Intervista di Tommaso Palmi e Marco Piccolo a Miguel Mellino*

 

Dall’insediamento del governo “giallo-verde”, di fatto quasi interamente verde, si è diffusa una reazione di paura e confusione nella sinistra e in buona parte degli ambienti di movimento. La recente vicenda dell’Aquarius ha ulteriormente amplificato tale clima. Paura e confusione, però, non sono mai gli approcci migliori per affrontare con lucidità di analisi politica questa contingenza e dunque per poter intervenire. Con Miguel Mellino, noto studioso antirazzista e docente dell’Orientale di Napoli, abbiamo provato a mettere ordine nei problemi che ci troviamo di fronte: dalla gestione delle migrazioni all’eredità coloniale europea, dalla chiusura dei porti al ruolo delle Ong, dal razzismo aggressivo salviniano all’ordine del discorso umanitario. Lo abbiamo fatto partendo dalle continuità e discontinuità tra l’attuale governo, quello che l’ha preceduto e la governance europea.

Ci sono delle continuità e delle discontinuità, pur all’interno di una grammatica politica generale più o meno condivisa su alcune questioni, che riguardano soprattutto la gestione e il governo dei migranti, per quanto chiaramente Salvini mostri una maggiore enfasi aggressiva per differenziarsi. Continuità e discontinuità poi vanno lette nel contesto generale di lungo termine della crisi economica, in cui siamo immersi ormai da una decina d’anni. Un elemento di discontinuità in Europa è il discorso sovranista emerso negli ultimi anni sempre con più virulenza, incarnato in Italia da Salvini, che non mi pare però qualcosa di esterno alla costituzione materiale dell’Europa di Schengen, ma una sorta di nemesi dell’Europa neoliberale, quella rappresentata dalla UE e dai partiti che hanno gestito il processo di liberalizzazione. Se vogliamo parlare di Salvini nelle specifico, io penso che politicamente punti più che altro a due cose. La prima è una richiesta di sovranità che passi soprattutto attraverso un controllo più violento, repressivo, razzista e securitario delle migrazioni e della forza lavoro migrante in Europa. Non credo abbia in programma un protezionismo economico, come per esempio sta accadendo con Trump. Il presidente americano, oltre ad avere un concetto apertamente suprematista e razzista di gestione e controllo delle migrazioni, aspira anche a una ristrutturazione globale dell’ordine neoliberale degli ultimi 20-25 anni. I sovranisti europei non penso abbiano in mente la volontà di una rottura reale –che passi anche attraverso l’uscita dell’Euro – con la governance dell’Unione europea. Secondo me non entrano nemmeno in contrasto, nel senso che se in futuro ci sarà una rottura in qualche modo legata alla moneta o a un doppio spazio economico e monetario verrà probabilmente dai paesi centrali dell’Unione Europea, in particolare dalla Germania. Movimenti come quello di Salvini e di altri sovranismi europei di destra, vogliono piuttosto rinegoziare alcune cose con la UE. Sicuramente, un maggiore e più deciso contrasto dei flussi migratori, ma anche misure finalizzate a un ridimensionamento dei rapporti economici soprattutto con la Cina, per ridurre le importazioni in Europa, e soprattutto provvedimenti miranti ad alleggerire un po’ la pressione fiscale (la flat tax è una misura pensata per valorizzare i ceti imprenditoriali italiani), facendo pendere l’ago della bilancia maggiormente verso la parte più regressiva e autoritaria del neoliberalismo europeo. Una rottura sistemica con la governance europea implicherebbe un conflitto sociale piuttosto importante, e non credo che i movimenti di destra siano interessati a questo. Diciamolo più chiaramente: la torsione regressiva incarnata dai principali sovranismi europei passa quasi esclusivamente per un governo razzista della crisi come articolazione politica primaria per un rilancio – in chiave identitaria, proprietaria, securitaria e concorrenziale, interna e globale – degli assetti produttivi nazionali all’interno del modo stesso di accumulazione neoliberale.

Quindi, da quello che dici, emerge una linea di continuità tra PD e Lega, tra Minniti e Salvini. I democratici si proponevano esplicitamente di non sconvolgere gli equilibri interni all’Europa, Salvini propone di turbarli nella sua facciata retorica ma nella realtà dei fatti bada bene a non rompere. Tutto sommato lo si è visto con la recente questione dell’Aquarius: sembra che negli stessi giorni siano approdati la stessa quantità di migranti…

Per quanto riguarda la vicenda dell’Acquarius, Salvini non ha preso nessuna decisione che gli altri governi non avessero già preso, non è uscito dalla grammatica giuridico-politica che si è data nell’Unione Europea negli ultimi anni. Ricordiamoci la vicenda della Cap Anamur, per esempio, ma anche il codice di comportamento per le ONG varato da Minniti, che preuspponeva anche il divieto soccorso per i naufragi in mare per le ONG non autorizzate. Ricordiamoci anche il violento blitz della Gendarmerie di Macron a Bardonecchia, oppure la disposizione voluta da Merkel di istituire i cosiddetti Centri per il rimpatrio, per accelerare le espulsioni. Su questo c’è continuità non solo con Minniti, ma anche con il regime migratorio della UE. La soluzione di Salvini è solo più enfatica, mediatica, perché si vuole distinguere e segnare una discontinuità che nei fatti non c’è. Più in generale in Europa non è che ci sia tutto questo smarcamento dal centro politico, come dicevo alcune cose promesse o fatte da Salvini sono state già approvate dalla stessa Merkel. Lo ripeto: a me pare che Il neoliberalismo rilanciato dai movimenti sovranisti, anche dalla coalizione giallo-verde in Italia, non è qualcosa di esterno alla grammatica politico-economica della UE, rappresenta una sorta di resa dei conti indotta dagli stessi squilibri economici e politici che lo stesso processo di neoliberalizzazione ha generato. La struttura economico-politica europea negli ultimi vent’anni è stata export-oriented, una sorta di neo-mercantilismo strutturato attorno all’economia tedesca, con tutti gli squilibri che questo provoca. Finanziarizzazione, securitarismo, umanitarismo, neoliberalismo: sono stati questi i perni del governo della UE negli ultimi, e ora i sovranisti propongono un diverso bilanciamento degli stessi elementi, ma non certo una rottura con l’ordine neoliberale europeo.

Restiamo ancora sulla figura di Salvini e le sue connotazioni politiche. Nella contrapposizione all’attuale governo di fatto guidato dalla Lega il pericolo è di essere schiacciati sul frontismo democratico, cioè su un fronte comune che raccoglie anche quelle figure e quelle forze che – come tu hai sottolineato – si sono fatti promotori delle politiche che oggi Salvini porta avanti.

Siamo chiamati a ragionare in un momento politico delicato, e secondo me il rischio è quello che voi ponete, cioè di restare schiacciati in un’opposizione tra un certo europeismo con diverse sfumature istituzionali da una parte, e i movimenti xenofobi e sovranisti alla Salvini dall’altra. Riguardo la vicenda della nave Aquarius emergono queste ipocrisie. Lo slogan “Riapriamo i porti” chiaramente va benissimo, ma senza ulteriori precisazioni e prese di posizioni si rischia di restare schiacciati su un problematico profilo umanitario. L’umanitarismo fa parte del dispositivo di potere europeo di gestione delle migrazioni da almeno venticinque anni, si è particolarmente accentuato con la crisi dei rifugiati dal 2015. L’umanitarismo va di pari passo con il razzismo securitario e repressivo, con il contrasto militare delle migrazioni. Securitarismo e umanitarismo sono due tecnologie di governo che funzionano insieme, non possono essere separate, fanno parte di un unico dispositivo non solo di governo delle migrazioni, ma anche di produzione delle popolazioni europee. Così, senza ulteriori precisazioni, c’è il rischio di restare schiacciati all’interno di questa forbice. Il problema è come uscirne. Riapriamo i porti, certo, però che facciamo con dispositivo umanitario e con le ONG che lo supportano? Sappiamo tutti che il sistema dell’accoglienza è diventato sempre di più uno strumento del capitalismo estrattivo, di accumulazione per spossessamento, per dirla con Harvey. Vogliamo regalare questo discorso a Salvini? Il sistema di accoglienza è chiaramente un business che si gioca sulla pelle dei migranti, ma questo business, contrariamente a quanto dice Salvini, non dipende solo dalle ONG e dai salvataggi in mare. E’ l’intero apparato di governo umanitario a essere non direi un business, ma una macchina di rendita, di profitto, e anche di produzione di forza lavoro precaria e servile. E si tratta di una macchina messa a punto negli anni certo dalla UE e dal PD, ma anche da governi di destra a cui il partito di Salvini ha preso pienamente parte. E’ un dispositivo di governo con un’origine chiaramente trasversale tra i partiti politici istituzionali. L’umanitarismo poi è stato uno degli strumenti del neoliberalismo per assorbire e disinnescare alcuni conflitti. La cosiddetta ragione umanitaria ha depoliticizzato il discorso sulle migrazioni, sostituendosi a un linguaggio politico molto più radicale e antagonista. Queste sono questioni che noi ci dobbiamo porre. Non voglio sminuire l’impegno di chi si è speso in questi giorni per protestare contro quello che sta accadendo. Ma rischiamo di rimanere imprigionati in qualcosa che a lungo termine può essere politicamente perdente. Forse in un qualche modo quel “riapriamo i porti” doveva comportare anche il “ma cominciamo a chiudere con l’umanitarismo e le ONG che lo supportano” in quanto dispositivo centrale nel controllo delle migrazioni. Sarebbe necessario esplicitare durante la mobilitazione anche questo aspetto della gestione monetarista dei flussi.

Parlando di umanitarismo potremmo aggiungere che questo si accompagna con un elemento di emergenzialità che vede il soggetto migrante completamente depauperato della sua autonomia soggettiva e schiacciato sull’immagine del profugo costantemente vittima e bisognoso di aiuto.

Questo è sicuramente un elemento importante che rimanda a quella mentalità coloniale che vede il migrante come un oggetto. Il sistema di accoglienza e il nuovo regime di asilo proposto dall’Unione Europea e accettato da tutti i paesi è stato finalizzato alla produzione di lavoro servile e semi-servile istituzionalizzato. Pensiamo a quello che è successo a San Ferdinando, quelle tendopoli erano gestite dalla prefettura e la maggior parte di chi le occupava erano migranti con permesso di soggiorno. E questo non si può più sottovalutare, non esiste un’integrazione “buona” se fa parte di questo sistema marcio. Andrebbe anche detto spesso sono proprio i comuni di centro-sinistra a promuovere questo inserimento differenziale – o servile – dei migranti o richiedenti asilo nei territori, questo loro sfruttamento altamente precarizzato. L’umanitarismo sta favorendo la produzione a livello istituzionale di una forza lavoro servile incarnata dal migrante. Il fatto che il diritto di asilo, proprio come il permesso di soggiorno, venga concesso con rigidi limiti temporali, rende i rifugiati estremamente dipendenti dal mercato del lavoro. E questo vale per chi ottiene lo status, per tutti gli altri la situazione è ancora più problematica. Questo sistema di accoglienza – una parola davvero orribile, è anche banale ricordarlo, coloniale, gerarchizzante, inferiorizzante, che accentua l’idea del concedere qualcosa a qualcuno, non certo dell’affermazione di un diritto in quanto persona – anche attraverso l’integrazione progressista, per così dire, non fa che contribuire con quello che si possiamo la razzializzazione del mercato del lavoro.

Un’ultima battuta di approfondimento sul al tema dell’accoglienza a cui si accennava in precedenza…

Abbiamo sempre detto che la logica umanitaria neutralizza il conflitto, lo anestetizza, e lo rimette in qualche modo a lavorare per il sistema. Non è un mistero che funziona come un dispositivo di cattura. Il sistema di accoglienza per come si è sviluppato in questi anni ha maturato un certo tipo di gestione e management neoliberale del lavoro, che non ha interessato solo l’immigrazione, ma ha più complessivamente riguardato la produzione della popolazione e dei territori. E’ chiaramente un elemento attivo nei processi complessivi di gerarchizzazione della cittadinanza. Tendiamo a ragionare all’interno dell’ordine del discorso dominante sui migranti e separiamo la gestione dei migranti da ciò che quel tipo di gestione implica, ciò che Foucault chiamava la produzione dei territori e della popolazione e la loro messa al lavoro. È importante sottolineare che se stiamo parlando di razzismo e antirazzismo parliamo di gestione, amministrazione e produzione di popolazioni e territori. Per non ridurre tutto il ragionamento su razzismo e antirazzismo alle migrazioni, aquello che è stato anche chiamato, giustamente, il processo di spettacolarizzazione delle frontiere, si deve parlare di come tutto questo abbia una ricaduta nella costituzione materiale stessa Europa, di come questi due fenomeni non possano essere separati. E qui ritorna anche il passato coloniale dell’Europa, che in qualche modo è stato rielaborato e rimesso al lavoro alla luce di una contingenza come quella del presente. Tale passato non ha mai smesso di plasmare la gestione non solo delle migrazioni ma dei migranti e dei cittadini post-coloniali, quelli che hanno tutti i documenti, ma che trovano ugualmente un limite importante nella materialità della cittadinanza. A me sembra che si continui a ragionare su questi temi in maniera separata, invece bisogna tenere tutto insieme. E separandoli, alla fine, non facciamo che restare dentro l’ordine del discorso neoliberale sulle migrazioni, che produce continuamente il migrante come un corpo separato dal resto della società.

*L’intervista è comparsa su commonware.org il 17 giugno 2018