Judith Butler, dovrà essersi stupita dell’incremento di popolarità che la sua figura ha acquisito in Brasile in appena due anni. Nel settembre del duemilaquindici, un piccolo tour di incontri tra Salvador de Bahia e San Paolo era passato praticamente inosservato, e le riflessioni della filosofa statunitense si erano limitate a interpellare solo un ambiente accademico relativamente ristretto. La sua ricomparsa a San Paolo nel novembre del duemiladiciassette ha acquisito invece tutt’altro tenore, generando una feroce polemica e manifestazioni in opposizione alla sua venuta.

In basso abbiamo tradotto la carta che Butler ha pubblicato sul giornale “Folha de S. Paulo”, all’indomani della sua partenza dal Brasile, nella quale, con lo spirito pedagogico di chi all’odio risponde con la ragione, ripercorre i tratti salienti del suo lavoro. Ma prima abbiamo ricostruito brevemente la vicenda e il contesto brasiliano dal quale emerge. Buona lettura.

Nelle settimane precedenti l’arrivo di Judith Butler a San Paolo, il consueto trambusto delle reti sociali brasiliane – ormai divenute luoghi di pattugliamento e recinti identitari, cassa di risonanza di passioni tristi e posizionamenti speculari, salvo rare eccezioni – si infiamma di accorate dichiarazioni di rifiuto per colei che viene definita responsabile della disseminazione di una presunta “ideologia del genere” che, mettendo in discussione la naturalità della distinzione tra uomo e donna, getterebbe scompiglio nell’educazione, rovinerebbe le tradizionali famiglie brasiliane e favorirebbe persino la pedofilia.

Gruppi della destra cristiana ultraconservatrice minacciano di creare disordini per indurre l’annullamento della partecipazione della filosofa all’evento programmato al centro culturale Sesc Pompéia, senza tuttavia riuscire nell’intento. Così, all’apertura della conferenza internazionale “I fini della democrazia” – che giocava con l’ambiguità dell’inglese “the ends” – si è visto il confronto tra due guppi reciprocamente ostili. Un centinaio di persone in solidarietà a Butler e in difesa della libertà di espressione ha creato un cordone di sicurezza attorno al Sesc; un gruppo meno numeroso di fondamentalisti religiosi cristiani, paladini dell’eteronormatività, in coerenza con l’oscurantismo medievale dal quale pare traggano ispirazione, con crocifissi in mano e al grido di “queima a bruxa” e “fora Butler!”, ha messo in scena il rogo di un manichino raffigurante una strega con il suo volto. Insomma, ciò che ha segnato il passaggio di una teorica queer, femminista, lesbica, attivista lgbtq, nel Brasile dell’anno del signore duemiladiciassette, è stato un crescendo di violenza che ha avuto il suo epilogo con una vera e propria aggressione fisica subita all’aeroporto di San Paolo, quando ormai Butler era all’imbarco del suo volo di ritorno.

Quello di Judith Butler, tuttavia, è stato soltanto il culmine di una serie di episodi che negli ultimi mesi del duemiladiciassette ha visto l’opinione pubblica brasiliana presa in ostaggio dalla moralizzazione, dal radicalismo religioso, dall’intolleranza e dai tentativi di restrizione della libertà di espressione messi in piedi da gruppi politici ultraconservatori. Prima la chiusura della mostra “Queermuseu” del Banco Santander a Porto Alegre (e il blocco del suo trasferimento a Rio de Janeiro), a causa del boicottaggio per presunta esposizione di zoofilia e pornografia; poi la polemica per la performance artistica “La Bête” al MAM di San Paolo, tacciata di istigazione alla pedofilia a causa della circolazione di un video che mostrava un bambino, accompagnato dalla madre, che interagiva con un uomo nudo; ancora la mostra di Pedro Moraleida al Palácio das Artes di Belo Horizonte accusata di blasfemia; infine la discussione attorno alla mostra sulla storia della sessualità al MASP di San Paolo, il cui ingresso si pretendeva dovesse essere vietato ai minorenni. [Eppure, detto di passaggio, questi gruppi che si mostrano così preoccupati per l’educazione dei bambini, sono gli stessi che vorrebbero l’abbassamento dell’età carceraria.]

Tali episodi fanno il paio non solo con l’attivismo del gruppo evangelico all’interno del Congresso – il quale ha promosso un progetto di legge in discussione che allarga il divieto di aborto anche a casi di stupro e prova a far passare una legge che permetterebbe l’insegnamento della religione a scuola – ma soprattutto con un preoccupante evangelismo dal basso. Un tipo di evangelismo che ha portato alla vittoria di padre Marcelo Crivella alle elezioni municipali di Rio de Janeiro. Un evangelismo popolare radicale, che alla moltiplicazione di chiese e commerci in periferia accompagna la cacciata violenta dei culti religiosi di matrice africana e la distruzione dei suoi santuari – spesso ad opera di trafficanti di droga appena convertiti, come documentato in diversi episodi occorsi nel suburbio carioca.

Infine, se con Butler pensiamo che «quando la violenza e l’odio si trasformano in strumenti di morale religiosa e politica, la democrazia è minacciata», allora il Brasile avrà bisogno di tutta l’intelligenza necessaria e il desiderio di democrazia possibile per allontanare il logorio degli umori, la proliferazione performativa dell’odio e il trinceramento politico-identitario che s’incarna in parte della popolazione come effetto della crisi che attraversa il paese. (giuseppe orlandini)

 

IL FANTASMA DEL GENERE

di Judith Butler

Sin dall’inizio l’opposizione alla mia presenza in Brasile era avvolta in una fantasia. Una petizione chiedeva al Sesc Pompeia che cancellasse un mio intervento che in realtà non è mai stato in programma. Questo intervento immaginario sembra che avrebbe dovuto parlare di “genere” anche se la conferenza programmata era dedicata al tema “I fini della democrazia” (“The ends of democracy”). Ossia, fin dall’inizio c’era un intervento immaginario invece che un seminario reale, e l’idea che io avrei fatto una presentazione anche se in realtà io ero l’organizzatrice di un evento internazionale sul populismo, l’autoritarismo e sulla preoccupazione attuale che la democrazia sia sotto attacco. Non so di preciso quale potere abbiano attribuito al colloquio immaginario che avrei dovuto tenere. Avranno avuto l’idea che sarebbe stata una conferenza piuttosto potente, dato che apparentemente avrebbe dovuto minacciare la famiglia, la morale e persino la nazione. L’unico significato che il nome “Judith Butler” aveva per coloro che si sono opposti alla mia presenza in Brasile, era quello di fautrice della ideologia del genere, la supposta fondatrice di questo assurdo e nefasto punto di vista; qualcuno che non crede – a quanto pare – nell’esistenza di restrizioni sessuali e la cui teoria è capace di distruggere l’insegnamento biblico e di contestare i dati scientifici. Com’è successo tutto questo e cosa significa?

LA TEORIA

Facciamo però un paragone tra quello che io in realtà ho scritto, e in cui credo, con questa interessante e corrosiva finzione su di me che ha generato così tanto allarme. Alla fine del 1989, quasi trent’anni fa, ho pubblicato un libro intitolato “Gender Trouble” (Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Laterza), in cui ho proposto una descrizione del carattere performativo del genere. Cosa significa? A tutti noi è stato assegnato un genere dalla nascita, siamo nominati dai nostri genitori o dalle istituzioni sociali in certi modi. A volte, con l’attribuzione di un determinato genere, si trasmettono una serie di aspettative in rapporto ad esso: questa è una bambina, allora quando crescerà assumerà il ruolo femminile tradizionale nella famiglia e nel lavoro; questo è un bambino, allora assumerà una posizione prevedibile nella società quando crescerà. Ma molte persone soffrono delle difficoltà con tale assegnazione, non si sentono a proprio agio con quelle aspettative, e la percezione che hanno di sé stesse è diversa dall’assegnazione sociale che gli è stata data. Il dubbio che sorge in questa situazione è il seguente: giovani e adulti quanto sono liberi di costruire il significato della propria attribuzione di genere? Loro nascono nella società, ma sono anche attori sociali che possono lavorare all’interno delle norme sociali per modellare le proprie vite in modo che siano più vivibili. E le istituzioni sociali, comprese le istituzioni religiose, scuole, servizi sociali e psicologici, dovrebbero essere anche in grado di aiutare le persone nel processo della scoperta di come vivere meglio nel proprio corpo, a perseguire i propri desideri e a stabilire relazioni che siano soddisfacenti. Alcune persone vivono in pace con il genere che gli è stato assegnato, ma altri soffrono quando sono costrette a conformarsi con norme sociali che annullano il senso più profondo di chi sono o desiderano essere. Per queste persone è una necessità urgente creare le condizioni di un’esistenza vivibile.

LIBERTA’ E NATURA

Prima di tutto Questioni di genere cercava di affermare la complessità delle nostre identificazioni di genere e desideri, e di unirsi a coloro che, dall’interno del movimento LGBTQ contemporaneo, credevano che una delle libertà fondamentali che deve essere rispettata è la libertà di espressione del genere. Il libro negava l’esistenza di una differenza naturale tra i sessi? In alcun modo, anche se avevo sottolineato l’esistenza di diversi paradigmi scientifici per determinare le differenze tra i sessi, e che certi corpi possiedono attributi misti che rendono difficili la classificazione. Ho anche affermato che la sessualità umana può assumere forme diverse e che non dovremmo presumere che conoscere il sesso di qualcuno possa darci qualche indizio sul suo orientamento sessuale.

Un uomo mascolino può essere gay o eterosessuale, e lo stesso vale per una donna mascolina. Le nostre idee sulla femminilità e la mascolinità variano a seconda della cultura e non ci sono significati statici per tali categorie. Ci sono dimensioni culturali delle nostre vite che assumono forme differenti rinnovate nel corso della storia, e dal momento che noi stessi siamo attori storici, abbiamo una certa libertà nel determinare questi significati. E tuttavia l’obiettivo di questa teoria era generare più libertà e accettazione verso l’ampio spettro di identificazioni di genere e desideri che costituiscono la nostra complessità come esseri umani.

Questo lavoro, e molto di ciò che ho sviluppato dopo, era dedicati anche alla critica e alla condanna dello stupro e della violenza corporale. Inoltre, la libertà di cercare un’espressione di genere o di vivere come lesbica, gay, bisessuali, trans o queer (l’elenco non è esaustivo) può essere garantita solo in una società che si rifiuta di accettare la violenza contro le donne e le persone transgender, che rifiuta di accettare discriminazioni basate sul genere e che finisce per patologizzare coloro che hanno accettato tali categorie per vivere con più dignità, gioia e libertà. L’obiettivo è oppormi alle offese che minano la possibilità di qualcuno di vivere con gioia e dignità. Quindi mi oppongo in modo inequivocabile allo stupro, alle molestie e alla violenza sessuale e a tutte le forme di sfruttamento dei bambini. La libertà non è – e mai sarà – libertà di fare del male. Se un’azione ferisce un’altra persona o la priva della libertà, allora tale azione non può essere considerata libera – diventa un’azione dannosa.

VIOLENZA DI GENERE

Di fatto, una cosa che mi preoccupa è la frequenza con la quale le persone che non si adeguano alle norme di genere e alle aspettative eterosessuali, vengono molestate, picchiate e uccise. Le statistiche sul femminicidio illustrano la questione. Le donne che non sono abbastanza servili sono costrette a pagare per questo con le loro vite. Persone trans o queer, che vogliono solo avere la libertà di muoversi nello spazio pubblico, così come sono e vogliono essere, soffrono frequenti attacchi e vengono uccise. Madri corrono il rischio di perdere i loro figli se escono allo scoperto, altre finiscono spesso per perdere il lavoro e i legami familiari. La sofferenza sociale e psicologica generata dall’ostracismo e dalla stigmatizzazione sociale è enorme. L’ingiustizia radicale del femminicidio dovrebbe essere condannata universalmente, e le profonde trasformazioni sociali che renderebbero impensabile tale crimine dovrebbero essere promosse e sostenute dai movimenti sociali e dalle istituzioni che si rifiutano di permettere la morte di persone a causa del loro genere o della loro sessualità. In Brasile, una donna viene uccisa ogni due ore. La recente tortura e assassinio di Dandara dos Santos a Fortaleza, non è stato altro che un esempio esplicito della mattanza generalizzata di persone trans in Brasile, paese che si è guadagnato la fama di essere il luogo con più omicidi di persone LGBT. Sono questi gli evidenti soprusi sociali e le atrocità a cui mi oppongo, e tanto il mio libro quanto il movimento queer nel quale si inserisce, cerca di promuovere un mondo senza sofferenze e violenza di questo tipo.

IDEOLOGIA

La teoria della performatività di genere è quella che cerca di comprendere la formazione del genere e sostenere l’idea dell’espressione di genere come un diritto e una libertà di base. Non è una “ideologia”. Generalmente, per ideologia si intende un punto di vista illusorio e dogmatico, un pensiero che la gente “assume” in maniera acritica. Il mio punto di vista, tuttavia, è critico perché si interroga sui presupposti che le persone danno per scontati nella loro vita quotidiana, sulle premesse che i servizi medici e sociali adottano rispetto a ciò che deve ritenersi una famiglia e ciò che invece è da considerarsi patologico o deviante. Quanti di noi credono ancora che il sesso biologico determini i ruoli sociali che assumiamo nella vita? Quanti di noi sostengono ancora che il significato del maschile e del femminile è determinato dalle istituzioni della famiglia eterosessuale e dall’idea di nazione che impone una nozione coniugale di matrimonio e famiglia? Le famiglie queer e trans adottano altre forme intime di convivenza, affinità e cura. Madri single hanno legami di affinità differenti. Così come le famiglie miste, in cui le persone si sono risposate o si sono congiunte in nuove tipologie molto diverse dalle tradizionali strutture familiari. Troviamo supporto e affetto attraverso molte forme sociali, compresa la famiglia, ma la famiglia è anche una formazione storica: la sua struttura e il suo significato cambiano nel tempo e nello spazio. Se smettiamo di affermare ciò, smettiamo di affermare la complessità e la ricchezza dell’esistenza umana.

CHIESA

L’idea del genere come ideologia è stata introdotta nel 1997 da Joseph Ratzinger prima di diventare Papa Benedetto XVI. Il lavoro accademico di Richard Miskolci e Maximiliano Campana rintraccia la ricezione di tale definizione in diversi documenti vaticani. Nel 2010, l’argentino Jorge Scala ha pubblicato un libro intitolato “La Ideología de Género”, tradotto in portoghese da una casa editrice cattolica Katechesis. Questo fatto potrebbe rappresentare un evento chiave nelle ricezioni del “genere” in Brasile e America Latina. Secondo la caricatura di Scala, coloro che lavorano con le tematiche di genere negano le differenze naturali tra i sessi e credono che la sessualità debba essere libera da ogni restrizione. Coloro che non vivono nella norma del matrimonio eterosessuale sono considerati individui che rifiutano tutte le norme. Secondo questa ottica, la teoria del genere non solo negherebbe le differenze biologiche, ma produrrebbe anche un rischio morale.

Nell’aeroporto di Congonhas, a San Paolo, una delle donne che mi ha contestato ha cominciato a gridarmi contro cose sulla pedofilia. Perché tutto ciò? Forse questa donna crede che gli uomini gay sono pedofili e che il movimento per i diritti LGBTQI non faccia che propaganda a favore della pedofilia. Allora mi sono chiesta: come mai un movimento a favore della dignità e per i diritti sessuali, un movimento contro la violenza e lo sfruttamento sessuale è accusato di pedofilia, se poi negli ultimi anni è stata proprio la chiesa cattolica a dare rifugio a pedofili, proteggendoli da processi e sanzioni mentre non protegge le sue centinaia di vittime? Non è che la cosiddetta “ideologia di genere” sia divenuta una specie di fantasma simbolico di caos e predazione sessuale per distogliere l’attenzione dallo sfruttamento sessuale e dalla corruzione morale all’interno della stessa Chiesa cattolica, ovvero da una situazione che ha minato profondamente la sua autorità morale? Non è che dobbiamo capire come funziona la “proiezione” per comprendere meglio come una teoria sul genere possa trasformarsi in “un’ideologia diabolica”?

STREGHE

Forse coloro che hanno bruciato una mia effige che mi rappresentava come una strega difensora dei trans non sanno che quelle che sono state chiamate streghe e poi anche bruciate erano persone le cui credenze non si confacevano con il dogma cattolico. Storicamente, le streghe sono state accusate di avere poteri che era impossibile avessero, e così sono diventate dei capri espiatori, la cui morte avrebbe ripulito la comunità dalla corruzione morale e sessuale. Si credeva che avessero commesso eresie, che adoravano il diavolo e che avessero introdotto il Male nelle comunità di luoghi come Salem (Massachusetts), Baden-Baden (Germania), nelle Alpi Occidentali (l’Austria) e in Inghilterra. Spesso questo tipo di “male” veniva concepito come pura licenziosità sessuale. Il fantasma di quelle donne in quanto rappresentanti del diavolo risuona oggi nella “diabolica” ideologia del genere. Nel corso della storia, la tortura e l’uccisione di queste donne come streghe hanno sempre rappresentato il tentativo di stroncare le voci di dissenso, quelle voci che mettevano in dubbio certi dogmi della religione. Sono state persone responsabili all’interno della Chiesa a porre fine a tutto questo, insistendo sul fatto che i roghi di streghe non rappresentavano i veri valori cristiani. Si trattava dopotutto di un’altra forma di femminicidio, prodotti in nome della moralità e dell’ortodossia. Anche se io non sono una studiosa del cristianesimo, so che uno dei suoi maggiori contributi è stata la dottrina dell’amore e del rispetto della vita, molto lontano dal veleno della caccia alle streghe.

DEMOCRAZIA

Anche se a bruciare è stata solo la mia immagine e io sono rimasta illesa, tale azione mi ha inorridito. Non tanto per me, quanto per tutte quelle coraggiose persone queer e femministe in Brasile che stanno combattendo per maggiore libertà e uguaglianza, che cercano di difendere e realizzare una democrazia in cui si affermino i diritti sessuali e la violenza contro minoranze sessuali e di genere. Il gesto simbolico di bruciare la mia immagine era un modo di inviare un messaggio di minaccia a tutti coloro che credono nella parità delle donne, nei diritti delle donne e delle persone LGBTQ; a coloro che credono nel diritto dei giovani di esercitare la libertà di andare incontro al proprio desiderio, e che vogliono vivere in un mondo che non minacci più, che non criminalizzi, patologizzi o uccida persone la cui identità di genere e le cui forme d’amore non fanno male a nessuno. E’ anche l’opinione di Monsignor Justin Welby, in Inghilterra, che ha recentemente affermato il diritto dei giovani a esplorare la loro identità di genere, sostenendo una posizione più aperta e di accettazione verso i ruoli di genere nella società. Questa apertura etica è importante per una democrazia che intenda includere la libertà di esprimere liberamente il genere.

Forse l’attenzione al “genere”, alla fine, non è poi stata un disvio dalla domanda del nostro seminario: quali sono i fini della democrazia? Quando la violenza e l’odio si trasformano in strumenti di morale religiosa e politica, la democrazia viene minacciata da coloro che lacerano il tessuto sociale, che puniscono la differenza e che minano quei legami sociali necessari alla nostra coesistenza qui sulla Terra. Ricorderò il Brasile per tutte le persone generose e attente, laiche o religiose, che hanno cercato di bloccare questa violenza e di fermare l’odio. Sono proprio loro a sembrare di aver capito che la “fine” della democrazia è mantenere viva la speranza di una vita comune non violenta e l’impegno per l’uguaglianza e la libertà, in cui l’intolleranza non si trasforma in semplice tolleranza ma viene superata dalla coraggiosa affermazione delle nostre differenze. Così tutti cominceremo a vivere, a respirare e a muoverci con maggiore facilità e gioia. L’obiettivo finale della coraggiosa lotta democratica, della quale sono orgogliosa di farne parte, è essere liberi, essere trattatx come eguali e vivere insieme senza violenza.

Traduzione di Giuseppe Orlandini, Cristina Mongelluzzo e Gabriele Caruso.