti cercarono di appropriarsi e di prolungare sotto una nuova veste un più vecchio dominio coloniale-imperiale. L’articolo di Mike Whitney ci sembra importante perché propone una genealogia diversa attraverso cui cercare di comprendere quanto sta avvenendo. Questa genealogia consente di capire con più chiarezza che il pericolo di una terrificante guerra nucleare non dipende tanto dal lato grottesco di queste due figure, quanto dalle stesse contraddizioni costitutive del capitalismo: dalla lotta imperiale per l’egemonia globale sull’accaparramento di materie prime, territori, risorse, mercati. Assicurarsi tale egemonia da parte della potenza dominante è sempre stata la condizione materiale necessaria al mantenimento di un qualunque ordine mondiale capitalistico. E’ stato detto più volte: non può esistere capitalismo senza guerra. Per gli Stati Uniti, la potenza ancora dominante dell’attuale ordine globale neoliberale, la Corea del Nord, è un pessimo esempio per il mondo, uno “stato canaglia” per eccellenza. Non tanto per il tipo di regime da cui è governata, ma soprattutto per la sua capacità di “autonomia”, costruita – e blindata – per di più sul deterrente “nucleare”. E comunque nessuna potenza imperiale capitalistica ha mai ceduto la propria egemonia senza combattere guerre totali. Il problema, dunque, non è la Corea del Nord. Al di là di ciò che si possa pensare del socialismo nordcoreano e la sua storia, il problema è Washington.


di Mike Whitney

Washington non si è mai sforzata di nascondere il proprio disprezzo nei confronti della Corea del Nord. Nei 64 anni dalla fine della guerra, gli Stati Uniti hanno fatto tutto ciò che era in loro potere per punire, umiliare e causare sofferenze al paese comunista. Washington ha sottoposto la Repubblica popolare alla fame, impedendo al governo di accedere a capitali e mercati stranieri, ha strangolato la sua economia con rovinose sanzioni economiche e ha installato sistemi missilistici letali e numerose basi militari appena fuori la sua porta di casa.

Nessuna negoziazione è possibile perché Washington si rifiuta da sempre di sedersi a dialogare con un paese che considera inferiore. Gli Stati Uniti hanno preferito usare le maniere forti attraverso la Cina, usando i loro diplomatici come interlocutori, aspettandosi la trasmissione degli ultimatum di Washington a Pyongyang nel modo più minatorio possibile. Chiaramente, la speranza è che Pyongyang ceda ai soprusi dello Zio Sam e faccia ciò che le viene detto.

Ma la Corea del Nord non si è mai piegata alle intimidazioni statunitensi e non c’è segnale che lo faccia in futuro. Al contrario, la Corea del Nord ha sviluppato un piccolo arsenale di armi nucleari per difendersi dall’eventualità che gli Stati Uniti inizino una nuova guerra per riaffermare il loro dominio su di essa. Visto da questa prospettiva, non c’è paese al mondo più della Corea del Nord che abbia avuto bisogno di armi nucleari per sussistere come tale. Milioni di americani lobotomizzati, che acquisiscono informazioni dalla FOX o dalla CNN, potrebbero divergere su questo punto, ma se una nazione ostile decidesse di dispiegare una flotta militare fuori le coste della California, mentre conduce una massiccia azione militare al confine messicano (con le manifeste intenzioni di terrorizzare le persone), allora potrebbero pensarla in modo differente. In quel momento, comprenderebbero l’importanza di avere qualche arma nucleare che intimidisca quella nazione ostile dal fare qualcosa di veramente stupido.

Siamo onesti, le uniche ragioni per cui Kim Jong Un non è stato ancora spedito all’altro mondo insieme a Saddam e Gheddafi risultano dal fatto che (a) la Corea del Nord non siede su un mare di petrolio e (b) ha la capacità militare di ridurre Seoul, Okinawa e Tokyo a un cumulo di macerie. Senza le armi di distruzione di massa, Pyongyang avrebbe già subìto da tempo un attacco preventivo e Kim avrebbe patito lo stesso destino di Gheddafi. Le armi nucleari sono l’unico antidoto possibile per contrastare l’avventurismo statunitense.

Il popolo americano – la cui cognizione della storia ormai non va oltre gli eventi dell’11 settembre – non ha alcuna idea di come gli Stati Uniti combattano le loro guerre o della terrificante carneficina e distruzione che hanno causato qualche decennio fa in Corea del Nord. Ecco un piccolo squarcio di memoria che può aiutare a chiarire perché il Nord è ancora diffidente nei confronti degli Stati Uniti più di sessant’anni dopo la firma dell’armistizio. Questo stralcio è tratto da un articolo intitolato “Gli americani hanno dimenticato cosa abbiamo fatto alla Corea del Nord”, pubblicato su Vox World:

Nei primi anni Cinquanta, durante la Guerra di Corea, gli Stati Uniti sganciarono più bombe sul Nord di quante ne avessero lanciate nell’intero Pacifico durante la Seconda guerra mondiale. Questo bombardamento a tappeto, che incluse 32 mila tonnellate di napalm, spesso colpiva deliberatamente obiettivi civili allo stesso modo di quelli militari, devastando il paese ben oltre di quanto fosse necessario per combattere la guerra. Intere città furono distrutte, con molte migliaia di civili innocenti uccisi e molte altre lasciate alla fame e senza casa…

Secondo quanto riportato dal giornalista statunitense Blaine Harden, lo stesso Gen. delle Forze Aeree Curtis LeMay, capo dello Strategic Air Command durante la Guerra di Corea, nel 1984 dichiarò all’Ufficio di Storia delle Forze Aeree: «In un periodo di circa tre anni abbiamo ammazzato il 20% della popolazione». Dean Rusk, sostenitore della guerra e in seguito Segretario di Stato, confermò che gli Stati Uniti bombardarono «qualsiasi cosa si muovesse in Corea del Nord, bastava vi fosse un mattone eretto su un altro». Nelle ultime fasi della guerra, dopo aver esaurito gli obiettivi urbani, i bombardieri statunitensi distrussero le centrali idroelettriche e le dighe per l’irrigazione, inondando terreni e distruggendo le colture…

Il 3 gennaio alle dieci e trenta del mattino un’armata di 82 fortezze volanti rilasciò il proprio carico di morte sulla città di Pyongyang… Centinaia di tonnellate di bombe e composti incendiari furono sganciati simultaneamente su tutta la città, causando incendi devastanti; i barbari transatlantici bombardarono la città con potenti ordigni esplosivi a detonazione ritardata che esplosero a intervalli di tempo per un giorno intero, impossibilitando le persone dall’uscire per strada. L’intera città è rimasta bruciata, avvolta nelle fiamme, per due giorni. Il secondo giorno, 7.812 case civili erano un cumulo di cenere. Gli americani si guardarono bene dal non lasciare a Pyongyang nessun obiettivo militare in piedi…

“Il numero di abitanti di Pyongyang uccisi dalle bombe, bruciati vivi e soffocati dal fumo è incalcolabile… Sopravvissero solo 50 mila abitanti in una città che prima della guerra ne contava 500 mila.”

(“Americans have forgotten what we did to North Korea”, Vox World).

Gli Stati Uniti uccisero più di 2 milioni di persone in un paese che non costituiva alcuna minaccia alla propria sicurezza nazionale. Come il Vietnam, la Guerra di Corea fu solo un altro dei loro periodici esercizi muscolari, dispiegati allorquando erano infastiditi o avevano bisogno di provare qualche nuova arma in qualche località remota. Gli Stati Uniti non avevano niente da guadagnare dall’aggressione alla penisola coreana, fu un mix di “estremismo” imperiale e pura brutalità di cui abbiamo avuto testimonianza molte volte in passato. Stando all’Asia-Pacific Journal:

“Dall’autunno del 1952, non esistevano più obiettivi effettivi da colpire per gli aerei americani. Ogni centro significativo, città o area industriale in Corea del Nord era già stato bombardato. Nella primavera del 1953, le Forze Aeree americane puntarono la diga di irrigazione del fiume Yalu, sia per distruggere le colture di riso nordcoreane sia per fare pressione sui cinesi, che così avrebbero dovuto garantire maggiori aiuti alimentari al Nord. Furono colpiti cinque bacini idrici, inondando migliaia di acri di terreno coltivato, intere città ed eliminando la principale risorsa di cibo per milioni di nordcoreani. Solo gli aiuti emergenziali di Cina, Unione Sovietica e di altri paesi socialisti impedirono l’esplosione di una carestia.”

(“The Destruction and Reconstruction of North Korea, 1950-1960”, The Asia-Pacific Journal, Japan Focus).

Ripetiamolo: “Bacini idrici, dighe di irrigazione, risaie, centrali idroelettriche, centri abitati” tutti incendiati al napalm, bombardati a tappeto, rasi al suolo. Niente fu risparmiato. Se si muove spara, se non si muove bombarda. Gli Stati Uniti non avrebbero potuto vincere, ma così facendo trasformarono il paese in una landa inabitabile. “Lasciamoli affamati. Congelati. A mangiare erbe e radici e roditori per sopravvivere. A dormire nei canali e trovare rifugio nelle macerie. Cosa ce ne importa? Siamo il più grande paese della terra. Dio benedica l’America.”

E’ questo il modo in cui Washington fa affari, e non è cambiato da quando la Settima Cavalleria fece fuori 150 uomini, donne e bambini al Wounded Knee più di un secolo fa. I Sioux Lakota al Pine Ridge hanno ricevuto lo stesso trattamento dei nordcoreani, o dei vietnamiti o dei nicaraguensi o degli iracheni o… o… o. Chiunque finisca sulla strada dello Zio Sam finisce in un mondo di dolore. Fine della storia.

La brutalità della guerra americana alla Corea del Nord ha lasciato un marchio indelebile nella psiche dei nordcoreani. Qualsiasi sia il costo, la Corea del Nord non potrà più permettersi che un simile scenario abbia luogo in futuro. Qualsiasi sia il costo, ha dovuto lavorare per potersi difendere. Se questo significa testate nucleari, così sia. L’autoconservazione è stata per loro la priorità massima.

C’è un modo di porre fine a questo impasse tra Pyongyang e Washington, un modo per sanare ferite e costruire fiducia? Sicuramente esiste. Gli Stati Uniti dovrebbero solo iniziare a trattare la Repubblica popolare democratica di Corea con rispetto e mantenere le proprie promesse. Quali promesse?

La promessa di costruire nel Nord due reattori ad acqua leggera per provvedere al riscaldamento e all’illuminazione della popolazione nordcoreana, in cambio della fine del loro programma sulle armi nucleari. Non leggerete di questo accordo sui principali canali di informazione perché i media mainstream sono solo il “braccio propagandistico” del Pentagono. Non hanno alcun interesse nel promuovere soluzioni pacifiche. I loro attrezzi del mestiere sono guerra, guerra e ancora guerra. La Corea del Nord pretende che gli Stati Uniti onorino gli impegni presi con l’Agreed Framework del 1994. Tutto qui. Portate a compimento questo benedetto accordo. Quanto può essere difficile? Ecco come Jimmy Carter riassume la situazione sul Washington Post (24 novembre 2010):

“… nel settembre 2005, un accordo… riafferma le premesse fondamentali dell’accordo del 1994 (The Agreed Framework). Il testo include la de-nuclearizzazione della penisola coreana, la promessa da parte degli Stati Uniti di non aggressione e passi verso un accordo di pace permanente che rimpiazzi il cessate il fuoco tra USA-Corea del Nord-Cina in vigore dal luglio 1953. Sfortunatamente, dal 2005 non è stato compiuto nessun progresso sostanziale…

“Lo scorso luglio sono stato invitato a ritornare a Pyongyang per assicurare il rilascio di un americano, Aijalon Gomes, a condizione che la mia visita sarebbe durata abbastanza per incontri sostanziali con i vertici militari nordcoreani. Le autorità nordcoreane espressero chiaramente il loro desiderio di iniziare la de-nuclearizzazione della penisola e un cessate il fuoco permanente, fondato sugli accordi del 1994 e sui termini adottati dalle sei potenze nel settembre 2005

“Gli ufficiali nordcoreani dissero la stessa cosa di recente ad altri visitatori americani e hanno permesso l’accesso di esperti nucleari a una struttura avanzata di purificazione dell’uranio. Gli stessi ufficiali mi hanno chiarito che questa gamma di centrifughe sarebbe stata ‘sul tavolo’ delle trattative con gli Stati Uniti, anche se la purificazione dell’uranio – un processo molto lento – non faceva parte degli accordi del 1994.

“Pyongyang ha mandato segnali consistenti secondo i quali, negli incontri diretti con gli Stati Uniti, si è dichiarata pronta a concludere un accordo per la fine dei suoi programmi nucleari, mettere tutto sotto la supervisione dell’IAEA e concludere un trattato di pace permanente per rimpiazzare il ‘temporaneo’ cessate il fuoco del 1953. Dovremmo valutare di rispondere a questa offerta. La sfortunata alternativa per i nordcoreani è di fare qualsiasi cosa ritengano necessario per difendere se stessi da ciò che gli fa più paura: un attacco militare supportato dagli Stati Uniti insieme a tentativi di cambiamento del regime politico.”

(“North Korea’s consistent message to the U.S.”, President Jimmy Carter, Washington Post).

Molte persone credono che il problema sia la Corea del Nord, ma non è così. Il problema sono gli Stati Uniti; la loro riluttanza a negoziare una fine alla guerra, a garantire una sicurezza essenziale al Nord, perfino a sedersi a dialogare con persone che ora stanno sviluppando missili balistici di lunga gittata capaci di colpire città americane. Quanto è stupido tutto ciò?

Il team di Trump insiste con una politica che ha fallito per 63 anni e che mette in modo evidente in pericolo la sicurezza nazionale esponendo i cittadini americani a un rischio diretto. E per cosa?

Per preservare l’immagine dei “tipi tosti”, per convincere le persone che gli Stati Uniti non negoziano con paesi più deboli, per provare al mondo che “qualsiasi cosa dicano gli Stati Uniti va bene”? E’ questo? L’immagine è così più importante di un potenziale disastro nucleare? Le relazioni con la Corea del Nord possono essere normalizzate, i legami economici possono essere rafforzati, la fiducia può essere ristabilita, e la minaccia nucleare può essere dissipata. La situazione con il Nord non dovrebbe giungere necessariamente a una crisi, si può risolvere. Richiede solo un cambio nelle politiche, un po’ di dare-e-avere, e leaders che vogliano sinceramente la pace più della guerra.

 

Articolo comparso su https://www.counterpunch.org/2017/04/17/the-problem-is-washington-not-north-korea/. [Traduzione a cura di Andrea Ruben Pomella].