di Andrea Ruben Pomella

 

Me, soprannominato Bonbon, agricoltore, laureato in psicologia, abitante di Dickens, ghetto nero alla periferia di Los Angeles, è la voce narrante, nonché protagonista, de Lo schiavista, romanzo di Paul Beatty vincitore del National Book Critics Circle Awards 2015 e del Man Booker Prize 2016. La scrittura tanto immediata, quanto dissacrante e senza veli, che interroga il razzismo in un mondo post razziale, eleva il romanzo a opera letteraria di quella che potremmo definire “post negritudine”: non più i versi a tratti nostalgici, a tratti estatici e rivendicativi del Diario di un ritorno al paese natale di Césaire, in cui il ritorno in Martinica dalla Francia funge anche da “ritorno al sé” attraverso il contatto con le proprie radici, la propria gente, la propria terra; la prosa di Beatty mette in luce una nuova congiuntura delle condizioni di razzializzazione e privazione del sé dei neri in America che, anche se non generalizzabili, aiutano a scoprire alcuni dei nuovi aspetti che il razzismo e il suo ordine discorsivo hanno maturato nel capitalismo postcoloniale. La critica internazionale, dal New York Times al Telegraph fino ai quotidiani italiani, riduce il racconto degli strani eventi che si verificheranno a Dickens a “oltraggiosa satira sulla razza” annullando la carica politica, anche di denuncia, che Beatty esprime per bocca di Bonbon e di altri personaggi chiave della sua narrazione. Inoltre, la traduzione italiana del titolo esprime appieno l’inadeguatezza della critica nella comprensione del testo: The sellout, “Il venduto” è diventato “Lo schiavista” che, pur mantenendo una certa coerenza con il ruolo che si troverà a interpretare Bonbon, non fa che travisare il senso conferitogli dall’autore. La scomparsa di razza e razzismo dal discorso pubblico, la nascita di un presunto mondo “post razziale”, ha interessato un dibattito recente con Paul Gilroy durante un incontro a Napoli per i trent’anni dalla pubblicazione di There ain’t no black in the Union Jack (qui sintesi dell’intervento), le cui suggestioni potrebbero aiutarci ad addentrarci meglio nel tipo di narrazione che ci propone Beatty.

 

Scomparso il ghetto, scompare la razza?

 

Cinque anni dopo l’omicidio del padre – un socio/psicologo che educa il figlio attraverso improbabili quanto tremendi esperimenti sulla razza – per mano di un poliziotto, Bonbon si trova di fronte a un evento che cambierà radicalmente il suo modo di partecipare alla vita del ghetto: Dickens, contea di Los Angeles, scompare dalle cartine geografiche, dai cartelli stradali, dalle previsioni meteo; nessun annuncio ufficiale, nessun articolo di giornale, sembra non importare niente a nessuno:

In un certo senso molti abitanti di Dickens provarono sollievo nel non appartenere più a nessun luogo. Risparmiava loro l’imbarazzo di essere costretti a rispondere alla domanda di cortesia «Di dove sei?» con la parola «Dickens» e poi guardare l’interlocutore indietreggiare con aria di scusa […]

Cancellato il ghetto dalle mappe, anche lo stigma dell’appartenenza a quel capitale culturale pare dissiparsi; Bonbon, al contrario, scopre una nuova determinazione nel succedere al padre come “Uomo che sussurrava ai negri”, una sorta di psicologo della comunità sempre pronto a intervenire quando la sofferenza dei soggetti marginali si riversava per strada. Dalla scomparsa di Dickens qualcosa cambia, c’è sempre più bisogno del “sussurratore”: tutt’a un tratto è come se si smarrisse l’identità collettiva che legava la comunità al ghetto tanto ripudiato, scompare dalla sera alla mattina così come l’insegna «Benvenuti a Dickens»; in questa situazione qualcuno ha maggiormente bisogno di Bonbon: è il vecchio Hominy Jenkins, attore nero, ultimo sopravvissuto delle Simpatiche canaglie, che vive in un delirio segregazionista. La narrazione profondamente razzista delle sitcom americane degli anni Trenta, raccontate attraverso i ricordi di Hominy e da lui stesso personificato, costruisce la figura di uno schiavo – di cui Bonbon sarà costretto ad appropriarsi – che in un mondo in cui si è avuto perfino un Presidente nero, desidera sinceramente il ritorno alla schiavitù, alla segregazione razziale e spaziale, alla piantagione; sarà lui a spingere il “post schiavista” a intraprendere un viaggio alla ri-scoperta di cosa significhi essere nero. Bisogna ri-definire lo spazio coloniale, e il primo passo per riportare in vita il ghetto è tracciare un confine; così Bonbon, inizia a piantare nuovamente cartelli stradali e perimetrare il territorio di Dickens con linee di vernice bianca, innescando un processo che neanche lui immaginava di mettere in moto:

Senza che nessuno glielo avesse chiesto, gruppi di senzatetto e di ragazzini che marinavano la scuola si mettevano di guardia lungo la linea. Toglievano le foglie e i detriti dalla vernice fresca. Scacciavano i ciclisti e i pedoni distratti per impedire loro di imbrattare il confine. Qualche volta mi capitava di tornare il giorno dopo e scoprire che qualcun altro aveva proseguito dal punto in cui mi ero interrotto.

Non è finita. Il razzismo è stato così strutturante nella definizione degli spazi pubblici, nelle norme e nell’inconscio dei soggetti razzializzati che per riportare in vita Dickens, deve essere “riesumato” il segregazionismo. Arriva il compleanno di Hominy e il più bel regalo che potesse ricevere è l’adesivo in un autobus del trasporto pubblico, che riservava il posto ad anziani, disabili e bianchi; per quanto, però, il vecchio nero fremesse nell’attesa di un bianco che entrasse per cedergli il posto, Dickens, purtroppo per lui, era un quartiere di neri e ispanici. Un vero e proprio oltraggio a quel Movimento per i Diritti civili nato in seguito al rifiuto di Rosa Parks – da allora in poi considerata la madre del movimento – di cedere il proprio posto a un bianco. Eppure, nessuno fa niente. Sarà l’aperitivo offerto sull’autobus per la festa di Hominy? Sarà l’inganno che ti induce a pensare che sia sempre la solita scritta per vecchi e disabili? Bonbon non sa rispondere a queste domande, gli abitanti del quartiere accennano solo qualche lamentela di indignazione, qualcuno si sfoga su quanto possa essere razzista la città di Los Angeles, in parte placando la propria rabbia, niente di più. Chi inizia a porsi il problema delle azioni di Bonbon è Foy Cheshire, presidente di un gruppo di think tank neri, i “Dum Dum Donuts Intellectuals”, fondati dal padre di Bonbon in una caffetteria di proprietà di un bianco, perchè, inspiegabilmente, mai assaltata da gang di neri o ispanici. Il colmo per Foy è raggiunto quando Bonbon in combutta con la preside della Chaff Middle School prova a segregare la scuola:

“Charisma, mi è venuto in mente un modo per convincere i ragazzi a comportarsi bene e a rispettarsi a vicenda come fanno sull’autobus”.
“E quale?”.
“Segregare la scuola”, risposi, e subito dopo aver parlato mi resi conto che la segregazione razziale sarebbe stata la chiave per riportare in vita Dickens. Il senso di comunità avvertito sull’autobus si sarebbe propagato alla Chaff e poi avrebbe permeato il resto della città. L’apartheid aveva unito i sudafricani; per quale motivo non avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto su di noi?

Riportare in vita Dickens, quindi, inizia a significare riportare in vita razza e razzismo: è per questo che Bonbon, “Uomo che sussurrava ai negri”, verrà chiamato il “Venduto”, non lo “Schiavista”; un nero che vuole istituire nuovamente l’apartheid, per un altro nero, non può altro che essere un traditore, un venduto alla supremazia bianca. Paradossale sarà la scena in cui Foy Cheshire e un gruppo di studenti bianchi proverà a invadere la scuola segregazionista, difesa da Bonbon, Hominy e la preside Charisma, sulle note di “We shall overcome”, un classico coro del Movimento per i Diritti civili.

 

Racism is (not) dead. Identità generiche e razzismo nella crisi neoliberale del capitalismo

 

Dall’istituzione della Carta dei Diritti umani e dalla scoperta del genoma umano, il discorso sulla razza sembra essere definitivamente superato e il razzismo relegato a qualche fenomeno emergenziale e residuale rappresentato dalla presenza di organizzazioni nazionaliste e xenofobe di destra. Sicuramente alcune evidenze mettono in luce contraddizioni che andrebbero meglio indagate: negli ultimi due anni di mandato del primo Presidente nero degli Stati Uniti, 573 africano-americani sono stati uccisi per mano della polizia (su un totale di 2238 morti di stato) in un clima di violenza per le strade delle città americane inedito negli anni Duemila; nelle acque del Mediterraneo si consuma una necropolitica di genocidio razziale amministrato dall’ordoliberismo europeo che nel solo 2016 ha seminato, si dice, oltre 5mila vittime e nei primi mesi del 2017 già più di mille; all’interno dei confini del vecchio continente i soggetti migranti subiscono la violenza del disciplinamento nell’infinito processo di inclusione nella cittadinanza europea, mentre i cittadini postcoloniali subiscono la segregazione ai margini della società. Eppure il razzismo sembra morto. A contribuire a questo nuovo scenario – in cui non è raro osservare candidati neri di partiti nazionalisti bianchi o politici esplicitamente razzisti affiancarsi a persone di colore, così come politici di sinistra promuovere politiche differenziali – contribuisce, secondo alcune delle ultime riflessioni di Paul Gilroy, la formazione di identità razziali generiche “sul modello americano”, veicolate da forze trans-nazionali come la rete e i social media, e indotte, in Inghilterra, negli ultimi quarant’anni da una nuova composizione demografica dovuta all’arrivo di migranti africani e non più caraibici. Secondo Gilroy, questi nuovi soggetti pur conservando alcuni suoni africano-americani e pratiche culturali che compongono oggi l’identità generica nera, non si identificano fino in fondo nè con i principali simboli della blackness, nè con le tradizioni e i movimenti politici radicatisi nel trauma della schiavitù: nero non è somalo o nigeriano. Beatty chiarisce perfettamente questa condizione per bocca di Bonbon dopo la morte del padre:

Ora, se dipendesse solo da me, non potrebbe importarmene di meno di essere nero. A tutt’oggi quando mi arriva per posta il modulo dell’anagrafe, sotto la voce “RAZZA” barro la casella “ALTRO” e nello spazio accanto scrivo orgogliosamente “CALIFORNIANO”.

Queste parole non si discostano molto dall’affermazione di Adam Afriyie, conservatore nero americano, quando sostiene di non considerarsi tale e di rifiutarsi di essere così categorizzato. Questa identità generica costituitasi nella società razzista americana ha, poi, avuto una diffusione globale grazie all’Internet: nell’era neoliberale la soggettività politica e culturale nera viene neutralizzata, per divenire solo rappresentazione di un corpo – si pensi ad alcuni sport, alla moda e alla musica – che può essere indistintamente abitato. Anche qui, Beatty, una volta che la notizia della presenza di una scuola segregazionista in California trapela, pare restituirci un esempio chiaro di ciò che intende Gilroy:

La rivista seminuova “The New Republic” […] fu la prima a pubblicare la notizia. Sopra il titolo – “Il nuovo Jim Crow: l’educazione pubblica ha tarpato le ali dei bambini bianchi?” – c’era un dodicenne bianco in posa a rappresentare il simbolo in miniatura del razzismo al contrario. Il nuovo Jim Crow era fermo sugli scalini della Chaff Middle School con addosso una pesante catena d’oro. Ciuffi biondi spettinati e sporchi spuntavano da sotto il berretto ondulacapelli e le cuffie con riduzione del rumore. In una mano teneva un libro di testo di inglese vernacolare afroamericano e nell’altra un pallone da basket. Un apparecchio dorato per i denti scintillava oltre le labbra distorte in un ringhio, e la maglietta taglia XXXL portava la scritta ENERGY=AN EMCEE².

Per concludere, il tentativo di Bonbon di ricostruire un’identità nera andata perduta, storicamente definita dalla schiavitù e dalla segregazione, ci interroga sulla formulazione di categorie non-colour blinded di uguaglianza e integrazione e soprattutto interroga le nuove soggettività subalterne sulla loro presa di parola in un mondo in cui «[…] solo perché il razzismo è morto, non significa che non sparano più ai negri a vista».