di Giuseppe Orlandini

 

 

Negli ultimi anni, negli ambiti scientifici dell’ecologia e della geologia, si sente parlare con frequenza dell’Antropocene. L’idea alla base di questa teoria, attualmente in discussione da parte della comunità scientifica, è che abbiamo abbandonato l’era geologica a cui appartiene quasi tutta la storia dell’umanità – l’Oloceno – per entrare in un periodo che si definisce a partire dalle trasformazioni imposte dalla nostra specie al funzionamento del sistema terrestre. L’uomo sarebbe diventato una forza geologica che ha sconvolto in maniera irreversibile i precedenti equilibri della materia. Al di là del rischio di indistinzione e di neutralità politica che una tale classificazione proietta – quale uomo è l’uomo dell’Antropocene? –, l’attenzione alla lunga durata dei processi legati all’impronta umana sulla terra è senza dubbio importante, soprattutto alla luce del dibattito sui cambiamenti climatici.

Alla conferenza internazionale “Undisciplined Environments” tenutasi a Stoccolma qualche settimana fa, sono state poste all’ordine del giorno le questioni legate alla febbre del pianeta, alla crisi ambientale e al nostro predatorio modello di sviluppo. Decine di interventi hanno provato, da un lato, a mappare la geografia dei conflitti ambientali intorno al mondo, analizzando le relazioni di potere in gioco all’interno delle decisioni che presiedono l’istallazione o la prosecuzione di progetti e impianti che impattano considerevolmente su un territorio (che sia una diga, un inceneritore, un un pozzo petrolifero o quant’altro); piattaforma dall’altro, si è posta l’attenzione sulla capacità dei territori di riuscire a proporre pratiche socio-ecologiche “indisciplinate” che resistono e cercano di imporre una gestione diversa delle risorse legata alla consapevolezza di una legame intrinseco tra l’uomo e la natura, oltre ogni separatezza.

É così che in seguito al dibattito successivo alla proiezione del documentario “L’Oro Vero – Resistenze Contadine”, in uno di quei momenti informali che sono poi la vera occasione di scambio in certi contesti, il leader indigeno Ailton Krenak, fautore negli anni ottanta insieme a Chico Mendes della “Alleanza dei Popoli della Foresta” e figura storica simbolo della lotta per il riconoscimento della dignità e dei diritti delle popolazioni indigene in Brasile, lapidario, mi confessa: «il problema è che questo sistema ha la terribile capacità di agire fin dentro le soggettività, rompendo le alleanze tra esseri umani e non umani e i legami tra gli umani stessi».

Il documentario “L’Oro Vero” ci mostra le ragioni dell’opposizione al progetto di trivellazioni per la ricerca di idrocarburi in Irpinia, che ha subito una forte accelerazione con l’accentramento delle decisioni in capo al governo in seguito alla legge Sblocca Italia. Il referendum dei prossimi giorni non riguarda certo questo territorio, bensì le piattaforme di estrazione già in funzione entro le dodici miglia in mare. Ai cittadini si chiede di abrogare la norma che consente di estrarre le risorse fino al loro esaurimento, rimettendo alle regioni la competenza a decidere se, come e per quanto tempo concedere la proroga della concessione. Tuttavia, è chiaro che il valore simbolico della consultazione tracima il quesito stesso. La speranza è che una vittoria del SI andrebbe a costituirsi come uno strumento di indirizzo politico verso l’abbandono di una strategia di approvvigionamento energetico fondata sugli idrocarburi e avere ripercussioni poi anche in altri ambiti territoriali, fornendo ad esempio un’argomentazione in più all’opposizione al progetto Nusco in Irpinia. Invece, una vittoria del NO, potrebbe portare persino ad una messa in discussione di quella norma all’interno della legge di stabilità che ha bloccato le autorizzazioni per nuovi impianti di ricerca ed estrazione entro le dodici miglia; una norma strappata grazie ad una forte mobilitazione popolare dei comitati territoriali abruzzesi contro l’Ombrina Mare.

Al di là della corruzione linguistica orwelliana che vede un partito autodefinirsi democratico e invitare i cittadini ad andare a passeggio o al mare piuttosto che favorire l’unica espressione di democrazia autentica che resta, da circa un mese, assistiamo a dibattiti televisivi, flash mob, conferenze, banchetti informativi e iniziative pubbliche che a vario titolo provano a persuadere le persone delle ragioni del SI e del NO al referendum. I sostenitori del NO concentrano le proprie argomentazioni sull’eventuale perdita di posti di lavoro nel settore e la riduzione di un introito energetico ed economico per lo Stato. I sostenitori del SI ribattono che il settore occupa in realtà pochi lavoratori ad alta specializzazione; che la creazione di posti di lavoro attraverso l’investimento nelle energie rinnovabili sarebbe di gran lunga superiore; che la produzione energetica di quegli impianti è minima e non fornisce energia all’Italia perché viene per lo più esportata e, infine, che le entrate fiscali sono davvero esigue se si considera che nel nostro paese le compagnie petrolifere pagano le royalties più basse al mondo e godono di forti incentivi statali. La ricerca di soluzioni energetiche sostenibili per l’ambiente è il futuro, affermano ancora i sostenitori del SI e l’assunzione da parte dell’Italia degli impegni per la lotta al riscaldamento globale sanciti alla conferenza di Parigi sul clima dovrebbero tradursi in una chiara presa di posizione in questo senso.

Ad ogni modo, nonostante le condivisibili ragioni del SI pare che il dibattito non riesca ad andare più in là di una elementare valutazione di opportunità di sviluppo, rimanendo ostaggio di questo campo discorsivo e dei suoi cavalli di battaglia: il lavoro e la crescita economica. Piuttosto, al di là dell’esito referendario, se davvero si ha a cuore l’instaurazione di un metabolismo socio-ambientale equilibrato, bisognerebbe trovare il coraggio di rifiutare certi paradigmi devastatori della scienza economica e del mercato. vigneto Paradigmi che instillano la falsa credenza secondo cui sarebbe possibile produrre la frittata del benessere consumistico senza rompere le uova degli equilibri del pianeta dovuti alla pressione estrattivista e alla generazione degli scarti. Il futuro da immaginare non potrà essere semplicemente una produzione green a tutela di un non meglio specificato ambiente, quanto la creazione di forme di esistenza autenticamente sostenibili che al valore di scambio delle merci nel mercato oppongano il valore d’uso dei beni nelle comunità; dove alla gerarchizzazione antropocentrica e coloniale tra umani e non umani e ai loro legami sfibrati si opponga una democrazia dei viventi. Come direbbe il pensiero selvaggio di Ailton, «prima che il cielo cada sulla terra».