Che piaccia o meno, in fondo al vicolo cieco Europa, voglio dire in fondo all’Europa di Adenauer, Schuman, Bidault e qualche altro, vi è Hitler. In fondo al tunnel del capitalismo, desideroso di sopravvivere a se stesso, vi è Hitler. In fondo all’umanesimo formale e alla rinunzia filosofica, vi è Hitler.

Aimé Cesaire

di Andrea Caroselli e Miguel Mellino

Durante queste festività natalizie, per il secondo anno consecutivo, il campionato di calcio di Serie A ha deciso di non fermarsi. In uno sport sempre più dominato dalle leggi inesorabili dei profitti televisivi, il Boxing Day, per riprendere la terminologia utilizzata nel Regno Unito, doveva essere l’occasione di gustarsi, tra un pranzo e un cenone, la partita della propria squadra del cuore. Uno sguardo particolare era d’altronde riservato al Big Match della giornata, Inter-Napoli, partita dallo spettacolo garantito la cui programmazione serale avrebbe permesso di ampliare ulteriormente la potenziale platea di consumatori. Show business, celebrazione della Natività, scambi di regali. Per qualcunx è anche l’occasione di ricordare al Ministro degli Interni, così come al governo giallo-verde tutto, il significato misericordioso del vero Natale, l’aiuto agli indigenti, “Gesù Cristo il migrante” e il dovere morale di accogliere il bisognoso. È in questo contesto, caratterizzato da una sorta di esaltazione estatica della buona coscienza, che occorre collocare l’episodio di ordinario razzismo avvenuto nei confronti di Kalidou Koulibaly, difensore del Napoli. Come una lacaniana irruzione del Reale italiano nel Simbolico, i cori razzisti che si susseguono inesorabili durante tutto lo svolgimento della partita (interrompendone lo spettacolo) rompono un incantesimo, costringendo a fare i conti con l’illusione della pacificazione sociale e il non-detto razziale che struttura la società politica che abitiamo. Gli scontri fuori dallo stadio e la morte di un ultras varesino fanno il resto. Nonostante anni di sperimentazione di dispositivi repressivi sempre più duri e complessi, tanto da rendere gli stadi “laboratori politici” per eccellenza, il “governo del calcio” non è riuscito a cancellare la fondamentale contraddizione tra la necessità della presenza di un pubblico ampio, caloroso, “spettacolare”, e il suo disciplinamento. Ma cosa ci dice la reazione, mediatica e istituzionale, che è seguita a questi episodi? Qual è lo stato dell’ordine del discorso antirazzista in Italia? Quali i suoi limiti?

Antirazzismo morale e eccezionalità sociale

Anche se non è difficile constatare come il processo di significazione attraverso cui i principali mezzi d’informazione (ma non solo) hanno codificato l’evento sia stato completamente permeato dal registro dell’indignazione morale, ci sembra sbagliato, oltre che controproducente, data la gravità dell’emergenza razzismo che sta vivendo l’Italia, ridurre reazioni e parole utilizzati in questi giorni a un formulario di rito. Dietro l’apparente banalità delle frasi che si sono susseguite, a essere ripetuta non è solamente l’ipocrisia di un “mondo bianco/europeo” liberale, progressista e preteso benpensante, innocentemente antirazzista, pronto a scandalizzarsi ogniqualvolta la questione razziale emerge dal silenzio a cui è normalmente sottoposta. A porsi come mera ripetizione senza differenza è infatti una concezione dominante del razzismo, tanto a destra quanto a sinistra, la cui sedimentazione nel senso comune ne rende le espressioni tanto più pericolose quanto più date-per-scontate. Tale concezione, che pone al centro del dibattito e della pratica politica antirazzista la lotta ai pregiudizi e alle discriminazioni esplicite, opera infatti attraverso una sorta di riduzione culturalista e auto-assolutoria, secondo cui il razzismo dovrebbe collocarsi in qualità di comportamento anomalo/eccezionale rispetto al “normale” funzionamento dell’organizzazione sociale. Visto così il razzismo non sarebbe altro che la conseguenza di un fallimento educativo, della presenza di soggetti privi di cultura e di morale, a cui rimediare attraverso una pedagogia “universalista” e, se possibile, incentrata su una buona dose di “interculturalità” (come chiede l’antirazzismo promosso direttamente dallo Stato). All’interno di questa discorsività il razzismo viene dunque a costituirsi come l’equivalente di un residuo, una sopravvivenza “fuori tempo storico”, la cui persistenza rappresenterebbe il sintomo di una modernità (liberale) non ancora pienamente realizzata. Date queste premesse, non c’è da stupirsi se all’interno di importanti quotidiani si dia spazio ad editorialisti che si meravigliano del fatto che i cori razzisti si siano manifestati nella città “più progredita” d’Italia [vedi l’editoriale di M. Crosetti su La Repubblica del 26 dicembre]. La difficoltà a mettere in discussione questi assunti, che al proliferare di episodi sempre più sintomatici non fanno che attribuirne le cause all’ignoranza e al malcostume, necessita allora di essere pensata come una sorta di meccanismo di difesa della stessa struttura sociale. Di fronte all’emersione del rimosso (e del rimorso) razziale che alimenta la buona coscienza del cittadino “progressista”, l’Io (sociale) non può che proteggersi, proiettando la minaccia al di fuori di se stesso, sui diversi barbari che mettono in pericolo i risultati conseguiti dalla modernità. Non sono Io: non è quella l’Europa, non è quella l’Italia; viene qui in mente uno dei brani più acidi del Camus di La caduta (1956) contro il borghese benpensante appena uscito dalla barbarie nazifascista: “La cosa importante è che io ero dal lato dei buoni e quello bastava per mettere la mia coscienza in pace. Il sentimento della giustizia, la soddisfazione dell’avere ragione, la felicità di potere stimare sempre se stessi, sono, mio caro signore, le molle più potenti per farci mantenere sempre in piede o per farci andare avanti. Se invece lei priva gli uomini di queste cose non farà che trasformarli in cani rabbiosi” (in Salvini??). Tutto questo ci sembra un tòpos che non smette di ripetersi ogniqualvolta che, a Macerata come a San Ferdinando, a Milano come a Roma, si grida al folle, al fascista e all’ultras, disconoscendo così la spettrale filiazione tra questi atti, la storia della civiltà europea e l’attuale costituzione materiale della società europea e italiana. Siamo posti di fronte, dunque, a un modo di concepire il razzismo che ci prepara (non certo in modo innocente) a percepirlo subito nelle curve, magari in bocca a Orbán, a Trump e a Salvini, ma che ce lo rende molto meno visibile come dispositivo che regola la gentrificazione delle nostre città (tacitamente promossa da molti sindaci progressisti che in questi giorni protestano contro il decreto sicurezza-migrazioni del governo), o il lavoro migrante nelle metropoli, quello rurale nelle campagne del Sud, quello domestico nelle case, quello cognitivo nelle scuole e nei licei – basta vedere i RAV pubblicati dagli istituti scolastici – e negli altri centri di produzione della cultura, dei media, del sapere e della conoscenza e che attraversa anche buona parte degli spazi (di ogni indole) che frequentiamo quotidianamente. Abitiamo, per esempio, università “anti-razziste” ma del tutto “bianche”. Da questo punto di vista, la condizione di apartheid che caratterizza la società italiana, con quasi sei milioni di migranti con regolare permesso di soggiorno, è tanto unica in Europa quanto inquietante. E tuttavia non si riesce ad uscire da un discorso antirazzista di tipo morale o pedagogico; un tipo di antirazzismo che, proprio disconoscendo la dimensione materiale, strutturale, quotidiana e anche ontologica del razzismo, finisce per ristrutturarsi, attraverso un procedimento solo apparentemente paradossale, in modo del tutto perverso come un altro dispositivo produttore di folk devil e di moral panics. Sia chiaro: razzismo e (neo)fascismo vanno combattuti con “ogni mezzo necessario”, per riprendere la storica allocuzione di Malcolm X, ma ci pare quanto mai opportuno evidenziare i rischi che conseguirebbero da un delega acritica dell’antirazzismo ai soli apparati repressivi dello Stato. Il “caso Koulibaly”, lungi dal provocare un dibattito sugli effetti complessi di un governo razzializzato dei territori e delle popolazioni, è divenuto così un’altra nuova occasione per una criminalizzazione classista, non solamente della figura dell’ultras, ma della totalità dei settori popolari dello stadio. Ed è precisamente nello spostamento della questione dal registro della politica a quello della policy che diviene possibile rendere l’antirazzismo strumento disponibile a qualsiasi tipo di uso, perfino a fini di selezione per una gestione del sistema-calcio adeguata alle logiche di profitto. Inoltre, sulla traccia di questa concezione, il razzismo si viene automaticamente a configurare come una sorta di tara popolare, dalla quale sarebbero esenti allo stesso modo sia gli strati più “colti” della società che le “istituzioni”. Diciamolo chiaramente: senza sottostimare l’egemonia culturale che le “nuove” destre esercitano, ormai da diversi anni, su importanti fasce di tifoserie (così come, del resto, su ampi strati di società), ci sembra necessario riconoscere come questi ultimi non rappresentino affatto una sorta di stortura del sistema ma, al contrario, ne esprimano una verità. Prendendo a prestito e parafrasando le parole di F. Fanon, se, a dispetto della professione dei principi democratici, “esistono ancora dei razzisti, sono proprio questi ad aver ragione contro l’intero paese”. Da qui bisognerebbe cominciare.

Per un antirazzismo radicale all’altezza della congiuntura

Il caso dei cori razzisti a K. Koulibaly, così come avvenuto in passato nei confronti di altri giocatori neri, non è una novità. È chiaro che la sua elezione a caso nazionale è stata dovuta a un insieme di circostanze, come la concomitanza degli scontri avvenuti fuori dallo stadio, che hanno portato alla morte di D. Belardinelli, e l’importanza della partita, ma soprattutto al fatto che una delle squadre in campo fosse il Napoli – da sempre significante vuoto di razzializzazione interna – e alla presa di parola del soggetto interessato. A ogni modo, è proprio questa sua emersione al centro del dibattito pubblico che la rende un’occasione per ragionare, ancora una volta, sui termini entro cui riformulare le nostre pratiche teoriche e politiche antirazziste.

Mentre l’ordine del discorso mediatico e istituzionale recinta la questione entro la dicotomia civiltà/inciviltà e la relega nel campo dell’eccezione, è necessario ricordare quanto il “programma della modernità” (e, dunque, il capitalismo) si sia costituito, nel passato e nel presente, attraverso la sua articolazione con dei dispositivi di gerarchizzazione “razziale” dell’essere umano. Se ormai sono molteplici le genealogie storiche che ci spingono a riconoscere che, come scrive l’intellettuale decoloniale A. Quijano, “la modernità fu coloniale sin dal suo inizio”, questa consapevolezza deve inevitabilmente condurci a interpellare, non solo le basi stesse su cui si è fondato il sembiante stesso della civiltà occidentale (per dirla con Freud), ma anche le forme della sua riproposizione attuale. Pensare a un antirazzismo all’altezza dell’attuale congiuntura significa dunque riconoscere il ruolo centrale nell’attuale governo della crisi di un tradizionale (benché non sempre uguale a se stesso) management razzializzato di popolazioni e territori (e non solo delle migrazioni e dei confini). Rilanciare l’interpellazione, allargarne la portata, ci sembrano procedimenti necessari al fine di comprendere il razzismo come un dispositivo di valorizzazione capitalistica che investe la totalità delle società europee, i cui effetti necropolitici sono visibili, non solo nel Mediterraneo dove ha prodotto un cimitero a futura memoria, ma nella modulazione delle pratiche di governo che, distribuendo differenzialmente garanzie e privilegi, rende l’Europa uno spazio sempre striato. In tal senso, condizione indispensabile per restituire all’antirazzismo il suo spessore politico è quella di evitare la falsa alternativa tra culturale e materiale, secondo la quale il razzismo riguarderebbe o la sola sfera delle rappresentazioni “ideologiche”, o la sola segmentazione del mercato del lavoro. In quanto fenomeno strutturale, i suoi concatenamenti macchinici, per riprendere una terminologia deleuziana, investono la totalità dell’esperienza, producendo soggettività governabili, desideri, fobie, nevrosi e psicosi. Il razzismo sta da sempre dentro, e non fuori, l’ontologia produttiva della razionalità capitalistica. Ce lo ha insegnato tutta la tradizione rivoluzionaria nera: da Malcolm X a Fanon, da C.L.R James ad Angela Davis. È uno strumento di valorizzazione economica, e qui, ancora una volta, e dato il particolare modo di produzione di quello che possiamo denominare in modo veloce “tardo capitalismo”, economico non può essere dissociato da culturale. Dal punto di vista capitalistico, il razzismo ha da sempre funzionato come una sorta di necessaria “economia politica morale” della modernità. Il “caso Koulibaly”, come del resto gli ululati e gli episodi di ordinario razzismo in genere, ci spingono quindi a ritrovare questa dimensione di complessità, ad aprire il discorso piuttosto che a chiuderlo attraverso formule di rito, di qualunque colore esse siano. Soprattutto, ci spingono a lasciare il terreno della morale e dell’indignazione a fasi alterne (rassicuranti e auto-assolutorie), le quali, oltre a funzionare come qualcosa di simile alla malafede sartriana, inevitabilmente e perversamente finiscono per alimentare la pratica della profilazione, al fine di elaborare l’identikit del “razzista perfetto”. Non si tratta di abbandonare la battaglia contro i fascismi, di ieri e di oggi, ma di non cadere nel tranello di scambiare gli effetti per le cause. Se è vero che il razzismo è un “fatto sociale totale”, parafrasando A. Sayad, la battaglia antirazzista non può essere altrimenti. E’ un primo punto di partenza per uscire da un antirazzismo (morale, liberale) che continua a minare alla base la costruzione di un movimento antirazzista (radicale) di vera ricomposizione sociale e politica. Si tratta certo di resistere l’attuale controffensiva razzista, ma anche di gettare un ponte per un qualche avanzamento sociale rispetto all’attuale stato (razzista) delle cose. “E questo vedete”, come scrisse A. Césaire ormai più di mezzo secolo fa, “non ha niente di eccezionale”.