di Andrea Ruben Pomella

 

«L’unica città orientale senza un quartiere europeo» (Anonimo viaggiatore inglese)

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Questa suggestiva descrizione di Napoli ci restituisce una fotografia della città incorniciata in una dimensione spazio-temporale statica, sempre uguale a se stessa, che sembra essere vera tanto ieri, quanto oggi. D’altro canto, ci offre anche una prospettiva da cui poter individuare le radici di un dualismo che ha costituito la formazione moderna del capoluogo campano. Da un lato, il termine “orientale” catapulta inconsciamente il lettore in un’atmosfera esotica, indigena, per cui arretrata, non progredita, pre-moderna; dall’altro, la mancanza di un “quartiere europeo”, sinonimo di sviluppo, progresso, modernità, testimonia l’appartenenza forzata della città ad un’idea di “Europa” verso cui tendere, all’interno della quale l’unico posizionamento possibile è ai margini.

Nella narrazione eurocentrica della storia, che avanza  secondo una lineare e ineluttabile predestinazione, ciò che viene prima non può altro che connotarsi come regresso e, di conseguenza, superato, mentre una certa rappresentazione del contemporaneo si eleva a massimo stadio di sviluppo raggiungibile secondo i rapporti sociali di produzione esistenti. Il futuro, verso cui proiettiamo la speranza del miglioramento, al contrario, diventa possibilità di redenzione dai mali del “passato-passato” e del “passato-contemporaneo”, un tempo positivo per definizione. Ci si dovrebbe chiedere se i totalizzanti parametri modernisti attraverso cui interpretiamo in modo omogeneo i processi sociali siano appropriati nell’analisi sociologica, storica ed economica della città partenopea. Come spazio eterogeneo Napoli rappresenta una frattura: partecipe al progresso, senza esserne assorbita del tutto, introduce l’irregolare e il non pianificato, il contingente, lo storico (Chambers, 2007). Ciò su cui ci interroghiamo è se la città è ancora sprovvista di quella dimensione europea che la costringe a vivere incatenata al “passato” o se manifesta invece segni di vita “presente”. In definitiva, se ha possibilità di una futura modernizzazione secondo l’ordine discorsivo neoliberale ed eurocentrico. Spesso anche lo sguardo più critico osserva Napoli come una mosca che guarda la paletta lì pronta a colpirla. All’insetto appare ferma: la velocità è tale che le sue migliaia di occhi, capaci di cogliere ogni minimo movimento, trasmettono un’unica immagine statica, cristallizzata. Il cambiamento esiste, ma non viene percepito.

Il progressivo aumento dell’immigrazione extra-europea e l’economia della cultura e della conoscenza come nuovo indotto produttivo, avvicinano per paradosso la città partenopea alla composizione metropolitana delle grandi capitali europee come Berlino, Londra o Parigi. Periferia e centro si mischiano, intrecciandosi in una rete urbana e sociale in cui tentare un sezionamento analitico dei suoi fili risulterebbe una forzatura. Nel caso napoletano, la preponderanza del non pianificato e dell’irregolare lascerebbe pensare più che a “isole di arretratezza” (Luongo e Oliva, 1959) ad “isole di progresso”, nella misura in cui l’“isola” è di per sé uno spazio distante, difficilmente raggiungibile, unico.

Centro storico, spazio europeo

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Nonostante la costruzione del Centro Direzionale, con i suoi grattacieli specchiati – per la maggior parte vuoti – e le sue sedi amministrative, sia stato uno dei primi tentativi di edificazione di uno spazio che rappresentasse la Napoli occidentale, solo da poco possiamo costatare l’esistenza di un “quartiere europeo”. Il Centro storico della città è diventato definitivamente il luogo della “Europeness” napoletana. Con un processo che dura da almeno trentacinque anni, il risanamento e la bonifica del territorio dai fattori inquinanti – i disoccupati, la cosiddetta economia del vicolo e i suoi occupati, gli artigiani, i portuali, gli extra-legali – si possono osservare oggi a pieno regime. Se si guarda al “centro antico” – quello all’interno delle mura greche – gli interventi sembrano sostanzialmente ultimati.  Il lungo processo predatorio di accumulazione per spossessamento ha lasciato ben visibili le sue scintillanti rovine. Considerando che negli anni Sessanta il Centro storico accoglieva ancora la metà della popolazione di tutta la città e oggi vi risiede solo un terzo degli abitanti, possiamo idealmente misurare l’entità dello spopolamento verificatosi. Se in quest’arco temporale inseriamo un evento come il terremoto dell’Ottanta, che ha posto le condizioni di una vera e propria deportazione di centinaia di migliaia di senza-tetto tra il litorale domizio, Secondigliano e Ponticelli; se a questo sommiamo l’urbanizzazione negli ultimi venticinque anni di aree rurali, la “grande pianura” – vedi Giugliano che oggi è la terza città in Campania – e l’aumento dell’immigrazione extra-europea, abbiamo individuato solo alcuni degli aspetti che hanno stravolto la composizione sociale di Napoli.

La bonifica del Centro è stato un presupposto ineludibile ai fini di una riconversione economica del territorio. Bisognava rendere fertile una terra inospitale all’insediamento dei moderni valori europei.Le nuove forme di consumismo e i rituali sociali tipici della vita urbana occidentale contemporanea hanno portato studiosi come Lloyd e Clark (2001) a descrivere la metropoli attuale come una “fabbrica del divertimento”, ossia un luogo in cui esistono spazi dedicati al consumo di spettacoli, shopping, intrattenimento e distrazioni, vita notturna e avventure culturali occasionali in musei, gallerie d’arte, sale concerti e così via. Così Napoli dagli anni Novanta in poi inizia a promuovere se stessa, riformula la propria immagine verso l’esterno e verso l’interno, “riscrive” gli spazi pubblici attraverso confini definiti attorno ai “comportamenti appropriati” e a un “pubblico accettabile” (Dines, 2005). Si ristruttura sulle fondamenta ideologiche e produttive dell’economia della cultura e della conoscenza. L’orgoglio civico, il decoro urbano, la nuova idea di cittadinanza, saranno temi fondamentali per il “nuovo corso napoletano” (Bassolino, 1996) che investirà in particolare proprio il centro storico della città.

La dinamica migratoria certifica i cambiamenti intercorsi. Attorno alle mura greche della città antica inizia l’assedio delle nuove forme salariate, precarie e a nero che popolano quartieri popolari storici come Montesanto, i Quartieri Spagnoli, la Sanità, Forcella – rappresentate in modo sempre più preponderante da soggetti migranti. Così come in tutte le grandi metropoli occidentali, le periferie diventano stoccaggio di una riserva di marginali da impiegare nelle mansioni meno qualificate e senza alcun tipo di garanzia. A differenza di Parigi, però, per trovare le banlieues napoletane non c’è bisogno di viaggiare in metro o in automobile, basta attraversare via Pessina da p.zza Dante per raggiungere il Cavone. In una città che presenta alcune zone con la stessa densità di popolazione di Hong Kong, centro e periferia, come dicevamo, si intrecciano e ingarbugliano in una prossimità geografica che rende forzata l’individuazione di confini geometrici.In questo senso, il Centro antico diventa un’”isola europea” in cui i dispositivi di omogeneizzazione dello spazio pubblico hanno reso rendono  possibile la sua fruibilità a una middle class globale con esigenze standardizzate dal capitalismo trasnazionale.

Napoli non resta affatto ai margini dell’attuale fase postcoloniale del capitalismo globale. Se lo spazio globale è sempre più il risultato di assemblaggi eterogenei di sovranità multiscalari e flussi culturali, sociali e materiali che ne disegnano delle striature piuttosto che omogeneizzare uno spazio liscio (Mezzadra, 2008), forse in Europa è a Napoli più che altrove che queste dinamiche assumono una certa visibilità. Infine, al di là delle continue rappresentazioni stereotipate che se ne fanno di essa e del Meridione attraverso servizi giornalistici che avvolte sembrano dipingere i tratti di una sub-specie della razza euro-italiana, se consideriamo le serie tv alla Gomorra e l’attuale boom di film girati e (poco) prodotti a Napoli – settori par excellance del dispiegamento dell’economia dello spettacolo – l’orientalizzazione 2.0 della città sembra godere di ottima salute, continuando a funzionare da consueto dispositivo di estrazione e legittimazione degli attuali rapporti di classe. Anche all’interno dei propri confini, l’Europa del decoro e della civiltà continua ad assolversi dalla propria matrice coloniale e imperialista.