Vi proponiamo qui la traduzione di un’analisi di Paul Preciado sulla rivolta dei gillet gialli uscito sul giornale El Pais. Preciado è piuttosto chiaro e alcune contraddizioni che emergono da questo processo: “E’ necessario smascherare la fallacia che si nasconde sotto la presunta disgiuntiva tra lotte di classe e lotte transfemministe e anticoloniali. Siamo di fronte a un unico processo di rivoluzione planetaria, a un mutamento di paradigma in cui una molteplicità di vettori nuovi si sta opponendo alla vecchia cultura necropolitica e patriarco-colonial-capitalista”. Aldilà di ciò che si possa pensare nello specifico dell’analisi di Preciado, una delle sue conclusioni ci sembra decisiva: nell’Europa di oggi nessun movimento con reali ambizioni antagoniste può evitare di porre antirazzismo, antisessismo e anticolonismo al centro della propria pratica di ricomposizione politica.

Traduzione di Emanuela Rescigno e Miguel Mellino


È necessario svelare l’ingannevole alternativa tra la lotte di classe e la lotta transfemminista e anticoloniale. Siamo di fronte un cambio di paradigma che richiede la creazione di nuovi istituzioni e contratti sociali.

Sabato scorso mi sono svegliato ancora confuso, e all’aprire la finestra parigina e vedere diversi cubi di immondizia bruciare ho creduto per un momento di stare ancora nelle strade che portano fino a piazza Sintagma. Con la rivolta dei gilet gialli assistiamo all’ellenizzazione del conflitto francese, o per invertire il senso della metafora, all’europeizzazione del conflitto greco. Quello che sta accadendo è lo spostamento delle forme di oppressione, ma anche di resistenza e di contestazione, dai margini dell’Europa al centro. Questo straripamento si ripercuote nel perimetro nazionale spostandosi dalle rotatorie delle province ai viali della capitale. La deflagrazione della crisi delle istituzioni democratiche europee che scosse i paesi definiti PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) nel 2011 ed esplose in Grecia nel giugno del 2015, quando la UE rifiutò di accettare le conseguenze politiche del risultato del referendum sul riscatto finanziario e sull’imposizione delle misure di austerità, non si è potuta contenere e ha raggiunto progressivamente il centro, estendendosi durante questi ultimi anni fino in Francia.

Il crollo del Parlamento greco, che quelli che potremmo chiamare lupi di Europa (Francia e Germania) per opposizione ai PIGS hanno favorito e applaudito dal loro trono coloniale, non era che il primo scoppio di un’esplosione programmata da tutte le istituzioni democratiche europee. Le politiche brutali applicate in Grecia si estesero un po’ alla volta da Atene fino a Parigi: la stessa neoliberazione del mercato del lavoro, un simile strangolamento fiscale della classe media, un analogo smantellamento delle istituzioni pubbliche, l’identica precarizzazione estrema dei lavoratori poveri, un identico inasprimento delle politiche migratorie, la medesima accentuazione dei linguaggi istituzionali razzisti come unico modo per dar coesione nazionale ad un tessuto sociale fratturato.

Se le rivolte si son manifestate in questo modo in Francia non è solo per l’estensione dell’attacco neoliberale contro gli stati del benessere, ma anche perché la Francia si è trasformata in un altro maiale in rapporto al colosso tedesco. Le disuguaglianze dell’Euro accentuate dalle disuguaglianze di classe fanno sì che le classi popolari francesi siano trattate qui come viene trattata in Europa la “plebaglia” greca: come il Sud della nazione.

“Che i poveri marciscano”, sembrano affermare all’unisono multinazionali, azionisti e dirigenti, senza capire che il marciume di questo lumpen-proletariato sarà subito il loro. Purtroppo, da queste parti, nessuno si è preoccupato in passato se l’Exarchia bruciava. Ora a bruciare sono i Campi Elisei!

La questione non è più indossare o meno un gilet giallo, bensì far cadere i pantaloni del resistente virile.

Con l’avanzare della crisi e della contestazione dalla periferia al centro, cambiano i contrasti e i giochi di fondo e di forma: l’ Europa ha tenuto nascosta la crisi della democrazia rappresentativa in Grecia sotto l’apparenza di ciò che è stato chiamato “la doppia crisi del debito e dei rifugiati”. Si è detto dei greci, chiamandoli neri e ottomani d’ Europa, che erano pigri e incapaci di pagare le tasse. Il corpo del migrante, indicato come pericolo per i limiti (razziali, sessuali) della nazione, è stato attaccato a beneficio di una ricostruzione dell’immagine nazionale (bianca, occidentale, virile) forte. In Francia, questo spostamento del problema si ripete: la crisi della democrazia rappresentativa diviene una contestazione per la caduta del potere d’acquisto della classe lavoratrice bianca e un conflitto per la gestione della migrazione di cui l’estrema destra francese – come ha già fatto Alba Dorata in Grecia – continua a nutrirsi in un banchetto che divora povertà e sradicamento e che vomita linguaggi e simboli coloniali e patriarcali. La svastica sta consumando l’energia trasformatrice dei gilet gialli. Ci troviamo, per dirlo con Pasolini, di fronte al processo attraverso cui una sottocultura della collera riesce ad assorbire una sottocultura di opposizione. Questa trasformazione alchemica della potenza della rivolta in neonazionalismo è ciò che porta il gillet giallo a scontrarsi con la bandiera verde e il berretto rosa. Tutto sembra accadere come se dovessimo scegliere tra la rivolta di classe e l’ecologia, tra la critica del neoliberalismo e la rivoluzione transfemminista.

Le idee patriarcoloniali di rappresentazione politica, di stato-nazione, di famiglia e di cittadinanza hanno subito un’erosione senza precedenti negli ultimi cinquanta anni. Dal basso, queste nozioni, sono state messe in questione dalle minoranze (intese non in termini numerici, ma in termini di oppressione e potenziale rivoluzionario) di genere, sessuali e razziali che contestano il funzione di queste istituzioni della modernità come tecnologie di oppressione. I processi di decolonizzazione e di depatriarcalizzazione iniziati negli anni cinquanta e sessanta stanno raggiungendo oggi una dimensione planetaria e stanno rivendicado la creazione di nuove istituzioni e contratti sociali. Dall’altro lato, e contemporaneamente, anche se di segno opposto, i processi di finanziarizzazione dell’economia e di robotizzazione del lavoro hanno svuotato di contenuti e potere i centri di decisione nazionale dell’antico regime e hanno cancellato modalità di azione e reazione che davano coesione alla rivolta della classe operaia. Indebitata e con lavori precari esterni alla fabbrica, la nuova massa di e-proletari manca di coscienza di e-classe e non riesce a riconoscere le sue possibili alleanze transfemministe e anticoloniali.

Le politiche brutali applicate in Grecia si sono estese a poco a poco da Atene a Parigi.

E’ necessario smascherare la fallacia che si nasconde sotto la presunta disgiuntiva tra lotte di classe e lotte transfemministe e anticoloniali. Siamo di fronte a un unico processo di rivoluzione planetaria, a un mutamento di paradigma in cui una molteplicità di vettori nuovi si sta opponendo alla vecchia cultura necropolitica e patriarco-colonial-capitalista. Questo nuovo movimento ecotransfemminista può essere soltanto rivoluzionartio, poiché esige allo stesso tempo un cambiamento totale (dal corpo al territorio, dalle istituzioni all’immaginazione) dei modi di produrre e riprodurre la vita sul pianeta. E’ di fronte a questa rivoluzione planetaria che si stanno alzando, ricatturando come combustibile alchimico una parte delle energie delle rivolte dei precari, i muri delle controrivoluzione in Stati Uniti, Brasile, Turchia, Andalucia, Grecia o Francia.

La deriva ellenica del conflitto francese esige l’europeizzazione urgente delle lotte. E’ soltanto da un orizzonte europeo, e si potrebbe dire anche planetario, ovvero dall’internazionalizzazione ecologista, anticoloniale e transfemminista del conflitto e delle lotte, che possiamo affrontare la crisi in corso della democrazia rappresentantiva e la fine dell’ordine del capitalismo-carbone-patriarcato.

La questione non è più indossare o non indossare un gillet giallo, bensì lasciar cadere i pantaloni della resistenza virile. Dobbiamo affermare la nostra condizione di corpi vulnerabili di fronte al capitalismo patriarco-coloniale. Riportiamo la sensualità e la poesia alla lotta: che ogni gillet giallo baci un altro, ogni giorno una bocca diversa, senza identità né documenti. Mettiamo del seme sieropositivo nella rabbia e della purpurina nella nostra collera in modo che l’estrema destra non riesca a nutrirsi di esse. Che la lotta sia pazza e frocia! Parliamo con violenza del potere: che siano le parole e non i corpi a lacerarsi. Abbracciamo le strade con potenza! Che la nostra lotta sia capace di accogliere mani tremanti e gambe deboli! Che l’unica cosa da immolare sia il nome di tutti i caudillos, del passato e del futuro a venire!