“Che cosa spinge, a volte, ragazzi nati e vissuti per tutta la loro vita nelle metropoli europee a radicalizzarsi verso le posizioni del fondamentalismo islamico?”.

E’ quanto si chiedeva Stuart Hall già nel 2005, subito dopo gli attenti di Londra. E’ dall’11 settembre 2001, l’attacco al cuore dell’Occidente, che qualcosa non torna riguardo la cittadinanza in Europa. Pochi ricorderanno che il ventesimo dirottatore degli attentati dell’11 settembre, Zacarias Moussaoui, era un cittadino francese di origine marocchina vissuto a Londra per nove anni, e che aveva completato la sua educazione all’Università di South Bank nell’area cosmopolita di Elephant&Castle mentre nello stesso tempo frequentava la moschea di Brixton. Il fratello di Zacarias, Bouquillat Moussaoui, in un incisivo studio biografico sulla formazione religiosa e politica del fratello, ha collegato la vulnerabilità di Zacarias per il wahabismo a un’esperienza di “sradicamento culturale”.

Egli spiegava che molti giovani musulmani finiti per un motivo o per un altro a Londra come suo fratello, non sapevano nulla della società britannica: “Si trovavano in una terra straniera che non necessariamente li accoglieva volentieri, una terra in cui gli stranieri come loro sono tollerati nella misura in cui non si allontanano troppo dalle loro comunità. Zacarias invece era un francese che non era a proprio agio con la sua identità francese, ed era un marocchino che non sapeva nemmeno parlare l’arabo. A quale comunità apparteneva?” Non era difficile capire – conclude Bouquillat Moussaoui – che sarebbe stato il suo proprio disagio ad alimentare un senso di appartenenza per il gruppo che lo avesse accolto” (Moussaui, B. 2003).

Dopo gli attentati di venerdì scorso a Parigi, ci sembrava importante ricordare questa storia. Nella ripetizione sta la verità del sintomo. E’ proprio la disaffezione e il rifiuto da parte di diversi strati della popolazione europea nei confronti delle proprie identità nazionali a porre un’urgenza di analisi degli effetti delle politiche neoliberali sulle fratture e le divisioni di una cittadinanza, quella europea, già compromessa da un’eredità coloniale e dai suoi rimossi. La distruzione neoliberale della cooperazione sociale sommata a una condizione di sfruttamento che ha nel razzismo e nell’annientamento della propria differenza culturale, richiesto dal modello d’integrazione repubblicano, i suoi elementi primari sembrano produrre un cocktail micidiale, capace di incanalare disaffezione, estraneazione e de-soggetttivazione entro i binari del fondamentalismo identitario. Sappiamo infatti che le condizioni di precarizzazione della vita e l’assenza di prospettive sociali e lavorative che, a partire dagli anni Ottanta, hanno progressivamente investito le vite di buona parte dei giovani europei, colpisce in modo diverso e più incisivo migranti, post-migranti e più in generale i cittadini postcoloniali; e tuttavia sappiamo che molti jihadisti provengono da famiglie non musulmane e che una parte importante del sottoproletariato “autoctono” europeo, rimasto intrappolato negli ingranaggi della razzializzazione nelle diverse banlieues del continente, resta sensibile al “pharmacon” offerto dal radicalismo islamico.

Si tratta allora di interrogare il dispositivo europeo di cittadinanza, i valori che hanno fondato e plasmato le appartenenze sia nazionali che transnazionali e, più in generale, le politiche (presenti e passate) degli stati-nazione europei, infestate da un passato coloniale che ancora oggi regola i rapporti sociali di produzione.

Di seguito, linkiamo un’intervista di Guido Caldiron per Il Manifesto a Pascal Blanchard, uno tra i maggiori studiosi dell’epoca coloniale, storico e ricercatore del Cnrs, che offre interessanti spunti di riflessione. Stando a Blanchard, più che di attacco alla Repubblica, occorrerebbe forse parlare di un perverso “effetto di retroazione” della politica di assimilazione repubblicana post-coloniale sul proprio spazio sociale.

“Lo spirito bastardo della Republique”- Il Manifesto