di Danilo Castelli

Cosa significa essere un machista di sinistra? Forse questo esemplare è più solidale che il suo pari di destra? In questo manifesto anfibio analizziamo quegli atteggiamenti che nascondono gli stessi pregiudizi discriminanti verso le donne sotto un ombrello benpensante.

Questa lista contiene pensieri e atteggiamenti del machismo di sinistra. Alcuni sono miei, altri li ho visti in diverse persone.
Quand’è quindi che divento un machista di sinistra? Quando ho a portata di mano il termine “borghese”, “piccolo borghese”, “liberale” o “postmoderno” per diminuire il femminismo che mi mette a disagio, sia che corrisponda o meno a tale caratterizzazione.

Quando coincido con le persone di destra nel chiedere, “perché femminismo e non uguaglianza”? Il che indica che il tema non mi interessa nemmeno per fare un minimo di ricerca su google, ma che comunque mi sento minacciato o dislocato da un movimento che promuove la libertà e il potere per le donne.

Quando minimizzo o rifiuto le lotte femministe dicendo che “il vero problema è il capitalismo” (e in tal modo non faccio che mostrare la mia ignoranza su come si articolano capitalismo e patriarcato, così come sull’influenza reazionaria che spesso ha il machismo sulla classe lavoratrice).

Quando coincido con la destra nel naturalizzare l’eteronormatività e i ruoli di genere. Quando non lascio passare l’occasione di dire “il vero problema è quello di classe” ogni volta che si dice qualcosa da una prospettiva di genere. Quando, emulando i machisti di destra che vogliono negare il patriarcato cercando esempi di donne che aggrediscono uomini o di false denunce o di situazioni in cui gli uomini soffrono più che le donne, assumo posizioni da femminismo borghese o bianco o tipiche della misandria per giustificare che la sinistra non ha nulla da imparare dal femminismo.

Quando sono molto rivoluzionario parlando di capitalismo e socialismo, ma poi mi converto in “pragmatico e realista” quando parlo di machismo e femminismo. Quando dico che il socialismo non ha nulla da prendere dal femminismo perché “la questione della donna” era già stata posta in un qualche testo socialista dei secoli scorsi.

Quando invece di ascoltare una compagna per imparare, aspetto disinteressato solo il mio turno per parlare.
Quando ripeto che siccome il socialismo è contrario a ogni oppressione non c’è bisogno di essere femminista. Quando faccio “mans-plaining”, ovvero cerco di spiegare in maniera paternalista a una donna ciò che lei conosce già (spesso interrompendola), dando per scontato che senza la mia spiegazione non capirebbe niente.

Quando commetto “gaslighting”, cioè manipolo il senso di realtà di una donna, mettendone in dubbio la sua memoria, percezione o sanità mentale perché non dice ciò che vorrei sentire. Quando vedo il machismo soltanto nelle sue manifestazioni più visibili ed esplicite (femminicidio, tratta, violenza domestica, stupri, discriminazioni sul lavoro) e mi nego dal vederlo nelle sue manifestazioni più sottili (molestie sessuali di strada, ingiustizie nella divisione delle mansioni domestiche, microviolenze, violenza simbolica).

Quando denuncio con forza gli atti di machismo commessi da borghesi, politici, figure pubbliche e perfino dirigenti di altri partiti, ma faccio il distratto sul machismo della mia classe sociale, nel mio lavoro, nella mia organizzazione o movimento. Quando denuncio soltanto il machismo e la omo/transfobia di politici, imprenditori, comunicatori, polizia o altri agenti diretti dell’oppressione, ma non interpello mai il machismo degli uomini della classe operaia in generale, né quello dei miei compagni di partito o di movimento nel particolare.

Quando declasso le lotte femministe che mi infastidiscono facendo appello al “femminismo di una volta” o facendo l’erudito sul “femminismo della terza ondata”. Quando credo che la soluzione al machismo passi unicamente attraverso certe riforme istituzionali e promuovendo un po’ di “consapevolezza”, mentre escludo la revisione dei miei privilegi di maschio e la mia stessa autotrasformazione.

Quando intellettualizzo le discussioni da una posizione di “oggettività scientifica” come scusa per non identificarmi con il punto di vista “troppo soggettivo” delle vittime di machismo. Quando dò più valore alle mie opinioni sul genere e sulla diversità sessuale che alle esperienze di donne e persone LGBT. Quando faccio lo “scettico” come scusa per non indagare concretamente sul tema, poiché… chi ha bisogno di dati se abbiamo già LA teoria rivoluzionaria? Marx, Lenin, Bakunin, tra gli altri, hanno già detto tutto quello che bisognava dire sull’emancipazione umana.

Quando ridicolizzo le rivendicazioni femministe/LGBT come “esagerate”, senza fare il minimo sforzo per mettermi al posto delle persone emarginate. Per esempio, quando si minimizzano le molestie da strada o la mancanza di libertà delle coppie gay a esprimere affetto in pubblico perché non sono rivendicazioni “operaie”.  Quando davanti a un caso di molestia sessuale da strada mi fisso sulla classe sociale della vittima e del molestatore per decidere se lo ripudio o meno. Come se la molestia da strada di un operaio su una donna di “classe media” fosse un episodio più da lotta di classe che non di violenza machista…

Quando mostro fastidio e mi pongo in modo ostile di fronte a un’accusa di machismo, prendendo tutto sul personale e dicendo cose come “non ho la colpa io di secoli di oppressione”. Quando tutte le mie posizioni su questo argomento sono costruite per non essere assimilato alla destra, ma senza che ciò implichi un reale impegno da parte mia. Quando mi credo nel diritto di esprimere qualsiasi opinione ignorante, prevenuta e paranoica su temi di sesso e genere, e prendo l’abitudine a parlare senza studiare né ricercare né chiedere ciò che si sta criticando.

Quando indago soltanto ciò che basta per imparare alcuni termini (come “femminismo della terza ondata”) e fingere erudizione con l’obiettivo di conservare le mie opinioni precedenti. Quando segnalo il fatto – vero – che ci sono molti machisti nelle organizzazioni di sinistra perché anche i loro membri provengono dalla società capitalista e patriarcale che combattono, ma lo faccio solo per giustificare questo machismo nei compagni e non per rimboccarmi le maniche con l’obiettivo di sfidarlo e sradicarlo.

Quando dico “dopo la rivoluzione vedremo”.

Quando davanti un’espressione di odio e di ira per coloro assassinate e per il discorso che minimizza la violenza contro le donne e le persone LGBT, assumo un atteggiamento da “progressista” per  dare sermoni del tipo “questa non è la maniera, bisogna educare”. Intanto, non sono io a dover convivere con l’impotenza e con la tristezza di appartenere al gruppo oltraggiato.  Quando metto più enfasi nel criticare il femminismo per come comunica le sue idee che sulla chiusura mentale machista della maggioranza degli uomini, prodotto di privilegi e non solo di “ignoranza”.

Quando mi arrabbio con le proposte di “discriminazione positiva” o con le “quote” per le donne e le persone LGBT e le rigetto con argomenti sulla meritocrazia che credo essere non-borghesi (idoneità, sforzo, lotta). Quando, dalla mia comodità di stare nella maggioranza simbolica, rifiuto gli strumenti delle “quote femminili” nella politica dicendo che “avere più donne in politica non andrà a migliorare la situazione delle donne lavoratrici”.

 Quando mi lamento che “mi discriminano per essere un uomo” perché le donne hanno spazi propri in cui non è permesso agli uomini si stare, rifiutando di capire perché o per quale motivo ne hanno bisogno. Lo stesso accade quando dico “mi discriminano per essere etero” in riferimento a spazi esclusivamente LGBT. Quando do un ultimatum per scegliere tra lotta femminista e lotta di classe.

Quando dico che lo studio della teoria femminista e la sua applicazione per la trasformazione personale e delle relazioni sociali sono cose da “classe media benestante”. Come se il grado di abbrutimento mentale ed emotivo della classe operaia fosse una caratteristica popolare da glorificare per i/le rivoluzionar*. Come se la violenza nelle relazioni familiari e di coppia, sommate alla violenza nei confronti di chi è diverso, ci togliesse molta energia per la lotta per la nostra liberazione.

Quando faccio giri intellettuali con mostre di erudizione per evitare questioni che mi interpellano personalmente. Tutto questo non è un segreto. Lo hanno vissuto molte donne, gay e persone trans: non c’è nulla di più simile a un machista di destra che un machista di sinistra.

L’articolo è comparso su: http://www.revistaanfibia.com/ensayo/el-machismo-de-izquierda/
(Traduzione a cura di Eleonora Meo)