di Sandro Mezzadra

Novecento. «Marx nei margini. Dal marxismo nero al femminismo postcoloniale», a cura di Miguel Mellino e Andrea Ruben Pomella, per Alegre. L’opera dell’autore del Capitale interrogata a partire dalle nozioni di razza e genere. E anche lontano dall’Europa. Dal marxismo nero al femminismo postcoloniale, voci e temi spesso ignorati dalla sinistra occidentale. «La singolarità dei nostri problemi non può essere ridotta a nessun altro problema», scriveva Aimé Césaire al segretario del Pcf negli anni Cinquanta.

È davvero un bel libro quello curato da Miguel Mellino e Andrea Ruben Pomella, Marx nei margini. Dal marxismo nero al femminismo postcoloniale (Alegre, pp. 332, euro 18). I capitoli che lo compongono ricostruiscono i modi diversi con cui l’opera di Marx è stata creativamente interrogata e messa politicamente al lavoro da posizioni definite appunto, in termini geografici o sociali, «marginali». Al centro del volume figurano i temi della razza, della schiavitù e del colonialismo, in buona misura ignorati come mostra l’ampia introduzione dei curatori dal «marxismo occidentale» (e comunque trattati secondo modalità ambivalenti dallo stesso Marx e dal «primo marxismo»).

Un grande marxista latino-americano, José Carlos Mariátegui, dialoga così con il grande marxista nero C.L.R. James e con il fondatore del Partito della Pantera Nera Huey P. Newton, mentre la teoria della decolonizzazione di Amilcar Cabral si pone in risonanza con il femminismo nero di Claudia Jones e con il femminismo postcoloniale di Gayatri Spivak. Due «marxisti occidentali» in qualche modo atipici Raymond Williams e Louis Althusser sono infine convocati quasi a testimoniare il radicale spiazzamento del paradigma marxista determinato dall’insieme di voci che nel volume lo ridefiniscono appunto dai suoi «margini».

UNA LETTERA di Aimé Césaire, Deputato della Martinica, al segretario del Partito comunista francese, del 1956, apre significativamente il libro (è una lettera celebre, e tuttavia finora inedita in italiano). Qui Césaire, sul duplice sfondo delle rivelazioni di Krusciov su Stalin e della guerra di liberazione in Algeria, argomenta la sua decisione di lasciare il partito in base alla sua posizione «relativa all’essere un uomo di colore». Netta è l’accusa al comunismo francese di avere sempre subordinato la questione coloniale (la lotta contro il colonialismo e il razzismo) alla lotta per il socialismo sul suolo metropolitano (alla «lotta dell’operaio francese contro il capitalismo francese»).
«La singolarità dei nostri problemi scrive Césaire non può essere ridotta a nessun altro problema, e quel che gli appare necessario per venire a capo di quella “singolarità” è nientemeno che “una vera e propria rivoluzione copernicana”».

Per molti intellettuali radicali impegnati nei movimenti anticoloniali e antirazzisti (come per lo stesso Césaire del resto), questa «rivoluzione copernicana» non comportò l’abbandono del marxismo, ma piuttosto una sua profonda rivisitazione e una sua appropriazione al di là di ogni canone e di ogni ortodossia. Le analisi marxiste, avrebbe scritto pochi anni dopo Frantz Fanon partendo proprio da una riflessione sul tema della razza nelle colonie, «devono essere distese ogni volta che si affronta il problema coloniale». Ecco, Marx nei margini presenta precisamente una serie di esercizi di distensione del marxismo.

GIÀ NEGLI ANNI VENTI, Mariátegui (cui dedica un ampio saggio Miguel Mellino) si interrogava in Perù sull’«ambivalente interazione tra razza e classe nelle dinamiche della lotta politica nelle società non europee», soffermandosi in particolare sulla posizione degli indigeni e registrando nella sua analisi dello sviluppo capitalistico la compresenza di diversi tempi storici e regimi di dominazione. Cabral, nelle diverse condizioni della lotta di liberazione dal colonialismo portoghese in Africa, lotta per coniugare l’universalismo della rivoluzione socialista con la necessità di «tradurre e localizzare» il marxismo, tenendo conto delle «specificità culturali» (Livia Apa). Newton, con gli occhi rivolti ai ghetti e ai movimenti del sottoproletariato nero negli Stati Uniti, «opera una distensione del tempo e dello spazio del tradizionale concetto di rivoluzione», collocandolo con decisione in un territorio globale e ponendo l’accento sulla «dinamica della liberazione» (Andrea Ruben Pomella). Spivak, nel suo lavoro sulle condizioni specifiche dello sfruttamento della «donna subalterna», sottolinea come il dominio del capitale si eserciti anche su condizioni di produzione e riproduzione che portano il segno di un’altra temporalità, non direttamente organizzata dal capitale stesso (Paola Rudan).

Tra le pagine del volume si instaura un fitto gioco di rimandi a riflessioni e a pratiche di lotta attorno a forme di sviluppo capitalistico diverse da quelle che anche molti marxisti hanno immaginato come standard. Biografie straordinarie si incrociano con la storia e la politica del Novecento. Ad esempio quella di Claudia Jones, ricostruita da Luca di Paola. Nata a Port of Spain, capitale di Trinidad e Tobago, nel 1915, Jones migra con la famiglia a Harlem, dove cresce all’interno di un quartiere che proprio la migrazione afrocaraibica aveva contribuito a trasformare in un laboratorio del radicalismo nero. Militante del Partito comunista statunitense, scrive testi straordinari sul «triplice sfruttamento» delle donne nere, anticipando quella che solo molto più tardi si è cominciato a chiamare analisi «intersezionale». Espulsa dagli Stati Uniti nel 1955 per la sua militanza politica, Jones si trasferisce a Londra, dove arriva rapidamente alla rottura con il Partito comunista britannico (per via delle sue posizioni sui temi della razza e del colonialismo) e si impegna nell’organizzazione politica e culturale dei migranti arrivati dai Caraibi all’indomani della Seconda guerra mondiale. Attraverso la fondazione di organi di stampa e l’organizzazione di eventi come il primo festival di carnevale di Notting Hill nel 1959, Jones apporta un contributo di primo piano alla formazione di una black community in Gran Bretagna, coniugando politica anticoloniale, analisi marxista del razzismo e impegno «per sostenere il sindacalismo e l’unità tra lavoratori bianchi e neri».

Nel loro insieme, i capitoli di Marx nei margini vengono componendo un fondamentale archivio, di grande importanza per ripensare Marx e il marxismo anche nel nostro mondo, in quello che a lungo si è pensato come il «centro». In questione è in primo luogo il tema del soggetto con una moltitudine di schiavi e donne subalterne, sottoproletari neri e indigeni che ci sfidano a ripensare tanto le figure dello sfruttamento quanto quelle dell’insubordinazione al di là dell’icona della classe operaia «bianca».

LEGGENDO il libro, si ha in ogni caso l’impressione che i «margini» progressivamente si dissolvano, che il movimento di appropriazione e di reinvenzione di un pensiero quello di Marx -, certo del tutto interno all’Europa, metta in discussione proprio la coppia topologica centro/periferia e interpelli l’Europa al pari dei molti mondi che sono qui in questione. Le formidabili tensioni che segnano a questo proposito il pensiero e la vita di C.L.R. James, ricostruiti da Matthieu Renault, risultano emblematiche: rivendicando la sua «formazione puramente occidentale», il marxista di Trinidad avvia un’indagine «sui limiti stessi della ‘comprensione eurocentrica’ del mondo» che lo conduce a ritrovare nei Caraibi una «miniatura della ‘civiltà mondiale’» e a scoprire dunque nei «margini» il «centro».

Articolo pubblicato su il manifesto del 27.02.2020

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