Vi proponiamo qui la traduzione di questo articolo di Denise Ferreira da Silva, direttrice del The Social Justice Institute dell’Università di British Columbia, nonché autrice di testi “postcoloniali” importanti su razza e razzismo, come Towards a Global idea of Race (2007). L’articolo ci sembra interessante perché mostra come il modo di produzione capitalistico si edifichi anche su Convenzioni e Dichiarazioni di diritto internazionale (compresa l’apposita Convenzione di Ginevra del 1951) e sui sistemi giuridici statali, apparati che non si contraddistinguono affatto per democraticità, neutralità ed oggettività, come oramai alcuni in modo confuso, stranamente da sinistra, continuano a far credere; al contrario, si tratta di dispositivi disciplinari che stabiliscono chi è dentro e chi è fuori la legge, chi è soggetto a protezione e chi invece meritevole di sole punizioni. Ma soprattutto l’articolo mostra in che modo la figura dell’umano al centro del discorso umanitario istituzionale (europeo) non faccia che riprodurre un dispositivo razzializzato di accumulazione. La tesi di Ferreira da Silva qui è molto chiara: l’intero dispositivo giuridico di controllo delle migrazioni, tanto nelle sue disposizioni repressive o punitive quanto in quelle “protettive”, non fa che riprodurre, in modi diversi, una certa “supremazia bianca”. L’articolo poi ci sembra utile anche perché mette efficacemente in evidenza un dispositivo razzista di governo che coinvolge tanto la destra xenofoba quanto le sinistre istituzionali, e non. Particolarmente pregnanti da questo punto di vista appaiono le critiche ad alcune concezioni espresse da Slavoj Zizek durante la cosiddetta “crisi dei rifugiati”. L’articolo ci invita dunque anche in un momento come questo, caratterizzato da una controffensiva autoritaria e disciplinare da parte delle destre continentali sul controllo delle migrazioni e dei confini, a mettere meglio a fuoco lo sfondo “strutturale” entro cui si dispiegano le differenze, nell’ambito del razzismo, tra sovranismo xenofobo e gestione umanitaria. Non identificare i fattori strutturali del problema, e i meccanismi violenti e brutali necessari ai diversi tipi di governamentalità e controllo dei territori qui in questione, oltre che metterci in una posizione “etico-politica” del tutto discutibile, pone ostacoli insormontabili al rilancio di un antirazzismo efficace e all’altezza della presente congiuntura politica.

 

Introduzione e Traduzione di Francesca Buonadonna e Gabriele Caruso


 

di Denise Ferreira da Silva, per internationaleonline.org

 

L’anno scorso, due decisioni democratiche – i risultati del referendum sulla Brexit e delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti – ci hanno ricordato in che modo la diversità razziale e culturale è al centro dei discorsi e dei programmi nazionalisti. Il fatto che tali questioni razziali si siano emerse nel mezzo della recente “crisi dei rifugiati” e l’abbiano usata per rinfocolare i desideri del suprematismo bianco, conferma ulteriormente la necessità di osservare come il dispositivo della razza controlla figure universaliste, come quelle dell’essere umano, la legge, lo stato liberale. Ponendo l’accento sulla (in)distinzione tra protezione dei rifugiati e protezione delle frontiere, ritengo che sia la razzialità a spiegare perché i soggetti sfollati dalle guerre del capitale globale non riescano mai ad uscire davvero da quella che io chiamo “zona di violenza” (Ferreira da Silva 2009).
Se concentriamo l’attenzione sulle reazioni delle persone e dei media alle risposte europee all’attuale “crisi dei rifugiati”, è difficile non trovare termini ed espressioni familiari che non indichino come la razza sia il concetto politico più importante nel presente globale. Né i “benvenuti” delle autorità tedesche e britanniche, né i cruciali commenti dell’onnipresente contemporaneo filosofo europeo di sinistra, Slavoj Žižek, riescono a mascherare l’incapacità degli europei di comprendere che sono stati proprio loro a produrre le circostanze che hanno poi costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case, a rischiare la vita attraversando le pericolose acque del Mar Mediterraneo e le terre ostili dell’Europa orientale e meridionale. Non è solo di questo che l’Europa occidentale, gli Stati Uniti e i loro partner commerciali globali sono responsabili, con o senza presenza militare, in Iraq, Siria, Somalia, nella Repubblica Democratica del Congo, in Libia e nella guerra urbana e rurale che sta avendo corso nei paesi più economicamente espropriati dell’America Latina, dei Caraibi e degli Stati Uniti. Queste nazioni sono parte attiva anche di quell’apparato giuridico che facilita al capitale globale (quindi al capitale statale) l’accesso alle risorse produttive – cioè corpi e territori. Vorrei sostenere che ciò che sostiene questo apparato è precisamente una certa figura dell’umano – dell’essere umano; un discorso e una figura che governano, in modo molto simile al concetto di nazione per gran parte del XX secolo, il testo etico del capitale statale/globale.
La tesi che qui sostengo è che oggi una figura razzializzata dell’essere umano sta avendo per il capitale globale lo stesso ruolo etico di quello che la nozione di nazione ha avuto per lo stato industriale/capitale-imperiale per la maggior parte del ventesimo secolo. Si tratta di una figura che consente di stabilire chi cade in quale dei due aspetti della legge, il protettivo e il punitivo. In altre parole, l’esercizio della legge – nella forma della guerra al terrore, della guerra alla droga e della protezione delle frontiere – è diventata la più efficace la strategia politica dell’attuale capitale globale. Perché i teorici e i filosofi politici contemporanei hanno così poco da dire in proposito? Chiediamoci: perché le critiche al capitale statale e al capitale globale non affrontano questo argomento? Ho un sospetto: occorre espandere la nostra immaginazione politica. Ciò che è al lavoro in queste strategie, rappresentando il momento operativo dell’assoggettamento globale, è una singolare grammatica etica della razzialità, un insieme di concezioni circoscrivono l’essere umano come entità fisica e culturale, stabilendo in questo soggetti etico-giuridici piuttosto distinti; una distinzione che si manifesta in cosa succederà loro di fronte alla legge.

Il problema però è che la razzialità – un certo discorso razziale – finisce per influenzare anche il discorso politico di una parte della sinistra contemporanea. Vorrei commentare in proposito due dichiarazioni che Slavoj Žižek ha postato sul suo blog, riguardo a come dovrebbero comportarsi i rifugiati per essere “benvenuti” in Europa: (a) essi dovrebbero assimilarsi allo stile di vita europeo e (b) dovrebbero seguire leggi e regolamenti rigidi (Žižek 2015, Ferreira da Silva 2016). Come sappiamo, la sua seconda richiesta è già in atto, nella cornice giuridica della protezione dei rifugiati, che fa parte del quadro dei diritti umani e del diritto internazionale. Questa cornice giuridica per la protezione dei rifugiati comprende tre documenti fondamentali: la Convenzione del 1951 relativa allo status di rifugiato, emanata all’indomani della seconda guerra mondiale, con la logica ancora prevalente secondo cui “gli Stati hanno la responsabilità di proteggere i loro cittadini” e quando non possono farlo, la comunità internazionale deve intervenire per “proteggere i diritti fondamentali dei rifugiati”; poi la Convenzione che Regola gli Aspetti Specifici dei Problemi dei Rifugiati in Africa [forse è il caso di indicarla semplicemente come Convenzione dei Rifugiati dell’OAU, ndt], dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OAU); infine, la Dichiarazione di Cartagena del 1984, che riguarda la situazione dei rifugiati latinoamericani. Secondo la convenzione del 1951, il rifugiato “vero” è, essenzialmente, colui che ha un fondato timore di persecuzione a causa della sua razza, religione, nazionalità o appartenenza a un particolare gruppo sociale od opinione politica; colui o colei che è al di fuori del suo paese di origine; e che coloro che non sono in grado o non vogliono avvalersi della protezione del loro paese, o tornarvi, per paura di persecuzioni. Secondo la convezione OAU del 1969, lo status di rifugiato può appartenere a qualsiasi persona costretta a lasciare il proprio paese a causa di aggressioni esterne, occupazione, dominio straniero o gravi eventi che disturbano l’ordine pubblico in una parte o in tutto il proprio paese di origine o nazionalità. La Dichiarazione di Cartagena del 1984 aggiunge le persone che fuggono dai loro paesi “perché la loro vita, sicurezza o libertà sono state minacciate da una violenza generalizzata, da un’aggressione straniera, da conflitti interni o dalla violazione massiccia dei diritti umani, così come altre circostanze che possano avere gravemente disturbato l’ordine pubblico”. Come tutti i documenti legali, il quadro di protezione dei rifugiati stabilisce un diritto negativo: il diritto a non essere rimpatriato, o il diritto a restare. Per rispettare questo obbligo giuridico internazionale, il diritto a restare, gli Stati – ed entità multilaterali come l’UE – hanno creato strutture giuridiche per l’applicazione e la gestione delle leggi che si sono sempre più concentrate, nel corso degli anni, e in particolare dal 11 settembre, nel tenere lontano i rifugiati. Queste disposizioni comprendono la delocalizzazione della gestione dei richiedenti asilo a paesi vicini o il loro trattenimento in centri di detenzione. Così non sorprende che l’Unione europea abbia annunciato la sua risposta alla “crisi dei rifugiati” del 2015 con la pubblicazione dell’Agenda europea sulla migrazione – un programma di management delle migrazioni che rilascia risorse extra, finanziarie e non solo, da destinare al rafforzamento delle frontiere in Europa, nei paesi vicini del Nord Africa e nei luoghi di origine dei rifugiati. Se si legge questo documento, sarà difficile lasciarsi sfuggire la (in)distinzione tra protezione dei rifugiati e protezione delle frontiere. Praticamente tutte le misure annunciate per accogliere i rifugiati sono progettate per proteggere l’Europa. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha introdotto queste misure dicendo:

“Nonostante la nostra fragilità, le nostre consapevoli debolezze, oggi è l’Europa a essere cercata come luogo di rifugio ed esilio. Si tratta di qualcosa di cui essere orgogliosi, anche se non è privo di sfide. Oggi, la prima priorità è, e deve essere, quella di affrontare la crisi dei rifugiati. La decisione di rilocare 160.000 persone dagli Stati membri più colpiti è prima di tutto una svolta storica, e poi una vera e lodevole espressione della solidarietà europea. E tuttavia, non può essere la fine della storia. È tempo di ulteriori interventi dell’Unione europea, delle sue istituzioni e di tutti i suoi stati membri altrettanto audaci, decisi e concertati.”

Qui c’è certamente all’opera qualcosa che è implicito nella prima dichiarazione di Žižek – e cioè che i rifugiati debbano assimilare lo stile di vita europeo. È proprio l’ideologia del capitale globale, denunciata da Zizek in molte occasioni, a svolgere qui un ruolo cruciale nell’analisi della crisi dei rifugiati – come una sorta di trauma intellettuale, senza il quale il discorso di Juncker non avrebbe senso. Ciò che troviamo nel presente globale, nelle sfide nazionaliste agli stati liberali che traggono la loro giustificazione dalla recente “crisi dei rifugiati”, è il modo in cui la razzialità (la differenza razziale e culturale) riesce a funzionare come un dispositivo etico – si tratta di un dispositivo il cui scopo è “controllare” – mettere al vaglio – la presunta universalità attribuita alla figura discorsiva dell’essere umano e alla legge. E’ questo a rendere possibile il collasso della normale amministrazione della giustizia nell’esercizio di un potere legale altamente repressivo (con livelli distinti di letalità) – nel momento in cui i suoi strumenti vengono impiegati per iscrivere il subalterno globale/razziale come un Io spossessabile, o come un soggetto moderno che prospera nella violenza. E questo può accadere perché {tali strumenti} costruiscono i corpi e i territori dei subalterni razziali come significanti di violenza. Sono gli strumenti della razzialità (del discorso della razza) a giustificare in modo efficace sia il dispiegamento di una “violenza totale” su tali soggetti, sia l’esercizio di un apparato legale repressivo, ovvero da disposizioni camuffate da misure protettive, ma che vengono messe al lavoro dal mandato dello Stato e dal suo principio di autoconservazione (Ferreira da Silva 2009). Se gli effetti del discorso della razza (la razzialità) informa sia la tendenza nazionalista che ora minaccia di occupare lo stato liberale, sia il discorso politico di una parte della sinistra, da dove potrà venire una critica del capitale globale capace di sfidare entrambi?