di Andrea Caroselli, Marco Giulio, Francesco Lombardi

Our music has changed people’s lives, I know it has, Live Forever has, but all the songs on that album were written when I was on the dole and I had fuck all going for me. I was writing about escaping. I wasn’t writing about being on the dole and how shit it was. I was writing about how great it could be if we were in a band.
( Noel Gallagher)

A ormai più di due mesi dall’inizio della pandemia, diventa infine possibile intravedere i contorni infelici del mondo che ci stanno preparando. Se la brusca interruzione della “normalità” e la prima gestione emergenziale hanno senza dubbio messo a nudo con forza le disuguaglianze strutturali della società italiana e globale, per un momento durante il (drammaticamente parziale) lockdown si è vissuta la sensazione paradossale dell’apertura di uno spazio di possibilità. Non è strano che dopo decenni di politiche che hanno coltivato e nutrito un sentimento di impotenza generazionale, rendendolo una vera e propria tecnica di governo, potessimo essere attraversati dall’illusione ingenua di un virus-sostituto dell’azione politica. Per un attimo, ogni ipotesi era pensabile. Dal suo isolamento, Liam Gallagher, ex frontman degli Oasis particolarmente attivo sui social, rilanciava la proposta di riesumare il leggendario gruppo di Manchester, che non ha mai smesso di suscitare l’entusiasmo del grande pubblico dopo gli anni d’oro dei ‘90. Una settimana fa, approfittando della quarantena per frugare tra i vari scatoloni, Noel Gallagher rilasciava Don’t stop , una vecchia demo registrata dalla band. Anche se ancora chiaramente segnati da quella Retromania che ha accompagnato il reflusso politico, tali episodi ci offrono l’occasione per riflettere su una stagione che forse ha ancora qualcosa da insegnarci. Mentre osserviamo quanto il processo di sutura delle crepe che si sono aperte, se lasciato nelle mani dei governanti, possa essere doloroso, la questione di come tornare a esercitare un’immaginazione e una potenza collettiva vampirizzata da trentanni di “realismo capitalista” può ricevere un potente impulso da un confronto serrato con la stagione da cui scaturì l’esperienza degli Oasis. A più di 25 anni dal loro debutto non si può non riconoscere il loro continuo riproporsi, non fosse altro che per un sentimento nostalgico nei confronti della “ultima” rock band con un richiamo di massa. Ed è proprio in questo persistente riemergere che crediamo sia possibile scorgere qualcosa che resta di quell’allora, dei nodi irrisolti di una fase politico-culturale che, iniziata nei primi anni ‘90 (ma i cui germi sono da rintracciare almeno un decennio prima), è tutt’altro che conclusa.

“ You gotta make it happen”

L’origine working-class dei fratelli Gallagher non è certo un mistero. Figli di immigrati irlandesi, cresciuti con la sola madre dopo la fuga dalle violenze del padre alcolizzato, prima di diventare​delle Rock’n’Roll Star (1994) alternano periodi di sussidi alla routine del lavoro alienante. Crescono e passano la loro adolescenza nella Manchester degli anni ‘80, una città plasmata dalla rivoluzione reazionaria di Margaret Thatcher e marchiata a fuoco dalla chiusura delle fabbriche e dei cantieri navali. La fine dell’epoca del compromesso sociale fordista comporta l’inizio di un processo di disgregazione e di perdita di riferimenti: la solida, fiera e autosufficiente cultura operaia descritta da tanti autori non può essere e non sarà più la stessa. È questo il paesaggio esistenziale da cui emergono molti dei brani del gruppo, in particolar modo nei primi due più influenti album Definitely Maybe (1994) e (What’s The Story?) Morning Glory (1995). Sono testi scritti da Noel Gallagher tra un lavoro e l’altro, da disoccupato o nelle pause dei lavori saltuari (tra cui quello di roadie per gli Inspiral Carpets), mentre si sentiva intrappolato nella desolazione urbana e nella cronica mancanza di prospettive che la Gran Bretagna aveva riservato ai suoi “figli bastardi”. Ma se questo è lo sfondo vissuto su cui si stagliano e a cui non mancano di fare riferimento le diverse canzoni, la cifra e la potenza degli Oasis è proprio nel suo opposto: nel ridurlo e nel restituirlo alla sua funzione di scenario per questi giovani kids di Manchester. La sua presenza non è mai totalizzante e anzi è oggetto di un processo volto a fargli perdere qualsiasi monopolio emotivo sull’ascoltatore: “Let’s Have it” was the main ethos”, commenterà anni dopo Noel, “All the songs were about leaving Manchester and ending up in the sunshine, taking drugs and drinking for the rest of your life”.

È nella voglia di rompere definitivamente con le passioni tristi, con la depressione e il lamento, che risiede la forza della band, ereditata direttamente dalla scena Madchester in cui a fine anni ‘80 gruppi come The Stone Roses e gli Happy Mondays reagivano alla deriva introspettiva della scena indipendente e post-punk, in particolare di gruppi come The Smiths, fondendo il rock alternativo con gli influssi della acid house e della dance music. Nuove sonorità accompagnate da uno stile ibrido, attraversato da hooligans in abbigliamento casual e baggy jeans, che vedeva un nuovo protagonismo della working-class bianca britannica decisa a liberarsi delle scorie (e dalle ansie) del futuro per riprendersi il presente, modellandone le asperità attraverso l’uso di droghe e il ballo sfrenato. “L’economia è il metodo, l’obiettivo è cambiare le anime”, recita la tristemente celebre ed efficace formula della Iron Lady, che si accompagna a una strategia culturale pervasiva, al tentativo di trasformare i soggetti nel loro stesso intimo, nel modo in cui si vedono e percepiscono la propria situazione sociale (i propri fallimenti, seguendo il gergo neoliberale). Gli Oasis invece rivendicano ciò che sono e ciò che vogliono essere senza guardare al passato, senza pensare ai propri sbagli o ai “fallimenti” e, allo stesso tempo, riprendendosi ciò di cui sentono il bisogno e riappropriandosi del proprio godimento. Un doppio tema, della potenza soggettiva e dell’evasione, che emerge insistentemente in brani come Cigarettes & Alcohol (1994) e Roll with It (1995).

Lontani anni luce dalla disillusione lacerante del grunge dei Nirvana, che proprio in quegli anni erano arrivati a un clamoroso successo con Nevermind (1991), gli Oasis riescono a imporre un distacco quasi violento da tutto ciò che è tristemente introspettivo. Lo stile di Liam Gallagher ne è​la rappresentazione plastica: rifiutando ogni posa intimistica fa orgoglioso e arrogante sfoggio di se stesso. La sua voce monotona e tagliente si fa veicolo per trasmettere sicurezza e una fortissima carica energica. Più esplicitamente ancora, nonostante Noel abbia dichiarato di essere un fan dei Nirvana, il loro classico Live Forever (1994) rimanda al mittente i toni struggenti di I Hate Myself And I Want To Die (1993), perché “i kids non hanno bisogno di ascoltare quel nonsense” e lo fa attraverso un inno alla vita e alla possibilità. Tuttavia, non è solo questione di testi. Gli Oasis, e il fenomeno Britpop più in generale, partecipano di un processo di riscoperta, valorizzazione, ma soprattutto “invenzione” di un’identità britannica da opporre all’espansione della scena musicale statunitense. Il continuo rimando agli anni ‘60/‘70 e la passione smodata, a tratti caricaturale, per i Beatles non sono una semplice nota di folklore ma il sintomo di qualcosa che si muove nel profondo della società britannica. Sono infatti gli anni della riedizione della “Swinging London” e di una “english way of life” a cui partecipano anche gruppi come i Blur e in cui tutto, dai testi alla musica all’abbigliamento tenta di rievocare il clima e il fermento sociale di quel periodo: tuttavia, inutile a dirsi, lo fanno in un contesto completamente trasformato dagli sconvolgimenti politico- economici dei decenni precedenti. Dietro la patina di novità, il futuro a cui guarda il Britpop come via d’uscita dal grigiore degli anni della Thatcher si presenta con i tratti di un passato immaginario attraverso cui rifondare una nuova/vecchia visione della britishness. Ma dalla musica esaltata (la “canonizzazione” del rock) alla simbologia (mod) cui fa riferimento, tutto appare fortemente depurato dai sommovimenti e dalle ambivalenze che avevano contraddistinto quel periodo di forte protagonismo working-class (compresi i suoi revival). Il volontarismo degli Oasis rischia continuamente di trasformarsi in una statica parodia della creatività e dell’inventività delle “resistenze rituali” di quei decenni, più simile a un brand e, a posteriori, contribuendo al loro “recupero di mercato”. Se a questo si aggiunge la loro dichiarata (e sconfinata) ambizione commerciale, è chiaro che qualcosa inizia a rompersi definitivamente nel rapporto circolare (ma pur sempre conflittuale e ambivalente) che le sottoculture e le controculture avevano avuto con il mainstream.

“ Ever Had The Impression You’ve Been Cheated?”

Il 1994 è l’anno di svolta per il Britpop. L’uscita di album come Parklife a maggio e Definitely Maybe ad agosto sono per la stampa specializzata il segnale che la musica indipendente è veramente uscita dagli anni ’80 ed è pronta a prendersi il mainstream. E’ nello stesso anno che si impone sulla scena nazionale un ambizioso esponente dell’opposizione, che promette di portare “una visione chiara, radicale e moderna per la Gran Bretagna”. Il 41enne Tony Blair vince nettamente le elezioni per la leadership del partito laburista tenute a luglio, meno di due mesi dopo la morte improvvisa per infarto del predecessore John Smith, promettendo di superare i fallimenti elettorali dell’ultimo quindicennio con una visione netta e pragmatica del futuro. “Il New Labour è un partito di idee e ideali ma non di ideologie obsolete” riporta il manifesto laburista che​accompagnerà il trionfo elettorale del 1997. “Conta quello che funziona”. Il Labour sembra dunque uscire dalla crisi di consenso e dalla disperazione sociale degli anni ‘80 grazie a una serie di evidenti compromessi con il thatcherismo e una brusca assimilazione di un vocabolario che gli era storicamente estraneo e che, tuttavia, non fatica a presentare sotto le vesti del New. I cambiamenti politicamente sostanziali risulterebbero infatti illeggibili senza prendere in considerazione l’operazione di totale restyling dell’immagine del partito, che trova proprio nella Cool Britannia terreno fertile. Grazie alla sua età, che lo renderà il più giovane primo ministro in quasi 200 anni, Blair si propone di diventare il primo capo di governo in contatto con i movimenti musicali giovanili, proprio mentre questi vanno esaurendo la loro carica contestativa e si va sempre più consolidando il canone rock, celebrato negli anni a venire da classifiche di album e singoli migliori di sempre e da riedizioni nostalgiche che celebrano gli “irripetibili” anni ‘60 e ‘70.

La nuova guida del Labour avvia un corteggiamento serrato della nuova scena musicale, ricambiato da quello che spesso è un sincero interesse nell’uomo destinato a sconfiggere i conservatori. La vicinanza del pop con la nuova politica è particolarmente evidente nel caso degli Oasis e dei fratelli Gallagher, che non fanno mai mistero di essere irriducibili laburisti fino alla celebre partecipazione nel 1997 da parte di Noel a un evento a Downing Street. La vittoria di proporzioni storiche del ‘97 lascia presto spazio alla delusione, in parallelo con il declino repentino della scena che vede il suo ultimo squillo proprio con gli eccessi di Be Here Now, terza fatica del gruppo di Manchester uscita quell’anno. Gli Oasis, da questo punto di vista, ripercorrono rapidamente (ma in un differente contesto) la traiettoria “maledetta” della sottocultura mod: la risoluzione simbolica, attraverso l’edonismo e il mito del successo, delle contraddizioni materiali che attraversavano il proletariato britannico dopo un decennio di neoliberalismo non potevano sopravvivere in assenza di un reale progetto di emancipazione sociale. “Mai avuto l’impressione di essere stato truffato?” riporta nel 1998 un’eloquente copertina del NME su cui campeggia il giovane premier, in cui vengono contestate le riforme al welfare e le proposte riguardanti rette universitarie, droga e sicurezza. Tuttavia, se il miraggio collettivo di un’uscita definitiva dal decennio Thatcher lascia sempre più spazio al rimorso, la luna di miele tra il Britpop, gli Oasis e la nuova stagione del Labour, sono stati qualcosa più che il semplice risultato casuale di simpatie e scelte soggettive. Come in un “sinistro” gioco di specchi la voglia esasperata della scena di chiudere i conti con il recente passato e di “non guardarsi più indietro con rabbia”, ha trovato il suo corrispondente politico nello stile sorridente e sicuro di sé di Tony Blair e del suo “nuovo” partito laburista. Un partito che, per superare l’amarezza e le sconfitte del decennio precedente, ha deciso di chiudere definitivamente i conti con il proprio passato socialista e si è lasciato alle spalle una working class in declino.

Ritorno al futuro?

Leggere oggi il momento storico-culturale in cui si è costituito il progetto del New Labour attraverso l’ascesa del Britpop (e principalmente degli Oasis, il suo gruppo più rappresentativo),​così come leggere il Britpop attraverso il New Labour, ci riporta dunque a un nodo politico- culturale che è lontano dall’essere ancora superato. Le critiche sempre più ricorrenti al Labour e il ritorno deciso dell’ala sinistra alla leadership nel 2015 hanno messo radicalmente in discussione la narrazione che il partito aveva di se stesso. Tuttavia la netta sconfitta di Jeremy Corbyn alle recenti elezioni contro la destra dalle tinte nazionaliste di Boris Johnson, segnata da aspre divisioni interne e il ritorno dell’ala centrista con l’elezione di Keir Starmer dimostrano che una semplice rievocazione del vecchio partito laburista non è un’opzione percorribile. Nel frattempo, i litigi a mezzo stampa dei fratelli Gallagher continuano a trovare un pubblico ampio anche all’epoca dei social media e il recente tour di Liam in Italia viene accolto da un successo di pubblico e con un misto di trepidazione e nostalgia, un cocktail di sensazioni familiare che accompagna ormai ogni manifestazione retrò. A diventare protagonista per il tempo di una serata o della durata di un pezzo è quella forma di euforia che, come ha suggerito il critico musicale Simon Reynolds, attraversava un periodo in cui si sentiva ancora la capacità di immaginare un futuro diverso, di totale immersione nel presente. Gli Oasis (e il fenomeno Britpop con loro) segnano da questo punto di vista un momento di svolta. All’intersezione tra il tentativo di andare “oltre” e i primi segni di quella perdita del senso della storia che segna l’eterno presente della postmodernità, ci ricordano di una congiuntura che è lontana dall’essersi conclusa. Commentando Up In The Sky (1994), uno dei pochi pezzi dichiaratamente politici degli Oasis, Noel Gallagher ha detto: “Sai noi eravamo tutti con il sussidio di disoccupazione grazie ai conservatori e parlava di come la gente al governo non sapesse come le persone vivevano in Inghilterra al tempo. E quello che avevano fatto al paese”, concludendo che “era una canzone incazzata con una melodia felice”. Preso atto del totale fallimento del principale esito politico di quell’esperienza, a rimanere attuale è l’interrogativo e l’ambizione che lo animavano. Un nodo che in questo tempo di ristrutturazione pandemica, con le nubi nere che si addensano all’orizzonte, non può che essere sciolto collettivamente. Per ritrovare insieme una nuova “canzone incazzata con una melodia felice”.