Dopo l’uscita, negli Stati Uniti, di Black and Blur (2017), con la recente edizione per la Duke University Press dei volumi Stolen Life e The Universal Machine, si completa la pubblicazione di Consent not to be a single being, la trilogia che raccoglie gran parte della critica estetica, sociologica e filosofica di Fred Moten – poeta, scrittore, teorico, autore chiave nel dibattito contemporaneo dei Black Studies. Tali studi, sebbene trovino una qualche forma di visibilità all’interno del più ampio panorama italiano degli Studi Culturali e Postcoloniali, e nonostante la ricchezza dei contributi che possono offrire di fronte alle urgenze del presente, stentano a trovare uno spazio opportuno all’interno del provincialismo editoriale italiano. Di Fred Moten, in Italia, ancora non esiste la traduzione completa di un solo libro, sarebbe ora che qualche editore se ne facesse carico.

In basso abbiamo tradotto un’intervista di David Wallace apparsa qualche mese fa sul New Yorker, che ripercorre in maniera agevole i temi fondamentali del lavoro di Fred Moten. Ma prima, abbiamo ritenuto opportuno buttare giù una breve nota che una parziale lettura di Moten ci ha suscitato.

In The Undercommons (2013), raccolta di saggi sulla teoria e la pratica della tradizione radicale nera che innerva e ispira la critica estetica e il pensiero sociale e politico contemporaneo, Stefano Harney e Fred Moten ci avevano fornito un peculiare punto di vista critico dell’istituzione accademica statunitense, ispirandoci la fuga dal professionalismo degli “studiosi critici” e, nella neoliberalizzazione generale delle Università, l’esigenza di costruzione e sostegno di uno spazio di elaborazione e “studio” inteso come modo di essere e imparare insieme, azione collettiva, resistenza e produzione di un “comune dal basso” fuggitivo, minoritario, marginale; un collettivo la cui unica relazione possibile con l’Università fosse quella del furto e della rapina,  «nell’università, ma non dell’università».

Oggi, nei giorni che, in Italia, stanno seguendo l’insediamento di un governo populista a trazione fascio-leghista, e dopo che l’assassinio del sindacalista Soumayla Sacko nelle campagne calabresi e l’odierna vicenda della nave Aquarius ci mostrano l’ennesima tragica materializzazione della costituzione razzista dei rapporti sociali e politici nel nostro paese – e in quei luoghi in cui «la soggettività nera è un crocevia dove s’incontrano vertigini, l’intersezione tra violenza performativa e violenza strutturale», come ci ricorda Stefano Harney in un’intervista con Stevphen Shukaitis –, le parole della studiosa e attivista Ruth W. Gilmore riprese nell’ultimo paragrafo del saggio sull’Università contenuto in The Undercommons, s’impongono in tutta la loro parresiastica drammaticità: «il razzismo è la produzione e lo sfruttamento, statale e/o extralegale, di vulnerabilità alla morte prematura (sociale, civile e/o corporale), differenziata per gruppi».

«Qual è la differenza tra ciò e la schiavitù? Qual è, per così dire, l’oggetto dell’abolizione?» si chiedevano, dunque, Moten e Harney, a chiosa di una riflessione che simmetrizzava l’incarcerazione e l’istituzione accademica in quanto dispositivi fondativi di cattura e normalizzazione delle forme di vita che fuggono al comando e alla conquista del sociale. E la risposta, per loro, è da ricercare in quei non-luoghi dell’abolizione della schiavitù, del razzismo, delle prigioni e dell’università, dove abolizione non vuol dire solo eliminazione di qualcosa, ma fondazione di una nuova società.

In un presente storico in cui il ciclo politico globale sobilla malumori reazionari, Fred Moten ci invita a riflettere e apprendere la storia dalle forme e dai modi di espressione di quelle vite calpestate che continuano ad essere considerate mera merce; ma che nella musica, nella poesia, nel canto, nell’arte e nel pensiero, ai picchetti, agli scioperi della logistica e nelle campagne, rompono il recinto di una logica sociale macchiata di sangue e rifiutano di “acconsentire ad essere un singolo essere”: il nero, l’immigrato, il bracciante, lo schiavo. Vite che strappano la vita a morsi, vite rubate alla morte.

A noi, quelli del privilegio epidermico, nel nostro piccolo, non spetta che favorire e sostenere la moltiplicazione di  undercommons di rivoltosi all’idea di società in quanto conquista ed estrazione di valore da corpi, menti e territori; e nella potenza misteriosa della cooperazione, nel «segreto una volta chiamato solidarietà», comporre comunità meticce di quilombos globali. Con Soumayla nel cuore. (giuseppe orlandini)

Fred Moten: la critica radicale del presente

David Wallace, The New Yorker

Quando, di recente, incontrai a pranzo, vicino Washington Square Park, il poeta, critico e teorico Fred Moten, ordinò un hamburger e chiese al cameriere della salsa aioli. Quando arrivò il cibo, fu chiaro che la sua richiesta non era stata soddisfatta. Dopo aver velocemente esaminato con delusione il panino, a Moten, diventato professore alla New York University dopo un breve passaggio all’University of California, nel Riverside, venne un’idea: «Penso alla maionese – lo so che è stupido» disse. «Niente affatto», risposi. «Penso che la maionese abbia un tipo complesso di relazione con il sublime», mi replicò. «E penso che in generale le emulsioni ce l’abbiano. E’ qualcosa che ha che fare con quello spazio intermedio – non so – tra l’essere solido e l’essere liquido, il quale ha una strana relazione con il sublime, nel senso che questa sua sublimità sta proprio nella sua natura indefinibile».

«Ed è anche liminale», suggerisco.

«E’ liminale, e si connette al corpo in un qualche modo».

«Devi scuoterlo» dico, «ci devi mettere energia per trasformarlo in quello stato».

«Ad ogni modo» disse Moten, «per lo più non mi piace affatto».

Moten aveva accettato di incontrarmi, in modo che potessi chiedergli dei suoi recentissimi libri, tre densi volumi di teoria critica, scritti nel corso di quindici anni e riuniti nella frase “consent not to be a single being”. Il primo volume, Black and Blur, è un testo su arte e musica: Charles Mingus, Theodor Adorno, David Hammons, Glenn Gould. Il secondo Stolen Life, si concentra su idee che Moten, in generale, descrive come “sociopolitiche”. Il terzo, The Universal Machine si occupa di qualcosa che egli chiama “autentica filosofia” ed è suddiviso in “tre serie di saggi”, su Emmanuel Levinas, Hannah Arendt e Frantz Fanon.

Moten parla delicatamente e, una volta entrato negli argomenti, si esprime attraverso paragrafi lunghi e complessi. Si lascia trascinare da stati d’animo intermedi: piuttosto che accettare risposte semplici, cerca nuove dissonanze. Nella pagina, ciò può assumere una forma complessa e persino ostile. «I Black Studies», scrive in un capitolo di Stolen Life, «sono una deiscenza nel cuore dell’istituzione al suo limite; i loro documenti spezzati e codificati, sanciscono il passo verso un altro mondo mentre attraversano il nostro, disordinando graficamente la scarsità amministrata da cui i Black Studies sgorgano in abbondanza». Un lettore potrebbe avere bisogno di riflettere sulla frase per un po’, leggerla una o due volte, forse cercare la parola “deiscenza” (un termine medico che indica una complicazione post-operatoria rappresentata dalla riapertura di una ferita precedentemente suturata).

Di persona, dunque, il modo di pensare e di parlare di Moten suona come un modo intuitivo di guardare il mondo. Moten è nato nel 1962 ed è cresciuto a Las Vegas, in una fiorente comunità nera che ha messo lì le radici dopo la “Grande Migrazione”. Sua madre era insegnante, perciò i libri erano sempre presenti in casa, da opere di sociologia ad antologie di letteratura nera. Moten ha studiato ad Harvard, ma il suo basso punteggio lo ha costretto a un anno di pausa, riportandolo a casa, periodo in cui, in parte, ha lavorato al Nevada Test Site. Nel deserto, ha potuto dedicarsi molto alla lettura. «Mi piace leggere, e mi piace essere coinvolto nella lettura», mi dice. «E per me scrivere è parte di ciò che significa essere coinvolto nella lettura».

Il suo libro del 2003, In the Break, uno studio della “tradizione radicale nera” attraverso la nozione di “performance”, prende le mosse da una sorta di Black Studies pionieristici, come quelli di Saidiya Hartman, per poi esplorarli, in modo piuttosto libero, all’interno di un discorso sulla fenomenologia e sul jazz. Per Moten, la blackness è qualcosa di “fuggitivo” – come egli suggerisce –, un rifiuto continuo di standard imposti altrove. In Stolen Life, scrive, «la fuggitività è il desiderio di uno spirito di fuga e trasgressione del regolare e del preposto. E’ un desiderio di prendere le distanze, per gioco o per evasione, un comportamento oltre la legge e da sempre considerato come voce o strumento improprio». Con questo spirito, Moten lavora per connettere soggetti che i nostri preconcetti ci inducono a pensare come privi di ogni possibile rapporto. Si può anche trovare un certo atteggiamento intransigente, la convinzione che un impegno sincero e profondo con un qualunque soggetto può farci superare qualsiasi difficoltà terminologica. «Penso che in generale scrivere, come sai, significa rompere costantemente i mezzi della produzione semantica, in ogni momento», mi ha detto. «E non vedo alcuna ragione per cercare di evitarlo. Anzi, vedrei il motivo per cercare di accentuare tale rottura. Ma nel mio caso cerco di accentuare tale atteggiamento non per offuscare, ma allo scopo di precisare».

Nel 2013, Moten pubblica The Undercommons, una snella raccolta di saggi scritti insieme al suo ex compagno di classe e collega Stefano Harney. Per essere un libro di teoria è stato sicuramente molto letto, forse a causa di un suo antagonismo non-apologetico. The Undercommons propone una critica radicale del presente. La speranza, scrivono Moten e Harney, «ci è stata venduta nella sua forma più misera e perversa, dall’asse Clinton-Obama per gran parte degli ultimi vent’anni». Uno dei saggi del testo considera le nostre vite come un difettoso sistema di debito e credito, mentre in un altro si esplora una sorta di coercizione tecnocratica che Moten e Harney chiamano semplicemente “politica”. The Undercommons è diventato famoso, soprattutto, per la sua critica all’accademia: «Non si può negare che l’università sia un luogo di rifugio, e non si può accettare che l’università sia un luogo di illuminazione», scrivono Moten e Harney. Lamentano l’attenzione alla classificazione e  altre forme di regolazione più sottili, chiedendosi, in effetti: perché è divenuto così difficile avere nuove discussioni in un luogo che apparentemente è stato progettato per favorirle? Così, suggeriscono delle alternative: riunirsi con gli amici e parlare di qualunque cosa si abbia voglia, fare un barbecue o una festa – tutte forme di socialità senza restrizioni che loro chiamano astutamente “studio”. Il libro si conclude con una lunga intervista a Moten e Harney da parte di Stevphen Shukaitis, un docente dell’University of Essex, nella quale Moten chiarisce l’idea:

«Siamo convinti dell’idea che lo studio sia ciò che fai insieme alle altre persone. É parlare e andare in giro con le altre persone, lavorare, ballare, soffrire, e una irriducibile convergenza di queste tre cose, racchiusa sotto il nome di pratica speculativa. La nozione di “prove” – che sia partecipare a una qualche forma di laboratorio, suonare in una band o in una jam session, gli anziani seduti a una veranda a chiacchierare o persone che lavorano insieme in una fabbrica – comprende queste varie modalità di azione. Definirle “studio” significa ricordare e rimarcare che l’incessante e irreversibile portata intellettuale di queste attività è presente in esse sin dall’inizio».

Moten sostiene che questo tipo di approccio libero e aperto può essere praticato ovunque, e può anche trattare argomenti che possono sembrare tradizionale patrimonio del mondo accademico. Durante il pranzo, abbiamo parlato del saggio “Knowledge of Freedom”, presente in Stolen Life. Si tratta di una critica di Kant che prende in considerazione le idee del filosofo sull’immaginazione e il suo razzismo “scientifico” insieme a una lettura attenta di The Interesting Narrative of the Life of Olaudah Equiano, un’autobiografia di un ex-schiavo pubblicata a Londra nel 1789, vale a dire un anno dopo la pubblicazione della Critica della ragion pratica di Kant e un anno prima che pubblicasse la Critica del giudizio. Equiano fu reso schiavo in quella che ora è la Nigeria, lavorò per anni su navi britanniche e, più tardi, comprò la sua libertà negli Stati Uniti. «Non voglio screditare Kant, né metterlo al suo posto», afferma Moten. «Voglio pensare a Kant come a un particolare momento nella storia di un dislocamento generale». Ciò, aggiunge, «richiede di riconoscere che Kant è una figura cruciale nello sviluppo del concetto stesso di razza, condotto a un livello filosoficamente rigoroso. Tuttavia, naturalmente, il fatto che l’incoerenza che chiamiamo “razza” possa essere in qualche modo compatibile con qualcosa di filosoficamente rigoroso, ci fa capire qualcosa dei limiti della filosofia, sai?»

La poesia di Moten, finalista al National Book Award del 2014, ha molto in comune con il suo lavoro critico. Attraverso di essa egli raccoglie gli spunti critici che affiorano nella sua testa e li trasforma in qualcosa di musicale, trascinati dalla materialità stessa del linguaggio. La poesia All topological last friday evening, raccolta nel suo libro del 2015 The Little Edges, inizia così:

taken to bridges from lula to lela to lena to eula to ayler to tala to
tore up
but untorn and bend
like fenders breathe, felder’s or fielder’s, that family, man, that
recess.
so much more than air and world and time.

La poesia dispiega una concatenazione di riferimenti, che vanno dal sassofonista free-jazz Albert Ayler, ad Andrew Marvell. Potremmo non capire mai esattamente in che modo ci si muove dall’uno all’altro, ma c’è un piacere nel perdersi nella danza.

Quando abbiamo discusso la sua poesia, Moten, citando Amiri Baraka, ha fatto una distinzione tra voce e suono: «Ho sempre pensato che il termine “voce” intendesse indicare una sorta di genuina, autentica, assoluta individuazione, che mi colpiva come qualcosa di (a) indesiderabile e (b) impossibile» dice. «Mentre il “suono” era invece nel bel mezzo di questa intensa connessione con ogni cosa: con tutto il rumore che hai sentito, ti sforzi in qualche modo di fare la differenza, per così dire, dentro quel rumore. E questa differenza non dipende necessariamente da te come individuo, ma è molto più semplice da produrre cercando di captare bene e di differenziare ciò che ti circonda. É questo ciò che significa “suono” per me».

Finito il pranzo, ho chiesto quali fossero i suoi prossimi progetti. Ha cominciato, al solito, con le cose di tutti i giorni: disfare i bagagli del trasferimento a New York, iscrivere i suoi due bambini a scuola, allenarsi di nuovo a camminare invece che a guidare. Poi, con lo stesso tono informale, mi ha detto che stava lavorando a due nuovi libri, e che potrebbe cimentarsi presto con l’Opera – magari scrivere qualche libretto. Ha aggiunto che sta anche cercando di immaginare come insegnare bene in classe. Ma non era affatto certo che ciò fosse possibile nelle condizioni attuali. «Devi soltanto stare con le persone e cercare di fare qualcosa di diverso», ha detto. «Sai, ci credo davvero. Ma riconosco anche quanto sia difficile farlo».

Un paio di settimane dopo, di sabato pomeriggio, sono andato a sentire un reading che Moten ha tenuto allo Zinc Bar, a West Third Street, insieme alla poetessa Anne Boyer. Un ampio pubblico si era ammassato nel retrobottega del bar, spalla a spalla e sudato pur di ascoltare i due lettori. Moten ha recitato un frammento del suo nuovo lavoro, qualcosa a metà tra un saggio e una poesia, pubblicato di recente dalla rivista The New Inquiry, intitolato “Come on, get it!”. «Improvisation is how we make no way out of a way», ha letto. «Improvisation is how we make nothing out of something». Era elegante sul palco. Ha letto con una facilità che in un qualche modo armonizzava il complesso contrappunto e i  riferimenti del suo lavoro.

A metà lettura si è fermato e ha chiesto dell’acqua. Dal bancone, di mano in mano, al di sopra delle spalle e giù per le scale fino al palco, gli è stato subito passato un bicchiere alto e pieno. Ma nel frattempo, gli era già stata offerta da qualcuno una bottiglia d’acqua. Ha riconosciuto il gesto, ha bevuto un sorso e ha ripreso la sua esibizione.

(Traduzione a cura di Gabriele Caruso)