Alcune note sulla decolonizzazione del metodo

a cura di Deco[K]now

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La progressione ragionata del sapere è una mutilazione che si riproduce infinitamente: ogni uomo cui viene insegnato non è che una metà “d’uomo” (Jacques Rancière);

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Partiamo dalla critica alla colonialità costitutiva della modernità occidentale, dell’attuale comando capitalistico globale e, soprattutto dei saperi moderni. L’eurocentrismo come prospettiva di conoscenza è una pratica discorsiva che ha imposto una certa narrazione dell’esperienza europea come unico modello normativo, costituendosi come Ordine del discorso non soltanto rispetto al non-europeo, ma anche rispetto al suo altro-interno (i PIIGS devono essere disciplinati!). Decolonizzare i saperi significa rifiutare l’universalizzazione di questi dispositivi di conoscenza e la loro violenza epistemica e materiale;

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La decolonizzazione dei saperi non passa soltanto per una problematizzazione della loro origine coloniale e dell’eurocentrismo che ne struttura i contenuti. Decolonizzare i saperi significa anche ripensare il metodo stesso della pratica teorica, e quindi il modo tradizionale del soggetto o cogito della conoscenza di porsi di fronte al mondo;

Toute la memoire du mondeToute la mémoire du monde, A. Resnais, 1956

Gli archivi della conoscenza si materializzano come prigioni della memoria: e l’imprigionamento della memoria non è che oblio. Decolonizzare è mettere a nudo la macchina dietro l’archivio, riaprire la memoria come labirinto, lasciarsi interrogare da questi movimenti della cinepresa di Alain Resnais;

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Oggi appare sempre più necessario affiancare all’economia politica come critica del capitalismo un’economia politica dei saperi. Dobbiamo decostruire la loro pretesa di neutralità e oggettività, ma anche di completezza o di chiusura epistemica del Reale. Produrre saperi per la lotta, ma anche innestare la lotta nei saperi: partire dalla loro apertura a ciò che Edward Said chiamava wordliness (mondanità), ovvero alle soggettività e alle lotte degli oppressi. La produzione di saperi subalterni e mondani è quindi inconciliabile con qualsiasi significante Padrone (Lacan). Decolonizzarsi significa assumere la mancanza (il vuoto originario), l’incompletezza (l’inattingibilità del Reale) e la contingenza (la singolarità, la pluralità delle nostre soggettività, la molteplicità delle forme di assoggettamento e di soggettivazione) come necessaria assiomatica del politico. Complicare la differenza in modo da far esplodere ogni identità totalizzante, ogni data e rassicurante coerenza e compiutezza: il conoscere ha per ideale l’essere-ciò-che-si-conosce e per struttura originaria il non-essere-ciò-che-è-conosciuto (Jean-Paul Sartre);

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La decolonizzazione della conoscenza richiede l’articolazione di teorie e pratiche, di posizionamenti senza garanzie (Stuart Hall). La questione della decolonizzazione dei saperi richiede un ripensamento della questione del soggetto e dell’intero impianto teorico dal quale essa è nata: l’Umanesimo europeo. Ma la decolonizzazione dei saperi richiede anche il ripensamento delle critiche (occidentali) del soggetto. Decolonizzarsi significa abbandonare quest’Europa (Frantz Fanon), far saltare il dominio del significante “Europa” come imperativo geografico, teorico, discorsivo, epistemico e politico. Ri-territorializzarsi sulla deterritorializzazione (Deleuze), rifiutare ogni territorio precostituito per abitare negli spostamenti e nelle anomalie prodotti dal de-centramento di questa decolonizzazione;

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La passione dell’ignoranza è una delle passioni fondamentali dell’essere umano (Lacan). L’ignoranza come passione ci connette con la mancanza, con il desiderio come motore della soggettivazione. L’ignoranza quindi è dotta poiché contiene un sapere sulla struttura: contiene il sapere che niente è tutto. La decolonizzazione dei saperi come gesto – come enunciazione – si fonda anche sull’assunzione dell’ignoranza del soggetto rispetto al suo desiderio;

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In Occidente, colonizzazione ha da sempre significato distruzione di ciò che è comune, appropriazione violenta di un territorio, addomesticamento di uno spazio o forma di vita altrui, produzione della propria identità attraverso il lavoro e il dominio sulla natura, essenzializzazione di culture, fissazione di confini: decolonizzazione dunque non può non significare de-recintare, de-mercificare, de-civilizzarsi, produrre in comune. La décolonisation est un évenement dont la signification politique essentielle réside dans la volonté active de communauté – comme d’autres parlaient autrefois de volonté de puissance, volonté de vie (Achille Mbembe);

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La decolonizzazione dei saperi presuppone oggi ciò che vogliamo chiamare liberamente the postcolonial worlding of knowledge (Gayatri Spivak), ovvero la dislocazione subalterna e geoculturale degli archivi occidentali della conoscenza. La pratica decolonizzatrice viene oggi a dispiegarsi come la prosecuzione del programma benjaminiano: passare a contropelo gli archivi strappandoli al conformismo delle classi dominanti, dimorare tra le loro rovine, disseppellire i morti per arrestare la continuità storica con un salto o una rottura, interagendo con l’esperienza di un presente vissuto come pericolo;

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Per decolonizzazione intendiamo interruzione, disidentificazione: disertare la roccaforte istituzionale in tutte le sue dimensioni, si chiami essa scienza, cittadinanza, Stato-Nazione o anche Europa. Poiché questa Europa (nata dall’intrecciarsi di capitalismo, patriarcato e razzismo) resta indifendibile (Césaire, Fanon). Decolonizzare la conoscenza significa necessariamente diseducare, disimparare, non consegnare la propria soggettività alle diverse branche dell’orientalismo, ovvero non lasciarsi espropriare da saperi morti, storicamente contaminati da umanesimi e umanitarismi coloniali, imperiali e criminali;

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La decolonizzazione come pratica teorica presuppone la messa in discussione di ogni autoreferenzialità epistemica e culturale nella produzione di pratiche politiche; comporta la disgiuntura (Arjun Appadurai) dell’autonarrazione del soggetto moderno occidentale in tutte le sue versioni dalle questioni della soggettività politica e dell’emancipazione singolare e collettiva. È con questo spirito che nei nostri primi quattro seminari ci siamo avvicinati al pensiero di Marx, di Gramsci, di Angela Davis e del femminismo nero e di Sartre. È in questa chiave che abbiamo cercato di valorizzare l’idea di una multilinearità della storia in Marx (come suggerita da Sandro Mezzadra), le tensioni antistoricistiche che attraversano il concetto di subalternità in Gramsci (come mostra la lettura dei Subaltern Studies indiani), il discorso del margine di bell hooks, inteso come contro-linguaggio delle culture radicali nere (come propostoci da Raffaella Baritono) e l’esistenzialismo nero di Sartre (Lewis Gordon) con la sua passione per gli “uomini reali”;

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“Chi cerca trova sempre. Non trova necessariamente ciò che cerca, meno ancora ciò che deve trovare” (Il maestro ignorante, Jacques Ranciere)

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La questione della costruzione della soggettività politica deve necessariamente poggiare su un preciso punto di partenza (teorico e politico): l’impossibilità di universalizzare il modello di liberazione occidentale. La pluralità delle esperienze (materiali, culturali ed epistemiche) di subalternità che il capitale neoliberista mette attualmente al lavoro pone infatti l’urgenza di analizzare le diverse letture e le diverse concezioni della soggettività politica elaborate lungo la linea del colore (di classe, razza e genere) dai margini dell’Occidente. Questa operazione ha il duplice obiettivo di decentrare e dislocare il soggetto occidentale dell’umanesimo e della modernità e di riproporre una soggettività politica che sia meno astratta e più connessa alle pluralità di condizioni di sfruttamento e di dominio capitalista;

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La decolonizzazione dei saperi, dunque, passa anche attraverso questo processo di delinking (Walter Mignolo), ovvero di “sganciamento” della conoscenza da un modello sostanzialmente ancora eurocentrico e occidentale incapace di tradurre politicamente la razzializzazione costitutiva delle soggettività subalterne, che rappresenta un ingranaggio essenziale del sistema di sfruttamento capitalistico neoliberista. L’urgenza, dunque, è di decolonizzare non solo i saperi ma anche il metodo di produzione dei saperi e di ricomposizione delle soggettività nelle pratiche di lotta: assumere le diversità dell‘oppressione (Cedric Robinson) e nell‘oppressione per ricomporre una nuova soggettività politica;

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L’istituzionalizzazione delle discipline ha da sempre cristallizzato la ricerca teorica in un campo di battaglia dove i saperi si sclerotizzano in centri di potere che lottano per il proprio riconoscimento e la neutralizzazione di ogni esercizio teorico eterodosso. Il metodo è la legge di strutturazione di questo spazio. Così come la Legge è affermazione e legittimazione violenta di rapporti di forza all’interno della società, il metodo è la legge che definisce le modalità in cui le discipline si rapportano le une alle altre, la norma che giudica ogni pratica teorica e ne definisce la legittimità, l’appartenenza o, al limite, l’esclusione. È il metodo – apparato poliziesco e giudiziario allo stesso tempo – che individua, classifica, stabilisce ciò che ha diritto di cittadinanza all’interno dei complessi d’enunciati disciplinari, di ciò che Foucault chiamava l’ordine del discorso. Il metodo istituito è un’altra delle procedure interne di controllo del discorso;

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Il metodo delle discipline non è dunque l’epistemologia ma la violenza epistemica (Gayatri Spivak). La fedeltà filologica ed ermeneutica è una strategia operativa, una forma di polizia discorsiva che decide di cosa si può parlare e come se ne può parlare. La decolonizzazione dei saperi richiede la rottura con la fedeltà filologica a favore di un esercizio brutale, irriverente e illegittimo dell’ermeneutica che abbia il coraggio di abbandonare il rispetto per gli autori, costruendo elaborazioni e interpretazioni impensate, innestandovi problemi nuovi e soluzioni inattese: Non accetterò gli insiemi che la storia mi propone se non per metterli subito in questione; per smontarli e sapere se si possano legittimamente ricomporre; per sapere se sia necessario ricostruirne altri; per ricollocarli in uno spazio più generale che, dissipando la loro apparente familiarità, permette di farne la teoria (Foucault);

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Opporre alla violenza istituzionalizzata dei saperi la violenza di un’ermeneutica conflittuale vuol dire costringere i testi su traiettorie di ricerca inesplorate. Significa rompere i confini che hanno determinato la fossilizzazione dei saperi in apparati di potere disciplinare: quello tra le discipline e quello tra teoria e prassi. Decolonizzare significa rendere politicamente produttivo ciò che Roland Barthes ha denominato morte dell’autore, ovvero sottrarre i testi al controllo (politico, culturale e filo-logico) delle istituzioni e dei loro sistemi di polizia discorsiva;

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Il dispositivo accademico disciplinare condanna ogni sapere a un’autoreferenzialità che lo ripiega su se stesso e ne neutralizza ogni potenzialità pratica critica. Ad ogni disciplina viene così assegnato uno spazio di sovranità assoluta, purché rispetti l’equilibrio di potere tra i saperi. La conoscenza non può farsi strumento di lotta e conflitto, ma resta solo sapere ed erudizione, consacrando il ricercatore come giudice oggettivo e neutrale della realtà che lo circonda;

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Il metodo è un dispositivo di neutralizzazione che vela l’origine materiale del sapere e la sua finalità politica, e il fatto che la verità non è un prodotto di un’astrazione universalizzante ma una presa di posizione all’interno di rapporti di forza concreti. Senza una presa di posizione politica, il sapere colonizza l’oggetto della propria ricerca trasformandolo in un soggetto passivo, disattivandone ogni conflittualità, rubandogli un sapere da istituzionalizzare e riportare nel dibattito accademico astratto e oggi sempre più mercificato;

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Il dispositivo accademico disciplinare occidentale ha tradizionalmente custodito un monopolio dell’umano. Decolonizzare i saperi significa smantellare le regole discorsive, le loro condizioni materiali di produzione, e non semplicemente allargare i loro canoni integrandone le differenze;

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Il comando eurocentrico ha determinato e codificato il linguaggio come esercizio di potere riverberando la voce dell’Europa in ogni enunciazione: dobbiamo pensare un linguaggio non-europeo, qualcosa di totalmente diverso da una traduzione (che costringe gli oppressi a parlare con la voce dell’europeo) o da un esperanto multiculturale (come appropriazione coloniale di ogni altra modalità di espressione). Vi sono “practicas descolonizadoras”; “decolonizing practices”. Non capita spesso di imbattersi in “pratiche decolonizzatrici”. L’aggettivazione qui ci fa violenza, non si lascia acquisire come significante: I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo (Wittgenstein). Decolonizzare è pensare oltre questi limiti.

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“L’instruction est comme la liberté: elle ne se donne pas, elle se prend.” (Joseph Jacotot)

Birmingham Race Riot 1964 by Andy Warhol 1928-1987

Birmingham Race Riot, A. Warhol, 1964