a cura di Deco[K]now

Il filosofo e scrittore Roger-Pol Droit ha di recente dedicato sul proprio sito personale un articolo a Michel Foucault, in occasione della pubblicazione straordinaria del quarto volume della sua Storia della sessualità, “Le confessioni della carne”, rimasto inedito per 34 anni.

Sia il testo di Foucault che questo articolo entrano in risonanza diretta con lo spazio aperto da movimenti come #Metoo.

“Storia della sessualità” è un’opera composta da quattro volumi: I – “La volontà di sapere” (La volonté de savoir) (1976); II – “L’uso dei piaceri” (L’usage des plaisirs), 1984; III – “La cura di sé” (Le souci de soi) 1984; IV – “Le confessioni della carne” (Les Aveux de la chair) 2018.

A seguire è riportata la traduzione dell’articolo di Roger-Pol Droit apparsa sul sito lobosuelto.com.

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FOUCAULT, LE PAROLE E I SESSI

di Roger-Pol Droit

400 pagine inedite di un grande pensatore del XX secolo che meritano certamente attenzione. Michel Foucault, la sua storia della sessualità e il suo ultimo studio sul passaggio dai costumi pagani al mondo cristiano rivelano una sorprendente attualità.
Un caso eccezionale: un libro intero, pressoché concluso alla morte del suo autore, compare con 38 anni di ritardo. Nuova singolarità: questo lavoro erudito, denso, circa i Padri della Chiesa (Clemente di Alessandria, Cassiano, Agostino) e la loro relazione con i pensatori pagani (Aristotele, Plutarco, Musonio Rufo) entra in risonanza diretta con i dibattiti generati dai movimenti in rete come “Balance ton porc” e “#Metoo”.
In effetti, le discussioni dei primi secoli cristiani riguardo alla verginità, al matrimonio, alle norme erotiche accettabili e non, sono piene di considerazioni sullo stupro, sul pudore, sulla castità, sulle pratiche tollerabili e non tra i sessi, e proprio per questo appaiono in consonanza con le discussioni attuali sulle molestie e i rapporti uomo-donna. Questa è la magia di Michel Foucault. Il quarto e ultimo volume della sua Storia della Sessualità – Le confessioni della carne (Gallimard), ha fatto finalmente la sua comparsa. È confermato: questo autore diabolico non ha eguali quando si tratta di far germogliare dagli archivi istanze inaspettate del nostro presente. Al fine di comprenderlo, è però necessario fare una deviazione…

Intellettuale di un nuovo stile

Durante la sua vita, era una stella. Le sue lezioni al Collège France erano affollatissime, i suoi libri comparivano sulle copertine di giornali e settimanali. I suoi molteplici interventi nella vita pubblica (antipsichiatria, lotte dei detenuti, rivoluzione iraniana) erano noti e discussi. Michel Foucault ha incarnato per circa vent’anni una nuova figura di intellettuale. Passò dalle biblioteche agli studi di registrazione, dalle università americane ai seminari giapponesi, senza dimenticare la stesura, paziente ed erudita, di opere che presto si rivelarono esplosive. Si è differenziato dai suoi predecessori Sartre o Camus, lasciando la loro posizione di coscienza morale universale, influenzata dal marxismo, per trasformarsi, attraverso uno studio caso per caso, in un alleato di battaglie specifiche, intraprese ogni giorno da anonimi.
Ricordato per la pubblicazione nel 1961 del suo “Storia della follia nell’età classica”, presto riconosciuto e celebrato per “Le parole e le cose” (1965), elogiato per “Sorvegliare e punire” (1975), il filosofo comincerà poi la sua vasta e singolare “Storia della sessualità”. Questo progetto ha occupato quasi dieci anni della sua vita, prima che l’AIDS lo conducesse alla morte nel 1984. Oggi, l’ultimo volume di questa vasta ricerca, preparato per la pubblicazione ma non ultimato, arriva nelle librerie quando la sua notorietà è molto più vasta rispetto a quella avuta durante il corso della sua vita. In effetti, Foucault oggi è molto più letto, studiato, considerato. Ma sicuramente in modo diverso: l’elettrone libero è diventato un classico, un riferimento costante dei ribelli. I suoi testi sono presenti in tutti i manuali scolastici di filosofia, le sue opere sono oggetto di analisi in tutto il mondo, e la Biblioteca delle Pleiadi, nel 2015, ha dedicato alle sue opere due grandi volumi. Più che una stella, ora è una costellazione.

Storico, filoso o “artificiere”?

Foucault era convinto del contrario: “Non sarò nelle Pleiadi, sono perfettamente consapevole di non fare un’opera, e che non si pubblicheranno le mie opere complete”, mi diceva nel 1975, durante una serie di interviste (2). Foucault rifiutava di essere un “autore”, presupposto che conserva il senso ultimo del proprio lavoro. Attento allo stile, amante della scrittura, non si è mai proclamato scrittore; con un connubio di provocazione da una parte, e desiderio di riconoscimento dall’altro, proclamato e negato contemporaneamente. Ma soprattutto cercava di essere un pensatore efficace piuttosto che un esteta.
Voleva essere invece un “artificiere”, un installatore di bombe, un esperto di esplosivi capace di far saltare in aria le barriere. Sognava di mettere a disposizione di chi volesse servirsene gli strumenti per intercettare e alterare i dispositivi di potere. Questa concezione “strumentale” del lavoro intellettuale è una chiave decisiva per comprendere le sue indagini. Ci permette di comprendere che Michel Foucault è stato uno storico, ma in modo piuttosto insolito; un filosofo, non come lo si intende di solito, e anche, ovviamente, uno scrittore, ma non come Jean d’Ormesson … aveva un unico scopo: contribuire attraverso i suoi libri a perturbare i sistemi di potere, mostrando come questi sistemi si insediano nelle nostre parole, nelle nostre menti, nei nostri corpi, nei nostri sessi.

Il potere si esercita nei gesti quotidiani

Questo perché il potere, per Foucault, non è una fenomeno astratto, una semplice idea. Non rappresenta più quell’autorità ideale irraggiungibile, seduta tra le nuvole che delega la sua potenza a un rappresentante – monarca, imperatore o Stato repubblicano che sia. Divenuto “micro-potere” è diffuso ovunque nel tessuto sociale, attivo nei modi più concreti, disseminato negli orari di lavoro, nella disciplina dei corpi, nei gesti quotidiani. Il potere si è incrostato anche nei modi di giudicare, di provare sentimenti, di legarci agli altri e a noi stessi. E’ così, dunque, che i modi di definire il vero e il falso, il ragionevole e lo stravagante, il normale e il patologico, il decente e l’osceno devono essere intesi come tanti meccanismi di discriminazione sottile e di coercizione fine. Ciò che mette in gioco ciascuno di questi assemblaggi non è una “verità” immutabile, esistente di per sé, ma un rapporto di forze, variabile secondo i tempi della storia, le tensioni nella società, le fratture delle sue rappresentazioni. La follia, per esempio, non deve essere intesa come una disfunzione dello spirito, inteso come una realtà sempre identica a se stessa. La follia non è stata concepita sempre allo stesso modo, diversi sono stati i suoi significati nell’epoca di Socrate, ai tempi di Erasmo, nel secolo di Freud. E’ chiaro che viene utilizzata sempre la stessa parola per parlarne, ma questa fissità ingannevole nasconde l’eterogeneità dei saperi e i differenti dispositivi di potere. Qui, il “pazzo” si sente come un saggio o un messaggero divino, là, viene rinchiuso come un pericolo da evitare o un malato da curare.

Potere, sesso e soggetto

Questo principio di “genealogia”, Foucault lo ha preso in prestito da Nietzsche, del quale fu un grande lettore, e prosecutore inventivo. Tutte le sue indagini si svolgono su questa scia, e in modo particolare quest’ultima opera. Centrata sulla sessualità, rinnova in profondità le prospettive di Nietzsche sul corpo, sul desiderio e soprattutto sulla costruzione del singolo. Perché è la stessa costituzione della soggettività che Foucault finisce per vedere come un risultato dei micro-poteri, scoprendo così la loro azione nel campo delle pratiche e dei giudizi che riguardano il sesso. Ma cosa significa questo ragionamento? Essere se stessi, conoscere le proprie inclinazioni sessuali, governarsi moralmente, imparare a lasciarsi andare o a trattenersi, sentirsi in colpa o sentirsi giusti … contrariamente a ciò che si crede, non sono situazioni standard, immutate dall’antichità ai giorni nostri. Foucault ha scoperto, a poco a poco, i complessi legami esistenti tra i concetti di piacere, come ancoraggio intimo del potere, e la costituzione di un soggetto. Ecco perché la sua Storia della sessualità è tutt’altro che un’enciclopedia delle pratiche erotiche.
Ma poiché la questione principale non è sapere, a seconda delle epoche, chi dormiva con chi, con quale frequenza, in quale posizione; né se quegli atti sessuali erano completamente leciti, soltanto tollerati, o rigorosamente vietati. Questi elementi vanno certamente presi in considerazione, inutile dirlo. E tuttavia quello che conta davvero è il modo in cui questi discorsi e riflessioni sul sesso riescono a delimitare, a seconda dei secoli, i nostri rapporti con noi stessi e con gli altri. La soggettività non è un dato naturale e originario. La soggettività si è costruita – in modi molto diversi – nella cosiddetta Antichità pagana e poi nell’Europa cristiana, qui intorno ai molteplici discorsi sul matrimonio, sull’adulterio, sulla procreazione, sulla masturbazione, sull’omosessualità.


 

 

Incitamento e non repressione

Discorsi repressivi? A volte. Normativi? Sempre. Ma anche stimolanti. Fin dall’inizio, ciò che colpisce Foucault è l’immenso dispositivo di parole utilizzato in Occidente riguardo la sessualità. Come se, prima di ancora di provare piacere, la sessualità fosse già stata oggetto di revisione, giudizi, innumerevoli commenti. Il sesso, per la nostra civiltà, significa tanto da dire, quanto da fare. Questo è il leitmotiv del primo volume di “Storia della sessualità” intitolato “La volontà di sapere” pubblicato nel 1976. Con gioia, il filosofo va contro i discorsi sessantottini allora dominanti.
Il sesso è muto? E’ represso, censurato, disdicevole, da quando la morale giudaico-cristiana, si dice, ha eretto il suo muro di silenzio su di una pretesa libertà antica? E’ stato canalizzato, addomesticato dalla borghesia per mantenere le folle laboriose al lavoro? Il sesso è stato infine liberato, concesso, reso nella sua potenza sovversiva dalla rivoluzione sessuale? Certo che no, tre volte no, afferma sostanzialmente Foucault. La rappresentazione della “repressione borghese” come qualcosa che prolunga la repressione cristiana della sessualità è semplicistica. Oppure peggio: questa lettura ci impedisce di vedere la parte più interessante, questa immensa e paradossale incitazione a parlare continuamente di sesso, un particolare che attraversa tutta la cultura occidentale – compreso enunciati che chiedono di non dire nulla, o che il sesso è proibito, sconveniente, segreto! Ecco, dunque, ciò che l’ultimo Foucault esplora sapientemente: un sesso infinitamente parlato più che silenziato, finemente organizzato e controllato più che represso, stimolato e onnipresente più che censurato. Foucault ci dice che la sessualità, un fenomeno che si presuppone contenga la verità sull’umanità in generale e sull’individuo in particolare, è stata permanentemente scrutata e interrogata, da diversi e molteplici sguardi, dai greci e dai romani fino ai nostri giorni. Foucault coltivava il sogno, certamente folle, di disegnarne il quadro nella sua Storia della sessualità.

Percorsi a sorpresa

Le vicissitudini di quest’opera sono, inoltre, incredibili. Ovviamente, il campo è immenso, complesso e i testi innumerevoli. Tuttavia, questo non basta a spiegare le profonde modifiche che segnarono il suo itinerario. Il primo volume, nel 1976, annunciava un’opera in 5 volumi, che doveva dividersi in: avvento del cristianesimo (2 – La carne e il corpo), l’era moderna (5 – I perversi, 6 – Popolazioni e razze) passando per il medioevo e l’età classica (3 – La crociata dei bambini, 4 – La donna, la madre e l’isterica). E tuttavia Foucault non pubblicò l’opera completa, se non 8 anni dopo l’inizio, per poi modificare la cronologia della sua ricerca, il suo piano di lavoro, e anche buona parte della sua prospettiva. Si tratta di un’evenienza dovuta al fatto che Foucault si è reso conto, nel corso della scrittura, quanto avesse ereditato lo stesso cristianesimo dai pensatori precedenti. Così egli dovette risalire indietro nel tempo di vari secoli per la sua ricerca, farsi ellenista, dotarsi, forzatamente, del bagaglio erudito necessario. Questa impresa, compiuta in compagnia di Paul Veyne e Pierre Hadot, merita di essere ricordata. Nel 1984, infine, poco tempo dopo la morte di Michel Foucault, sono apparsi altri due volumi: L’uso dei piaceri e La cura di sé, i quali sono divenuti successivamente il II e il III volume della “nuova” Storia della sessualità. Il quarto e ultimo volume è quasi pronto. Ma arriva la morte: soltanto ora ci è arrivato l’ultimo pezzo del rompicapo.

L’anziano e l’attuale

Ciò che vi si scopre in questo ultimo volume è appassionante, sia nella diacronia storica che nella sincronia dell’attualità. Soprattutto perché ciò che emerge è una storia poco conosciuta. Foucault mostra qui quanto equivoco risulti immaginare una grande libertà pagana soffocata dall’austerità cristiana la quale, presumibilmente, condannava ogni aspetto della vita sessuale. Non è questo il caso! I filosofi dell’antichità, da Platone a Marco Aurelio, invocavano già un rigido inquadramento delle pratiche sessuali. Le prescrizioni cristiane, dunque, non sono, d’un tratto, più minuziose né meno repressive. Al contrario: i padri della chiesa, spesso, prendono e ripetono pedissequamente le frasi dei filosofi. Conservano pratiche già formulate: la condanna dell’adulterio, del matrimonio in seconde nozze, le oscenità tra sposi, ecc. E tuttavia parlano anche di un altro tipo di esperienza: non si fermano a considerare i rapporti dei piaceri con la morale, per preoccuparsi della carne e della concupiscenza. Anziché codificare i comportamenti, focalizzano l’attenzione sull’intimità del soggetto, sul suo rapporto con il proprio desiderio, sia nel consenso intimo che nella rinuncia al male. Rispetto al registro dell’attualità, la sorpresa è significativa. Accostando queste “confessioni della carne” ai nostri dibattiti attuali, resteremo sorpresi da una quantità di coincidenze e contrasti, capaci di portare con sé una chiarezza del tutto inattesa. La questione della concordanza con se stessi, per esempio, è nel cuore di questa ricerca. I testi parlano della concordanza con sé, della concordanza con il proprio desiderio; le nostre discussioni mirano invece alla concordanza verso il desiderio dell’altro. I padri della chiesa parlano della fine della differenza tra i sessi nell’altro mondo, noi diciamo la stessa cosa, ma in riferimento al nostro. Inutile ribadirlo: in questo incrocio tra gli antichi e i postmoderni emergono una quantità innumerevoli di tracce. Una ragione ulteriore per leggere ancora Foucault.
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Frédéric Gros**

Perché questo libro ha aspettato 38 anni dalla morte di Foucault per essere pubblicato? Era la sua volontà? O quella dei detentori dei diritti?

F.G. – La volontà di Michel Foucault era certamente quella di pubblicare Le confessioni della carne. La prova: lascia nel 1982 alle edizioni Gallimard un testo completo in forma di manoscritto, chepoi correggerà, parzialmente, e invierà dattilografato. Non si tratta poi di un testo di cui Foucault avesse rinunciato a pubblicare. Egli decise invece di far precedere a questo testo un libro sull’esperienza sessuale tra gli antichi. Tale lavoro diventerà L’uso dei piaceri e La cura si sé, la cui ultimazione gli occupò due anni, mentre la morte lo sorprese prima di finire la correzione del libro sull’esperienza cristiana della carne. I proprietari dei diritti hanno considerato era giunto il momento di proporre un’edizione, dato che il manoscritto era parte del fondo BnF.

Perché appare solo oggi? Che cosa è cambiato?

F.G. – Dal 1984, i lavori di edizione di Foucault si sono moltiplicati: l’edizione dei suoi articoli, delle sue interviste, ecc. (Detti e scritti); l’edizione dei suoi corsi al Collège de France; il recupero dei suoi testi pubblicati nella Biblioteca de la Pléiade. Era senza dubbio ragionevole aspettare la fine di questi progetti per pubblicare questo inedito maggiore.

Al di là di tutto ciò che è stato pubblicato, c’è ancora molto altro da scoprire negli archivi personali di Foucault?

F.G. – Sfortunatamente non dispongo di una conoscenza esaustiva degli archivi di Foucault acquisiti dal BnF. Sono più di 40000 pagine. La loro esplorazione potrebbe nascondere alcune sorprese. Ci sono, ad esempio, un certo numeri di corsi che egli tenne nei suoi primi anni di docenza (Lille, Clermont-Ferrand, ecc.) e, più tardi, in università straniere (Tùnez, Sao Paulo, ecc.), ma vi sono anche frammenti inediti su Nietzsche o la pittura.

**Frédéric Gros, filosofo, professore di Scienze Politiche a Parigi, ha consacrato una parte dei suoi lavori a Foucault, collaborando, in particolare, all’edizione dei quattro volumi Detti e scritti (Gallimard), e dirigendo entrambi i volumi della Pléyade.

 

Traduzione a cura di Cristina Mongelluzzo e Raffaele D’andrea

Foucault, las palabras y los sexos // Roger-Pol Droit