La crisi dell’antirazzismo mainstream

Macerata è passata ma Macerata rimane. Prima di tutto per Jennifer, Mahamadou, Wilson, Gideon, Omar e Festus, vittime dell’infame aggressione razzista di Luca Traini. E deve rimanere anche per noi. Innanzitutto perché le numerose manifestazioni antirazziste e antifasciste svoltesi sin dai giorni immediatamente successivi alla strage, da Macerata a Milano e altre altre città, sono state un segnale indubbiamente importante, il grado zero da cui ripartire. Si è detto, a ragione, che la strage razzista tentata da Luca Traini ha rappresentato un perverso salto di qualità del razzismo in Italia, l’augurio è che queste mobilitazioni comincino a segnare un salto di qualità anche del nostro antirazzismo. Compiere questo salto di qualità richiede, dal nostro punto di vista, un primo passo obbligato: riconoscere l’inadeguatezza del discorso antirazzista dominante fino a ieri in Italia, all’interno sia del sedicente scenario “progressista” istituzionale sia dei movimenti e della sinistra radicale. Non stiamo parlando qui delle importanti esperienze meticce di costruzione di solidarietà dal basso né di quelle numerose lotte antirazziste disseminatesi nei territori negli ultimi anni, quanto della costruzione stessa del nostro discorso antirazzista. La nostra percezione è che tale discorso, in tutte le sue varianti più o meno “progressiste”, da tempo non sia più all’altezza dei conflitti attraverso cui si sta mostrando in tutta la sua violenza e ferocia la presente congiuntura europea. E’ chiaro che non è possibile leggere questo salto di qualità della violenza razzista in Italia, così come sta accadendo nel resto dell’Europa, al di fuori dell’implosione del modo di accumulazione neoliberale segnata dalla crisi economico-finanziaria del 2008. Si tratta di un’impressione assai diffusa e che non può non portare con sé una rimessa in discussione di alcune concezioni alla base dell’antirazzismo tradizionale. Sintomo primario di questa sentita inattualità dell’antirazzismo dominante è stato sicuramente la notevole quantità di riflessioni sulle particolarità del razzismo in Italia tentate subito dopo Macerata e che in molti casi hanno proposto aggiornamenti davvero interessanti sull’analisi di questo fenomeno nella storia e nel presente nazionale. Ci sembra dunque che Macerata abbia conclamato implicitamente ed esplicitamente uno stato di crisi profonda dei discorsi antirazzisti più correnti. Diciamoci la verità: il dibattito teorico su razzismo e antirazzismo in Italia è a dir poco deludente. Esso appare da sempre rinchiuso attorno a concezioni banali e semplificatorie volte a narrare il razzismo come pregiudizio o ignoranza, guerra fra poveri, inganno per dividere la classe lavoratrice, bugia dei partiti razzisti per governare la crisi, sfruttamento del lavoro migrante o semplicemente come sinonimo di fascismo. È chiaro che il razzismo è anche tutte queste cose ma c’è molto di più. Esso trae la propria forza dalla sua capacità di articolazione, dalla sua estrema efficacia nell’adeguarsi alle esigenze dei diversi momenti e congiunture, di diversi dispositivi di governo. Il razzismo ha una storia sedimentata nella stessa costituzione materiale e simbolica della modernità capitalistica. Un salto di qualità del nostro antirazzismo significa cominciare a lavorare a ciò che Stuart Hall ha chiamato una “teoria complessa di razza e razzismo”, ovvero a una teoria, per così dire, “senza garanzie”. Dove “senza garanzie” vuol dire teoria critica, autoriflessiva ma anche e soprattutto teoria fondata sull’inchiesta etnografica riguardo la loro territorializzazione, cioè la specifica materializzazione oggettiva e soggettiva di tali fenomeni sul tessuto sociale. È chiaro che le grandi mobilitazioni antirazziste di questi giorni stanno aprendo un importante spazio di riflessione e di possibilità. Crediamo ci stiano suggerendo la necessità di un ripensamento ed è da qui che vogliamo ripartire. Macerata deve rimanere per costringerci a ripensare il modo in cui è andato configurandosi il discorso su razzismo, antirazzismo (e migrazioni) negli ultimi anni e superarne i limiti. Non abbiamo ricette da offrire, anche perché le modalità delle pratiche antirazziste, come la conoscenza stessa dei fenomeni sociali, non possono che nascere dalla concretezza delle lotte. Vogliamo comunque porre una serie di questioni a partire da come sono stati interpretati i fatti per rilanciare il dibattito.

Chi ha armato Luca Traini? La costruzione politico-mediatica dell’eccezione

Assumersi il compito di lavorare a un’interpretazione complessa di razza e razzismo, e quindi a una pratica teorica e politica antirazzista più coerente col nostro tempo, dovrebbe significare come prima cosa andare oltre ciò che si può chiamare una “dichiarazione di principio” antifascista, antirazzista o anticapitalista come garanzia della propria pratica teorico-politica. Si tratta di presupposti necessari ma non sufficienti i quali, se non vengono riempiti di contenuti storici-specifici, se non vengono rielaborati e rinnovati in funzione delle esigenze delle diverse congiunture, rischiano di essere percepiti come meri slogan “identitari”, come oggetti interni a un semplice “godimento” pulsionale-identificatorio-militante, e quindi deprivati di tutto il loro potenziale antagonismo. Diciamolo in altro modo: “antifascismo” e “antirazzismo” devono essere messi teoricamente e politicamente al lavoro. Non basta enunciarli come principio. Però attenzione, non vogliamo affatto mettere in discussione la necessità oggi di un “antifascismo militante”: il neofascismo va combattuto sul territorio con “ogni mezzo necessario”, questo è fuori discussione. Ed è quanto sta avvenendo in questi giorni in diverse città da Bologna a Roma, da Venezia a Napoli, con manifestazioni straordinarie di resistenza non solo alla violenza di CasaPound e Forza Nuova, ma anche a quel cordone “bianco” di sicurezza montato dallo stato e dai suoi apparati in loro protezione. Sussumere l’antirazzismo entro la categoria di antifascismo, come rovescio necessario della formula “razzismo = fascismo”, può rivelarsi però controproducente, nel senso che rischia di fuorviare (semplificandole) le vere radici del razzismo contemporaneo. Il dopo-Macerata ci pone precisamente davanti a questo dilemma: sussumere integralmente l’antirazzismo in un richiamo generalizzato all’antifascismo come principio, ci mette dinanzi al rischio di portare la questione dal concreto all’astratto, per parafrasare ironicamente Marx, e di lasciarci stringere in un abbraccio mortale dalle stesse interpretazioni liberali e istituzionali sulle cause del razzismo. Il fascismo è stato (e lo è anche nelle sue sinistre ri-attualizzazioni) un’ideologia suprematista (termine poco usato in Italia), e deve soprattutto a questo suo connotato razziale, così come alla sua capacità di razzializzare ogni questione sociale e politica, buona parte della sua forza interpellante. II razzismo è componente costitutiva del fascismo. Luca Traini è certo un fascista ma liquidarlo semplicemente sotto questa etichetta e mettersi in qualche modo al sicuro invocando l’antifascismo finiscono per chiudere il discorso anziché aprirlo, come invece sarebbe necessario. L’antifascismo va invocato e praticato (soprattutto all’interno di un paese che con l’eredità del fascismo non hai mai finito di fare i conti), ma non all’interno di una lettura statica e incapace di cogliere la specificità e complessità del razzismo contemporaneo, ovvero la sua novità rispetto al passato e il suo ruolo nella presente congiuntura europea. Il razzismo non può essere ridotto al fascismo: il fascismo è solo una delle sue espressioni. Per comprendere la portata del discorso, andrebbe ricordato che il nazi-fascismo è stato in parte un ritorno del razzismo coloniale in Europa. Come ha ben spiegato Enzo Traverso nel suo La violenza nazista: una genealogia (2012), il fascismo ha avuto il suo laboratorio (razziale) di formazione nelle colonie. Questo per dire che ad armare la mano di Luca Traini non è stato (soltanto) Salvini o il suo fascismo militante, ma un insieme di fenomeni ben più complessi.

Ad armare la mano di Luca Traini è stato anche il razzismo istituzionale (di marca UE) promosso sia da Angela Merkel ed Emanuel Macron che dai governi italiani degli ultimi decenni con le loro politiche migratorie finalizzate alla criminalizzazione, alla persecuzione e all’inserimento dei migranti negli ultimi gradini della scala sociale. Ad armare la mano di Luca Traini è stato anche lo stato di segregazione (lavorativa, urbana, scolastica, sociale, ecc.) – la condizione materiale e simbolica di apartheid– in cui vive buona parte dei migranti e post-migranti in Italia, il cui effetto principale è la produzione-alimentazione di un “inconscio culturale” che associa automaticamente stranieri e migranti a “lavori o abitazioni di merda”, a campi profughi e sicurezza, ovvero a un’umanità di seconda classe, degna soltanto di abitare nel sottosuolo della società. Ad armare la mano di Luca Traini sono stati il securitarismo di Minniti e la sua legge sul decoro con la dichiarazione di guerra agli “indesiderabili” di oggi, ai poveri e agli emarginati (spesso condensati nel significante di migranti). Ad armare la mano di Luca Traini sono stati tutti quei sindaci (di destra e sinistra) che mobilitano la cittadinanza per respingere i centri d’accoglienza dal proprio territorio o che si sentono turbati quando un migrante chiede elemosina per strada. Ad armare la mano di Luca Traini sono stati i numerosi omicidi razzisti precedenti minimizzati da media e opinione pubblica – dalla strage di Firenze del 2011, quando un militante di Casapound ha ammazzato i senegalesi Samb Modou e Diop Mor, alla morte di Emmanuel Chidi Nnamdi a Fermo sempre per mano di un fascista nel 2016; dall’assassinio dell’operaio egiziano Abd El Salam Ahmed El Danf a Piacenza durante un picchetto di fronte ai magazzini dell’azienda di logistica GSL, alla morte della richiedente asilo ivoriana Sandrine Bakayoko nei bagni del centro di accoglienza di Conetta. Ad armare la mano di Luca Traini è stato un neoliberalismo sempre più violento e repressivo che sta rispondendo con la militarizzazione dei territori, con l’incarcerazione di massa e con lo stato di polizia nei confronti di una parte della popolazione (poveri, esclusi, militanti), agli squilibri e alle disuguaglianze generate dal suo stesso modello di accumulazione. Ad armare la mano di Luca Traini è una cultura di massa (in quanto supplemento indiretto della cultura storicamente prodotta dallo stato-nazione italiano) permeata da rappresentazioni razziste. Basti pensare qui alla costruzione politico-mediatica degli eventi di Macerata, alla costruzione di una narrazione in cui media, giornali e politica istituzionale non hanno smesso di riproporre la stessa versione (sessista, razzista e giustificatoria) dei fatti di Traini, collegando nei propri discorsi il suo agire criminale al delitto di Pamela e alle migrazioni. L’alternativa, all’altro lato di questa stessa narrazione, sembra invece finalizzata alla “mostrificazione” di Traini, alla costruzione della sua eccezionalità di “folle vendicativo” o “malato di mente”, chiaramente riconoscibile da qualcosa come i suoi “tatuaggi nazisti”, in una rappresentazione del tutto autoassolutoria rispetto a qualunque discorso volesse richiamare l’attenzione sulla perversa produttività del “razzismo strutturale” alla base della società italiana. Paradossalmente il discorso antifascista su Traini “terrorista” rischia di espungere il suo gesto dalla società, di collocarlo nell’arena dell’eccezionalità (questa volta fascista). Diciamolo altrimenti: crediamo che vedere dietro il gesto di Traini soltanto Salvini, Casapound o Forza Nuova rischia di semplificare la questione e soprattutto di farci ricadere in un discorso antirazzista inefficace e anacronistico. Il razzismo è oggi un “fatto sociale totale”, si articola contemporaneamente in una pluralità di livelli e sfere. La lotta antirazzista, proprio per questo, deve aggregare le lotte al razzismo in ogni dimensione del diritto (casa, lavoro, cultura, migrazioni, scuola, ecc.), non concentrarla o renderla visibile soltanto nei suoi effetti più eclatanti. Vale qui la pena ricordare ancora le parole di Stuart Hall: «il successo dei neofascisti, laddove esiste, non dipende dalla loro abilità nel costruire demoni o capri espiatori, né dalla loro ostentazione di svastiche o altri simboli nazifascisti, né tantomeno dalla loro lettura del Mein Kampf, ma dal loro inserimento sulle contraddizioni reali nella struttura di classe delle diverse società, ovvero dal loro “lavoro” sugli effetti materiali e contraddittori del conflitto di classe, anche se tali effetti vengono poi “mistificati” o “distorti” attraverso il razzismo». È soprattutto su questo terreno che occorre lavorare per la costruzione di un antirazzismo all’altezza del presente, e anche per un antifascismo non mummificato. Il problema del razzismo va chiaramente oltre il neofascismo (che è più un suo effetto politico che non una causa) o il suo sdoganamento sulla sfera pubblica (che pure va condannato e combattuto) da parte di politici, giornalisti e altri opinion makers.

Anche l’analisi di Paul Gilroy in Two Sides of Antiracism (1987) può essere una risorsa estremamente rilevante per ragionare su quanto stiamo vivendo oggi in Italia. Cercando di illustrare l’offensiva razzista inglese degli anni settanta e le conseguenti risposte del movimento antirazzista black-British, Gilroy poneva l’accento sulla differenza tra i movimenti neri autorganizzati di liberazione e i movimenti antirazzisti sviluppatisi in quegli anni in uno scenario segnato dal ritorno della minaccia neo-nazista del National Front britannico. Gilroy notava che i movimenti di lotta dei neri britannici non si connotavano principalmente per essere “antirazzisti”. Le loro principali istanze politiche vertevano direttamente sulla richiesta di diritti e sul miglioramento delle condizioni di vita della popolazione inglese nera. Anche se questa sarebbe potuta sembrare una posizione riformista o race-blind, in realtà non lo era perché i neri inglesi capivano, a partire dalla loro esperienza di vita concreta e quotidiana, che il razzismo era in ogni cosa e non lo si poteva condensare in un fenomeno reificato ed “eccezionale”, esterno alle singole componenti del sistema, ragion per cui, affermava Gilroy, un antifascismo o un antirazzismo chiusi “in sé stessi” finivano più che altro per essere politiche “per bianchi”. Il punto fondamentale messo in luce da Gilroy era l’impossibilità di sovrapporre due fenomeni pur collegati come razzismo e fascismo, mettendo anche in guardia dai pericoli di un nuovo patriottismo, sebbene “de-fascistizzato”, verso cui poteva andare involontariamente incontro il movimento antifascista dell’ANL (The Anti-Nazi League), soprattutto in un paese, come l’Inghilterra, che aveva fatto della retorica antifascista un’ideologia di stato. Dal canto loro, i movimenti antirazzisti neri insistevano nel non appiattire la questione razziale sulla questione anti-fascista, poiché il rischio era relegare il più ampio e articolato problema del razzismo in Gran Bretagna quasi esclusivamente nelle attività di un ridotto, sebbene violento, gruppo di neo-fascisti. Non si tratta chiaramente di applicare in modo meccanico analisi nate in altri contesti a quello italiano ma ci pare che l’analisi di Gilroy possa offrirci notevoli spunti di riflessione alla luce del nostro presente.

L’agenda antirazzista

Macerata dunque ci costringe a lavorare per uscire dall’impasse del nostro discorso antirazzista e rinnovare le nostre pratiche teoriche e politiche. Il salto di qualità dell’aggressione razzista di Macerata ci costringe a prendere sul serio razza e razzismo, a ripoliticizzare l’antirazzismo. Ripoliticizzare l’antirazzismo significa come prima cosa porre l’antirazzismo al centro dell’immaginazione teorica e politica sul presente per affrontare in modo più efficace le sfide dell’attuale congiuntura. In un’Italia e in un’Europa sempre più strette nella morsa della depressione economica e della narrazione dell’emergenza-rifugiati, il discorso e la violenza razzista si stanno costituendo come una delle risposte politiche più potenti per affrontare e governare la crisi. Eppure fino a Macerata abbiamo vissuto una situazione assai paradossale: mentre il razzismo si mostra sempre di più come un dispositivo al centro dei processi di gerarchizzazione della cittadinanza costitutivi del neoliberalismo, l’antirazzismo finisce spesso per apparire come un elemento semplicemente “accessorio” o “esterno”, per così dire, a un’agenda politica che è andata costituendosi a partire da altri argomenti e lotte specifiche: contro l’austerità, la precarietà, il debito, i confini, la violenza finanziaria. Non è difficile vedere in che modo l’antirazzismo non solo arrivi sempre per ultimo, ma venga spesso confinato in una sorta di “sottosuolo” della lotta politica, in uno spazio marginale e destinato a riacquistare una qualche temporanea centralità – per lo più solo “morale” – solo di fronte al ciclico riesplodere di episodi (o discorsi) espliciti di recrudescenza razzista, come appunto Macerata. Parte delle popolazioni europee di oggi (migranti, post-migranti, seconde generazioni, rifugiati, sud-europei, ecc.), in Italia e altrove, vive quotidianamente e materialmente il razzismo come uno dei dispositivi primari della loro proletarizzazione, inclusione differenziale o anche esclusione: per una parte consistente degli “europei” è piuttosto chiaro che in Europa la produzione della “popolazione” è storicamente dipesa anche dalle diverse “articolazioni” di un dispositivo “razzializzante” di governo. Un dispositivo che trae le sue origini dal passato coloniale – o meglio dall’intreccio storico tra capitalismo e colonialismo – e che soprattutto in Italia si fatica molto a concepire come qualcosa di “strutturante” sia delle condizioni materiali di vita sia delle identità culturali. Non è un caso se l’espressione “razzismo strutturale” in Italia non ha conquistato particolare visibilità. La razzializzazione, dunque, deve essere intesa come un processo che investe la totalità della popolazione nel senso che gli effetti del razzismo si materializzano nelle diverse formazioni sociali attraverso una distribuzione complessiva disuguale di gerarchie e di privilegi; non può quindi riguardare unicamente rappresentazioni private (considerate semplicemente erronee e/o soggettive) o la sola sfera del lavoro o del “lavoro migrante”. E soprattutto non può riguardare solo una parte della società (gli altri, i razzializzati). Crediamo che sia da qui che si deve ripartire assumendo il razzismo come condizione storico-strutturale della produzione della popolazione europee, ieri come oggi. L’antirazzismo dominante in tutte le sue sfumature, continua a combattere le sue lotte come se il razzismo dipendesse unicamente da un mero “identitarismo culturale”, ovvero da una semplice manipolazione ideologica incentrata su un insieme di rappresentazioni apertamente discriminatorie, stigmatizzanti ed inferiorizzanti. È così che l’antirazzismo viene spesso invocato soltanto nel momento di contrastare discorsi, pratiche e aggressioni apertamente razziste (come il caso di Macerata). Il problema è che l’antirazzismo dominante soprattutto in Italia è ancora quello degli anni ’80, tarato sulle critiche al cosiddetto “neorazzismo” allora emergente, mentre la congiuntura è chiaramente cambiata. Ma sia chiaro: a nulla servono affermare e riaffermare la dimensione materiale o strutturale del razzismo contro questa impostazione “culturalista” dell’antirazzismo, se poi non si mette davvero al lavoro teorico e politico tali presupposti, vale a dire se poi essi non vengono applicati alla lettura politica anche di altri fenomeni e conflitti.

Dobbiamo dunque rinnovarci. Come abbiamo cercato di mostrare, un importante punto di riferimento in questo senso possono essere sicuramente gli studi su razza e razzismo contenuti nel formidabile archivio transnazionale dei Black Studies e delle lotte antirazziste delle diverse popolazioni nere. Si tratta di una tradizione poco presente nell’immaginario antirazzista italiano, e che forse vale la pena frequentare di più. Per finire, vogliamo ricordare anche le famose parole di Sartre in Riflessioni sull’antisemitismo (1947), forse il primo lavoro serio in Europa sul razzismo, che ci sembra possano aggiungere qualcosa alle riflessioni dei nostri giorni: «Il razzismo è anche una passione. È un fenomeno assai simile alla fede religiosa, nel senso che le sue categorizzazioni paranoiche, stigmatizzanti e manichee non ammettono alcuna obiezione o evidenza razionale». Detto in in altro modo, il razzismo non si combatte con il mero discorso progressista, invocando la razionalità politica o mostrando le sue concezioni fallaci e irrazionali: si combatte cercando di cambiare l’intero sistema da cui è prodotto. Non avremmo imparato nulla se, assimilati gli effetti devastanti di Macerata, tutto tornasse come prima. Chiaramente, fino alla prossima strage razzista. E ancora una volta sarà troppo tardi.