Di Houria Bouteldja

Devo confessare che non ho una risposta definitiva a questa domanda: “Bisogna essere femministe oppure no?” Non sono scioccata quando delle donne indigene si definiscono femministe così come non lo sono quando rifiutano questa identità. Viviamo un momento storico complesso, e questa complessità rende più difficile la nostra autodefinizione. Comunque, esiste un bisogno di chiarificare, di analizzare, per portare avanti delle lotte adatte alla nostra condizione di donne non bianche che vivono in Occidente. Per necessità di analisi, utilizzerò il concetto di “femminismo decoloniale”, nonostante non mi soddisfi completamente. Tuttavia, esso è un compromesso tra una certa resistenza al femminismo sperimentata sia in Occidente, tra la popolazione non bianca, sia nel Terzo mondo, e la realtà massiva e inquietante delle violenze multidimensionali perpetrate verso le donne non bianche, violenze prodotte dagli Stati e dal neoliberalismo. [1] In altri termini, è un compromesso tra il razzismo e il sessismo istituzionali; è un compromesso tra la resistenza al femminismo, alle sue forme occidentalo-centriche [2] e la sua penetrazione effettiva nei mondi non bianchi, alla sua adozione e alla sua riappropriazione fatta da una parte delle donne indigene. Mi sono permessa d’invitare in questa riflessione Audre Lorde e James Baldwin, e d’ispirarmi al dibattito che hanno accordato nel 1984 alla rivista “Essence Magazine”. [3] Uno scambio appassionante tra una donna nera e un uomo nero, tra due militanti radicali della causa nera, una femminista e l’atro probabilmente no, dal punto di vista di ciò che si intende con il termine “femminismo” in Occidente.

Il “femminismo decoloniale” è dunque un concetto che si elabora nel quadro di uno Stato, di istituzioni e di una società bianchi, imperialisti, borghesi e patriarcali. È anche un concetto che ha l’ambizione di rendere conto della condizione concreta delle donne non bianche attraverso le esigenze che sono loro proprie tenendo conto dell’imbricazione dei rapporti di classe, di razza e di genere. Aggiungo che sono un membro di una organizzazione politica decoloniale che lotta contro il razzismo strutturale e l’imperialismo. Ed è in quanto tale che approccio la questione specifica delle donne.

Se questo femminismo dovesse svilupparsi in Francia, quali sarebbero i suoi fondamenti? Ne vedo principalmente cinque:

1/ Re-iscrivere il femminismo come fenomeno politico nello spazio e nel tempo, e comprendere le sue condizioni dell’emergere storico.

Troppo spesso, i femminismi del sud, femminismi islamici compresi, concepiscono il movimento femminista come un fenomeno astorico, universale e naturale. È anche visto come un segno intrinseco di progresso. La sottomissione è tale che delle femministe musulmane, ad esempio, non esitano a compiere degli anacronismi storici pur di iscrivere il femminismo nella genesi della storia islamica. Tutta la dignità dell’Islam sarebbe allora contenuta nella capacità di queste militanti di provare quanto l’Islam sia femminista nei testi e sessista nella lettura che ne ha fatto il patriarcato locale. Un solo iato in questa costruzione retorica: il femminismo come movimento politico non esisteva all’epoca della rivelazione. Nonostante ciò, esso diviene ai loro occhi il metro di paragone della modernità e rende l’Islam, religione che ha preceduto il femminismo nel tempo, dipendente da quest’ultimo (cosa che dovrebbe rappresentare il culmine per i credenti). Preferisco precisare qui che non ho niente contro questo procedimento che posso difendere nel caso in cui delle donne lo rivendichino e quando diventa necessario di fronte a dei poteri sempre più coercitivi e misogini, che effettivamente non esitano a mobilitare la legittimità coranica. Penso solo che pecchi di un’adesione cieca al paradigma della modernità, attraverso l’idea che i conflitti di genere siano innanzitutto determinati dalla natura delle società islamiche e, in minor misura, dalle strutture economiche e politiche globali e dai rapporti Nord/Sud. Tornerò più avanti su questo punto. Pertanto, le società in cui il movimento femminista è inesistente o marginale sono considerate come portatrici di un ritardo di civilizzazione. Inoltre, secondo questa prospettiva, è necessario recuperare questo ritardo, operando dei “trapianti” in spazi/tempi diversi, ignorando le realtà socio-storiche e geopolitiche dei paesi interessati, l’impatto della modernità nei rapporti di genere e nella loro trasformazione, ma anche trascurando le condizioni storiche dell’emergere del femminismo che ne fanno un fenomeno specifico dell’Europa e, più in generale, a questo spazio geopolitico che chiamiamo Occidente e che comprende l’Europa dell’Ovest, gli Stati Uniti d’America, il Canada e l’Australia. Se si definisce il femminismo come 1/ un fenomeno politico che si dà per orizzonte la distruzione del patriarcato e la fine della dominazione strutturale del genere maschile su quello femminile, 2/ nel quadro di uno Stato di diritto ugualitario e fondato sul concetto di cittadino, allora sì, il femminismo può essere considerato un fenomeno assolutamente occidentale. La mia ipotesi, che sottopongo alla vostra critica, è che le sue condizioni di emergenza non sono il risultato del semplice “caso” o il frutto di una coscienza femminista spontanea delle donne bianche. Penso che questa coscienza femminista può essere anche analizzata come il prodotto di un sistema politico e economico già esistente. Inoltre, è necessario andare alle condizioni strutturali e storiche che hanno permesso la nascita del femminismo. Dunque, mi sembra, non è possibile non ri-situare le premesse della possibilità del femminismo in un momento geopolitico preciso: quello dell’espansione capitalista e coloniale resa possibile dalla “scoperta dell’America” e in un altro momento fondatore: la rivoluzione francese, essa-stessa condizione della costituzione dello Stato di diritto e dell’individuo cittadino. La rivoluzione francese diventa in questo modo una promessa: quella del riconoscimento della cittadinanza universale, piena e integrale. Questa promessa non è stata evidentemente mantenuta poiché questa cittadinanza era, inizialmente, riservata agli uomini, ma essa diveniva inevitabilmente un orizzonte possibile per le donne perché, da quel momento in poi, grazie ai principi della rivoluzione, esse avrebbero potuto risolvere l’equazione: se l’individuo è un cittadino, e visto che la donna è un individuo, allora la donna è una cittadina a pieno titolo… Non è un caso se il club delle cittadine repubblicane rivoluzionarie è stato ufficialmente fondato il 10 maggio 1793, sarebbe a dire quattro anni dopo la rivoluzione e che queste reclamino il diritto di costituirsi come corpo di milizie al servizio della rivoluzione. Era un modo di reclamare la cittadinanza. Loro diranno semplicemente “proviamo agli uomini che facciamo politica bene quanto loro”. [4] Il femminismo, così come lo abbiamo definito in principio, impiegherà molto tempo a svilupparsi (il suo apogeo si situa negli anni ’70) ma sarà sempre contenuto nella cornice delle democrazie liberali fondate sull’idea dell’eguaglianza dei cittadini e nelle quali le donne bianche hanno ottenuto dei diritti, certo attraverso la lotta, ma anche grazie alla dominazione imperiale. Non dimentichiamo che all’epoca della rivoluzione, la tratta negriera già esisteva e che la Francia era parte importante di questo commercio. Precisiamo qui che i conflitti d’interesse “di razza” tra il sud e il nord non sono ancora chiari in quest’epoca. I popoli del nord che non erano ancora pienamente “bianchi” potevano considerare delle convergenze pericolose con i popoli colonizzati. In Francia, la rivoluzione francese coincide con la rivoluzione haitiana e interagisce con questa. I sanculotti manifestano per richiedere l’abolizione della schiavitù contro “l’aristocrazia dell’epidermide”. Ma gli Stati coloniali in via di costituzione hanno sempre saputo integrare abilmente alcuni strati del proletariato e delle donne attraverso il loro braccio sociale o politico. È anche in questo modo che fu inventata la razza bianca. Per tornare alla questione delle condizioni della nascita del femminismo, bisogna dunque sottolineare due fenomeni che struttureranno i futuri Stati-nazione: l’espansione capitalista e coloniale e l’avvento delle democrazie. Non è inutile qui ricordare che l’Europa diventerà il teatro di lotte che avranno come risultato delle guerre sanguinose, dei conflitti di classe estremamente aspri e delle negoziazioni all’interno delle frontiere degli Stati-nazione coloniali, e che queste lotte rinforzeranno i diritti dei cittadini grazie ai, e la maggior parte delle volte a discapito dei, popoli coloniali. “La storia dell’Occidente”, scrive Domenico Losurdo, “si trova di fronte a un paradosso. La linea netta di demarcazione tra Bianchi da una parte, Neri e Pellerossa dall’altra, favorisce lo sviluppo di rapporti d’uguaglianza all’interno della comunità bianca”. [5] E Sadri Khiari prosegue: “Il principio della democrazia capitalista è la libertà individuale e l’uguaglianza politica. Le razze ne sono la negazione. Ma ne sono anche indissociabili. La modernità borghese, che si instaura tra il XVIII e il XIX secolo, si sviluppa infatti all’incrocio di due movimenti contraddittori e nondimeno complementari, la liberazione degli individui dalle gerarchie statutarie, indispensabili all’affermazione dello Stato moderno e all’espansione del Capitale, e l’espansione imperiale che era altrettanto necessaria”. [6] Ricordiamo, dunque, di questo ragionamento, che la promozione delle donne bianche si fa dopo la rivoluzione francese e durante l’espansione coloniale. Possiamo dire la stessa cosa del movimento operaio. Sono queste quelle che ho chiamato, nel sottotitolo, “le condizioni dell’emergere storico”.

2/ Comprendere le condizioni di penetrazione del femminismo nelle società del Sud e nei Sud all’interno dei Nord.

Audre Lorde interpella James Baldwin che le rimprovera di accusare troppo gli uomini neri: “Io non do la colpa agli uomini neri. Quello che dico, è che c’è bisogno di rivedere i nostri modi di combattere la nostra oppressione comune perché se non lo facciamo, ci distruggeremo. C’è bisogno che noi cominciamo a ridefinire quello che è una donna, quello che è un uomo e come tessere le nostre relazioni.” E lui risponde: “Ma ciò esige di ridefinire i termini dell’Occidente.”

Prolunghiamo qui la riflessione di Baldwin: È stata l’espansione del capitalismo attraverso il mondo che ha esportato i sistemi politici, i conflitti che strutturano il mondo bianco tra la sinistra e la destra e tra progressisti e conservatori, gli Stati-nazione, le lingue, i modi di vivere, i codici d’abbigliamento, le epistemologie, le strutture del pensiero… Non c’è nessuna ragione di pensare che il femminismo sia sfuggito da questa dinamica. Per me, il femminismo fa effettivamente parte dei fenomeni europei esportati. La potenza dell’imperialismo è tale che l’insieme dei fenomeni che strutturano il campo politico, economico e culturale dell’Occidente si siano imposti nel mondo con più o meno fortuna: alle volte si sono urtati alle resistenze dei popoli, alle volte sono penetrati come una lama nel burro. Diventano realtà. Informano e danno forma al quotidiano. Ma tutti questi paesi hanno delle storie specifiche e soprattutto dei sistemi economici e politici specifici che determinano e danno forma, tra gli altri, al rapporto tra i generi. Precisiamo qui che prima del “grande incontro” con l’Occidente, vi erano degli spazi dove i rapporti di dominazione di genere non esistevano, vi erano persino delle regioni del mondo in cui il genere femminile non esisteva. [7] Vi erano anche delle regioni dove, invece, c’era un patriarcato locale specifico, sarebbe a dire non cristianocentrico e non necessariamente eterosessista. D’altronde, prima della grande notte coloniale, c’era un’estrema diversità nei rapporti umani che non bisogna idealizzare ma che è necessario sottolineare. Come ricorda Paola Bacchetta, “I colonizzatori non hanno solamente imposto le loro proprie nozioni di genere e di sessualità a dei soggetti colonizzati. L’effetto di questa imposizione è stata di peggiorare notevolmente la situazione delle donne e delle minoranze sessuali”. [8] A distanza di 50 anni sappiamo, in particolare grazie agli intellettuali decoloniali dell’America Latina, che se le indipendenze formali hanno avuto luogo, la “colonialità del potere” non è scomparsa. Le giovani nazioni liberate, infatti, hanno seguito i passi dei loro vecchi padroni, hanno copiato i loro sistemi politici senza criticarli, adottato le forme degli Stati-nazione europei, e francese in particolar modo, i cui limiti erano stati dolorosamente provati durante le due guerre cosiddette mondiali, le forme di giurisdizione, di democrazia, di rapporto alla cittadinanza, alla libertà, all’emancipazione… La diversità delle forme sociali ha così lasciato il campo a una progressiva omogeneizzazione. La diversità è o scomparsa, oppure si è metamorfizzata. Alle volte ha resistito e si è ricomposta. È quello che è successo nella maggior parte dei casi. Il femminismo come idea ma anche come forma di lotta diviene dunque alle volte una realtà che bisogna accettare quando le donne se ne appropriano e la ridefiniscono, che sia secolare, islamica, o articolata alle culture locali, ma accettare di rifiutarla se le donne la rifiutano. Sottolineiamo qui che il femminismo appare nel Terzo mondo a cavallo del XX secolo, nel momento delle grandi contestazioni anticoloniali e della formazione delle grandi utopie liberatrici (socialismo, nazionalismo, islam politico…) ma che sarà sempre incastonato nella critica radicale dell’imperialismo. [9] Precisiamo inoltre che in Egitto sarà concomitante al femminismo europeo. Si potrebbe pensare che questa circostanza indebolisce l’argomento delle origini occidentali del femminismo. Ciò comporterebbe da un lato ignorare il ruolo della propaganda coloniale che non aveva mai smesso d’accusare l’Oriente per la sua presunta misoginia ontologica (nonostante esso fosse fondamentalmente patriarcale) e, dall’altro, i primi passi dei paesi colonizzati verso la costruzione di Stati-nazione “democratici”. In questo contesto, i movimenti rivoluzionari o riformisti si modulavano, senza ridursi, su degli schemi predefiniti (nazionalismo, marxismo, femminismo). Ma proseguiamo: prima di pensare il femminismo, i rapporti di classe, bisogna ragionare sul sistema politico, sulla forma di Stato, sui rapporti Nord-Sud e beninteso sul capitalismo e sulle sue forme neoliberali. È quello che suggerisce Baldwin quando condiziona la ridefinizione della femminilità e della mascolinità a una messa in discussione dell’Occidente. Il mio postulato è che non si possa pensare il tipo di relazioni sociali, la famiglia, i rapporti di genere o la sessualità se non si pensa la natura dello Stato e se non si pensano i rapporti Nord-Sud, il neoliberalismo e le sue metamorfosi. Inoltre, bisogna mettere in discussione la nozione d’uguaglianza, d’emancipazione, di libertà, di progresso, sarebbe a dire rifiutare di conformarsi al modello liberale dell’individuo. Un individuo che non soffre di alcun intralcio alla sua libertà di godere e di compiersi, un metro di misura della modernità che “fa eco al desiderio di consumare, serve da motore al mercato, e permette di distogliere l’attenzione dalle ingiustizie economiche e sociali che risultano dalla discriminazione e dalle forme strutturali dell’ineguaglianza”. [10] Abbiamo bisogno di un pensiero globale che pensi a una alternativa alla civiltà occidentale in declino che ha raggiunto i suoi limiti. In altri termini, pensare il genere e ai tipi di relazioni uomini/donne, non può prescindere da una messa in discussione radicale della modernità occidentale e di una riflessione su una sua alternativa.

3/ Tenere conto dell’imbricazione delle oppressioni che le donne subiscono in quanto soggetti coloniali all’interno delle metropoli imperialiste o in quanto soggetti dell’impero nei paesi del Sud.

Le donne bianche subiscono, nel peggiore dei casi, due oppressioni: di classe, se sono povere, e di genere. Le donne del sud subiscono praticamente sempre e sistematicamente le tre oppressioni: di genere, di razza e di classe. L’imbricazione delle tre fa sì che siano spesso schiacciate dal peso della loro condizione. [11] Riporto un esempio che mi ha molto colpito. Alla domanda “perché non avete denunciato”, la vittima of color di uno stupro risponde all’intervistatore nero: “Non ho mai denunciato perché vi volevo proteggere. Non potevo sopportare di vedere un altro uomo nero in prigione”. [12] Vi lascio meditare su questo esempio. Vi aggiungo quello di molte amiche chicane che vivono negli USA dalle quali ho imparato molto e in particolare come si organizzano di fronte alla minaccia di stupro all’interno della loro comunità. Tra la violenza maschile interna e la pressione poliziesca che riguarda essenzialmente gli uomini, mettono in campo un sistema di vigilanza e di allarme che possa dissuadere gli aggressori, ma che resta precario. Ma tra loro, la cosa è chiara. Non si fa mai richiesta d’aiuto alle forze dell’ordine. Capite bene che questa situazione è insostenibile e che il margine di manovra di molte donne non bianche è estremamente ridotto. È quello che Audre Lorde dice: “È vitale trattare senza sosta la questione del razzismo, e del razzismo bianco contro il popolo nero – di riconoscerlo come un dominio legittimo di ricerca. Dobbiamo esaminare anche il modo in cui abbiamo assorbito il sessismo e l’eterosessismo. Sono le norme del drago nelle quali siamo nati – e dobbiamo esaminare queste distorsioni con la stessa apertura e la stessa implicazione che è mobilitata contro il razzismo…”. Audre Lorde si mostra esigente in quanto donna e ha ragione. Le nostre comunità non possono rinunciare a questa introspezione. Aggiungo che gli uomini of color devono imparare ad amare le donne of color e comprendere il loro sacrificio così come queste comprendono la necessità di proteggerli. [13] Dicevo sopra che il femminismo è un fenomeno politico occidentale. Ma ciò non significa che le donne del sud non abbiano sviluppato, prima dell’era coloniale, durante e dopo, delle strategie e delle forme di lotta che le sono proprie e che sono adatte al loro ambiente e alla loro condizione materiale. Credo, da parte mia e grazie all’esperienza dei nostri modelli storici, delle nostre madri, nonne, sorelle maggiori, che le donne of color hanno sempre resistito e che ci hanno trasmesso un senso acuto della dignità. I racconti, le poesie, le canzoni, testimoniano della loro lucidità riguardo alla violenza maschile. Non hanno delle lezioni da ricevere. Sento spesso delle donne del mio entourage dire: “Il mio modello è mia madre” o “I nostri veri modelli, sono le donne delle nostre parti”. È importante considerare il nostro benessere in quanto donne a partire da questa eredità sensibile.

4/ Integrare l’oppressione specifica del genere maschile non bianco.

James Baldwin: “Le donne ne sanno molto di più degli uomini”. Audre Lorde: “E perché? Per le stesse ragioni che fanno che i Neri sanno quello che i Bianchi pensano. È una questione di sopravvivenza”.

È vero, le donne, a partire dalla loro condizione, ne sanno di più, ed è per questa ragione che sono sempre state più strateghe… o astute diranno altre. Sanno in particolare che non c’è solo il genere femminile a essere dominato. Il genere maschile non Bianco lo è altrettanto, se non in misura maggiore in ambiente bianco.

“Sai che cosa succede a un uomo quando ha vergogna di sé stesso, quando non trova un lavoro? Quando i suoi calzini puzzano? Quando non può proteggere nessuno? Quando non può fare nulla? Sai cosa succede a un uomo quando non può guardare in faccia i suoi figli perché ha vergogna di sé stesso? Non è come essere una donna…”, dice James Baldwin.

L’uomo non Bianco era e resta l’obiettivo privilegiato del razzismo coloniale. La sua sessualità è bestiale, è un ladro, stupratore e un “velatore” di donne. In Europa, le prigioni pullulano di Neri e di Arabi, le perquisizioni su base etnica (contrôles au faciès, la pratica di fermare per controlli routinari, Ndt) non riguardano che gli uomini, che sono i principali obiettivi della polizia. Gli uomini non bianchi vengono sviliti agli occhi delle donne della loro comunità. E sono proprio queste stesse donne che essi tentano disperatamente di riconquistare spesso attraverso la violenza. In una società castratrice, patriarcale e razzista (che subisce l’imperialismo), esistere, è esistere virilmente. Un femminismo decoloniale non può non prendere in conto questo “problema nel genere” mascolino indigeno perché l’oppressione degli uomini si ripercuote immediatamente sulle donne. Direi anche che ne è un dato cardinale. È così che l’affermazione “l’uomo indigeno non è il nostro nemico principale” acquisisce tutto il suo senso.

James Baldwin dice: “L’uomo nero ha un pene. E glielo hanno strappato. Un uomo nero è un ***** quando tenta di essere un modello per i suoi bambini e tenta di proteggere la sua donna. È un crimine maggiore in questa repubblica. E l’uomo nero lo sa. E ogni donna nera ne paga il prezzo. E così ogni bambino nero”. Audre Lorde aggiunge: “I poliziotti uccidono gli uomini e gli uomini uccidono le donne. Io parlo di stupro, io parlo di assassinii”.

In effetti, sono le donne che subiscono duramente l’umiliazione fatta agli uomini. La castrazione virile, conseguenza del razzismo strutturale, è un’umiliazione che gli uomini fanno subire alle loro donne, sorelle, figlie. In altri termini, più il pensiero egemonico dirà che gli uomini razzializzati sono barbari, più loro opprimeranno le donne del loro entourage. Sono gli effetti del patriarcato bianco e razzista che esacerba i rapporti di genere in contesto indigeno. È questo il motivo per cui un femminismo decoloniale deve avere come imperativo quello di rifiutare radicalmente i discorsi e le pratiche che stigmatizzano gli uomini non-bianchi e che nello stesso modo scagionano il patriarcato bianco, strutturale in Europa. Credo che Audre Lorde ne abbia coscienza quando dice a Baldwin: “È vitale per me essere capace di ascoltarti, di sentire quello che ti definisce, e per te di ascoltarmi, e sentire quello che mi definisce. Perché finché cresceremo dentro questo vecchio modello, esso non servirà a nessuno come non ci è mai servito”.

Tutto questo ha delle implicazioni politiche e strategiche. Ciò significa che dobbiamo impegnarci, con gli uomini, in una riflessione sulla mascolinità come ci invita il lucidissimo James Baldwin quando dice a Lorde: “Non c’è alcun modello di mascolinità in questo paese che si possa rispettare. Una parte dell’orrore nell’essere nero americano è di essere intrappolato nel ruolo di interprete dell’imitazione di una imitazione”.

Così, un femminismo decoloniale deve darsi come obiettivo quello di distruggere l’imitazione dell’imitazione. Ciò sarà necessariamente un lavoro di fino. Bisognerà in effetti individuare nella virilità testosteronica del maschio indigeno, la parte che resiste alla dominazione bianca, canalizzarla, neutralizzarne la violenza sessista per orientarla verso un progetto di liberazione comune. Non si nasce uomo indigeno, lo si diventa.

5/ Ripensare la solidarietà internazionale e favorire le alleanze Sud-Sud.

Penso innanzitutto che, prima di pensare la solidarietà del Nord verso il Sud, bisogna prioritariamente pensare la solidarietà e il dialogo Sud-Sud. È urgente ricreare una fraternità tra i dannati della terra e reinserire le lotte nella storia anticoloniale e antimperialista, rinnovare, in qualche modo, con lo spirito della Tricontinentale. Perché? Se è vero che i conflitti d’interesse, le fratture e le divisioni sono molte (tra Stati-nazione, etniche, religiose, di genere, di colore), esiste una unità di condizione della maggioranza dei popoli del sud che subiscono una doppia violenza: quella militare, politica, economica e culturale dell’Occidente e quella autoritaria e dittatoriale dei loro propri governanti. La convergenza delle lotte tra donne maliane, marocchine e guatemalteche è più coerente che quella, più artificiale, tra le donne del Sud e le donne europee. D’altronde non penso che esista un universale femminile perché gli interessi che uniscono gli uomini bianchi e le donne bianche sono molto più potenti che quelli che possono unire le donne bianche e le donne dei Sud. Pensiamo a questo: per la prima volta nella storia dell’umanità, la minoranza delle donne occidentali (dominate dal patriarcato delle loro rispettive società) ha un capitale economico, politico e simbolico dieci volte maggiore che la maggioranza degli uomini del pianeta. [14] Questo fatto assolutamente innegabile ma impensato distrugge l’idea di una sorellanza universale fondata sull’oppressione di genere. Pensare che possa esserci una solidarietà tra le donne del Sud e le donne del Nord semplicemente perché sono donne e vittime del patriarcato, senza che sorgano conflitti d’interesse, è come credere che possa esserci convergenza d’interessi tra borghesi e proletari.

Del resto, non penso che bisogni rifiutare la solidarietà del Nord verso il Sud. Al contrario, bisogna svilupparla. Ma desidererei aggiungere qui una sfumatura. C’è un Nord of color e c’è un Nord bianco anti-imperialista. E ognuno di questi gruppi ha la sua propria missione. Il grado di dipendenza dei popoli del Sud è tale che spesso questa solidarietà si negozia a partire dalle condizioni poste dai progressisti occidentali. Il ruolo dei non-Bianchi d’Occidente, che hanno globalmente una sensibilità terzomondista più forte e più autentica (a causa del loro statuto di vittime storiche del colonialismo), fa sì che essi possono diventare delle forze d’influenza, sia per far progredire l’antimperialismo in contesto bianco, sia, ugualmente, per costringere gli anti-imperialisti bianchi a non condizionare il loro sostegno all’adesione dei popoli del Sud ai loro “valori”, alle loro agende. Sarebbe a dire, combattere il loro imperialismo per quello che è e smetterla di esigere dalle vittime dei certificati di buona condotta anticapitalista, femminista, marxista, secolare, progressista… Ciò potrebbe cominciare, come suggerisce la stimolante Silvia Federici [15], da una critica radicale della nuova divisione internazionale del lavoro (NDIL), il cui carattere antifemminista è largamente provato e che integra le donne del Terzo Mondo nell’economia mondiale per sfruttarne ferocemente la forza lavoro a profitto del Nord: sostituzione del patriarcato locale con un patriarcato neoliberale, estrema pauperizzazione, ritorno di nuove forme di schiavismo, traffico internazionale di bambini, massificazione del lavoro domestico, massificazione della prostituzione e dell’industria del sesso… Detto ciò, noi stesse, le non Bianche del Nord, siamo privilegiate. I nostri interessi oggettivi divergono da quelli dei popoli del Sud. Noi dobbiamo avere coscienza di questo e non sostituirci alle loro lotte. Se dovessi riassumere la situazione, raccomanderei tre iniziative complementari: i popoli del Sud sotto dominazione imperialista devono stabilire la loro propria agenda, cessare di guardare al Nord e privilegiare delle alleanze Sud-Sud. I non Bianchi del Nord devono allearsi prioritariamente con i non Bianchi del Nord. È urgente accelerare lo sviluppo di forze di resistenza decoloniale nel Nord. Queste devono avere due obiettivi: lottare contro il razzismo strutturale delle società bianche e combattere l’imperialismo dei loro rispettivi Stati creando delle sinergie attraverso l’Europa, l’Australia e gli Stati Uniti. Bisogna fin da adesso considerare dei grandi raggruppamenti internazionali di popoli non Bianchi all’interno dell’Occidente. Infine, i Bianchi antirazzisti e antimperialisti devono, come i non Bianchi, combattere le politiche imperialiste e neoliberali dei loro paesi, aiutare a decolonizzare le loro organizzazioni e rinunciare a decidere il miglior modo di lottare. L’insieme di questa azione potrebbe essere accostata a una divisione internazionale del lavoro militante per contenere gli effetti devastatori della crisi del capitalismo, che è anche una crisi di civiltà, e partecipare alla transizione verso un modello, molto semplicemente, più umano.

Vorrei concludere con una citazione di Baldwin che voglio fare mia e nella quale individuo una forte spiritualità e, allo stesso tempo, un potenziale liberatore: “Credo che il senso nero della mascolinità e della femminilità sia molto più sofisticato del senso occidentale”.

Houria Bouteldja,

Berkeley, 15 aprile 2014

[Traduzione di Andrea Caroselli – Articolo apparso sul sito del Parti des Indigénes de la Republique il 14 Settembre 2014]

Note

[1] A proposito di questo, leggere l’eccellente « Comprendre la violence sexiste à l’ère du néolibéralisme » de Tithi Bhattacharya http://revueperiode.net/comprendre-la-violence-sexiste-a-lere-duneoliberalisme/

[2] Le féminisme européen est évidemment pluriel. Il peut être d’Etat, libéral, néolibéral, impérialiste ou au contraire radical, antilibéral, anti-impérialiste et antiraciste. C’est de sa version dominante dont il sera question ici.

[4] Une histoire de la révolution française, Eric Hazan, éditions La Fabrique

[5] Domenico Losurdo, Le péché original du XXe siècle, éditions Aden.

[6] Sadri Khiari, La contre-révolution coloniale en France de de Gaulle à Sarkozy, éditions La Fabrique

[7] The invention of women, Oyéronké Oyewumi, University of Minnesota Press

[8] « Réflexions sur les alliances féministes transnationales »

[9] « Les nations obscures. Une histoire populaire du tiers monde », De Vijay Prashad, Editions Ecosociété

[10] Emancipation et Egalité : une généalogie critique, Joan Scott

[11] Sui limiti della nozione di intersezionalità, leggere: http://indigenes-republique.fr/raceclasse-et-genre-lintersectionalite-entre-realite-sociale-et-limites-politiques/

[12]http://www.huffingtonpost.com/gordon-braxton/this-sexual-assaultvicti_b_5125310.html?utm_hp_ref=fb&src=sp&comm_ref=false

[13] A proposito della nozione di sacrificio, leggere: http://indigenes-republique.fr/universalismegay-homoracialisme-et-mariage-pour-tous-2/

[14] Voir « la matrice du pouvoir », Ramon Grosfoguel / http://www.youtube.com/watch?v=mVC5G49Ps4M

[15] Reproduction et lutte féministes dans la nouvelle division internationale du travail, Silvia Federici http://revueperiode.net/reproduction-et-lutte-feministe-dans-la-nouvelle-divisioninternationale-du-travail/