La crisi sanitaria che colpisce il Brasile con il diffondersi del coronavirus, assume proporzioni sempre più drammatiche. Le condizioni di vita al limite della dignità di milioni di persone è purtroppo un tratto tipico della società brasiliana, dove la strutturalità del razzismo e della povertà (spesso drammaticamente intrecciate) non fa che amplificare la vulnerabilità dei soggetti marginalizzati. Come se non bastasse, il gigante sudamericano si trova ad affrontare questo periodo convulso con un governo il cui presidente fa notoriamente sfoggio del disprezzo per la vita e per i diritti umani, e che al negazionismo della crisi climatica e della devastazione ambientale in corso, ha affiancato il negazionismo dell’emergenza sanitaria. Per lui e i suoi sostenitori imbevuti di notizie false diffuse dall’ “ufficio dell’odio” con a capo il figlio Carlos, non si tratterebbe che di una normale influenza o di un virus comunista creato per destabilizzare l’equilibrio globale, come sostenuto anche dall’imbarazzante Ministro delle Relazioni Internazionali.

La minimizzazione delle conseguenze della diffusione incontrollata del virus, l’opposizione alle norme sul distanziamento sociale e il lockdown imposto dai governatori degli Stati e dai sindaci, la mancanza di trasparenza sul numero di morti e contagiati, la priorità conferita agli aspetti economici rispetto alla tutela della salute, rivelano una tensione suprematista nemmeno tanto camuffata che fa il paio con il desiderio per uno sbocco politico autoritario autenticamente fascista sempre più manifesto. É così che il 17 aprile scorso, la sostituzione del Ministro della Salute Luiz Henrique Mandetta, colpevole di seguire le indicazioni dell’OMS e cercare di limitare i danni che il presidente causava incentivando la popolazione alla rottura della quarantena, con il più accondiscendente Nelson Teich, già ribattezzato Reich nelle reti sociali, è stato l’epilogo di una situazione di tensione crescente.

Inoltre, il 24 aprile, Sergio Moro, il popolarissimo super-ministro della Giustizia e della Sicurezza Pubblica, capo dell’operazione anti-corruzione Lava Jato che, tra i tanti, ha arrestato l’ex-presidente Lula, dichiara di lasciare il governo a causa delle interferenze del presidente Bolsonaro nella sostituzione del capo della Polizia Federale, scatenando un terremoto politico.

É ancora presto per scorgere quali saranno le conseguenze di questa crisi. Molti invocano l’impeachment di Bolsonaro o l’allontanamento per crimini comuni, e c’è il rischio di una fuga in avanti nella radicalizzazione autoritaria del governo. Quel che è chiaro è che la disputa in atto vede l’opposizione tra destra (neo)liberale e destra fascista, mentre la sinistra sembra isolata in una quarantena politica. Per questa ragione abbiamo tradotto il testo della rete di ricercatori e attivisti MultiNômade apparso qualche tempo fa che, collocando la situazione in una traiettoria di ampio respiro, vede nell’attivismo generato in maniera autonoma nelle comunità per difendersi dal virus e dalla minimizzazione della sua gravità, e nella proposta di una circolazione apparentemente paradossale in una condizione di isolamento sociale, lo spiraglio tra le crepe di una situazione sempre più drammatica. Buona lettura.

(giuseppe orlandini)

Il virus e il paradosso della democrazia

di MultiNômade

La preparazione che non c’è stata

Il primo accordo che possiamo trarre dalla pandemia di COVID-19 è il fallimento di tutti i governi del mondo, ad eccezione di alcuni piccoli paesi asiatici, nell’anticipare e organizzare una risposta all’altezza del problema. Dalla repressione – nel caso cinese – al primo medico che ha avvertito l’emergere del nuovo virus, passando per l’indifferenza e l’inerzia dei paesi europei, l’attaccamento alla normalità ha portato i governi a perdere tempo prezioso che è costato e costerà la vita di decine di migliaia di persone. Dall’altra parte dell’Atlantico (o del Pacifico), la situazione è peggiore. Nei casi di Trump (USA), Lopez Obrador (Messico) e Bolsonaro (Brasile), l’incredulità si è trasformata in azione politica, convertendo la posizione anti-sistema in vero disprezzo organizzato contro la società. Di fronte a una realtà che si è imposta, il caso brasiliano è ancora più grave, rappresentando oggi l’unico paese (ad eccezione della Bielorussia), la cui massima autorità non solo minimizza il problema, ma afferma che i decessi devono far parte della routine del paese, costi quel che costi.

Ma sarebbe un errore concentrarsi solo su questa manifestazione apertamente mortifera, dobbiamo collocare la nostra riflessione nel tempo. Nell’ultimo ciclo politico-economico prima del bolsonarismo, nel periodo che va dalla crisi globale del 2008 al Giugno del 2013 culminando nella crisi del 2015, il Brasile ha vissuto sotto la retorica della preparazione. Era necessario prepararsi all’accelerazione del Brasil Maior, con la costruzione di grandi dighe in Amazzonia, grandi opere infrastrutturali legate all’estrattivismo e grandi prestiti e sussidi per una presunta “industria nazionale”. Era necessario preparare mega eventi sportivi con interventi urbani di grande impatto, con la costruzione di attrezzature sportive, stadi costosissimi e mini-appartamenti dove ammassare migliaia di famiglie rimosse dalle loro case.

Mentre il Brasile provava un balzo che in verità indicava l’attuale abisso, le condizioni di vita subivano una trasformazione silenziosa: le tariffe del trasporto aumentavano del 60% rispetto all’inflazione; la percentuale di famiglie indebitate raggiungeva il 45% nel 2014 (arrivando al 61,2% nel 2018); il numero di lavoratori esternalizzati triplicava (12 milioni); il numero di persone incarcerate quintuplicava (715 mila detenuti); il 60% delle spese sanitarie totali del paese è rappresentato dalle spese familiari; la rete degli ospedali è divenuta per il 70% privata e solo il 50% dei fondi per i servizi igienico-sanitari di base viene applicato, con un inaccettabile tasso del 48% delle case con il sistema fognario.

Giugno del 2013 è stato il movimento che, in modo inaspettato e travolgente, ha sospeso il moto continuo di questa falsa preparazione e ha posto problemi concreti a tutti i governi: “meno stadi e più ospedali”, “scuole e ospedali standard FIFA”, “servizi igienico-sanitari si, funivia no”, “tutti contro l’aumento”, “più libri, meno lacrimogeni”, “fine della corruzione e più salute”, “democrazia reale ora” ecc. Come sappiamo, il breve intervallo è stato presto soffocato da repressione, cattura, crisi politica, economica e polarizzazione, rimandando la possibilità che un’altra preparazione potesse affrontare i problemi collettivi e urgenti del Brasile.

Nel 2020, con gli occhi spaventati dal COVID-19, siamo di nuovo interpellati dalle stesse domande: come mobilitarsi attorno a un problema reale e concreto? Come garantire basilari condizioni di vita? Come costruire un nuovo patto sociale e democratico in Brasile?

La nuova mobilitazione sociale e una necropolitica sulla testa di tutti

Ancor prima che ci fosse chiarezza su quali misure adottare per ridurre l’impatto di COVID-19 nel paese, quel che di nuovo è emerso è stata la rapida costruzione di una mobilitazione reale e trasversale che ha attivato l’intera società. Ispirata da ciò che avveniva in Italia, è stata presto creata una rete di solidarietà per supportare gli operatori sanitari, rafforzare la necessità di rimanere a casa, condividere informazioni corrette, evitare carenze nei supermercati e creare campagne per raccogliere e distribuire risorse e beni essenziali. Nelle favelas e nelle periferie, i collettivi di residenti e comunicatori sociali sono diventati protagonisti di campagne per diffondere raccomandazioni sulla salute, ma ricordano anche che negli ultimi anni non è stato fatto nulla per migliorare l’accesso ai servizi di base come l’acqua e le fognature. Questi gesti stanno creando qualcosa di impensabile in una società così frammentata e abituata alla moltiplicazione di polemiche e controversie vuote: sono state gettate le basi di una nuova cooperazione sociale e di una nuova fiducia orizzontale, mosse dalla sfida reale e inedita di affrontare i drammi di una pandemia.

Per il clan che ci governa, questa alleanza è insopportabile. Sfugge alla gestione della politica che veniva attuata attraverso i social network, le reti di intrighi e menzogne, la produzione continua di capri espiatori e nemici, la normalizzazione attraverso l’ignoranza e la promozione di caos e frammentazione sociale. Al contrario, la nuova mobilitazione costringe l’intero paese a pensare a nuove politiche sociali, misure per valorizzare la vita, l’importanza dei beni comuni, la necessità di condividere informazioni sicure, il ruolo della scienza e delle università, e l’urgenza di un’unione di sforzi oltre il settarismo. Se la mobilitazione trova risonanze democratiche e non autoritarie, questo nuovo momento può dare inizio a un mondo totalmente contrario al rumore performativo del populismo. Il fatto è che di fronte alla catastrofe, il coraggio di dire la verità è tornato ad assumere un senso pratico e rilevante.

Non a caso, intrappolato in un mondo che è già finito, Bolsonaro cerca di rompere questa fiducia emergente stimolando una rivolta contro le misure attuate negli Stati e dal suo stesso governo. Incapace di sopportare un movimento che cresce al di fuori dei suoi recinti digitali e dei circoli del fanatismo, il presidente canalizza l’energia anti-sistemica per esporre la popolazione alla morte, cercando allo stesso tempo di moltiplicare le minacce costanti e le vecchie faide improduttive. Contrapponendo cinicamente economia e salute e affrontato rispetto ai limiti della propria inettitudine, assume la necropolitica (la mobilitazione della politica per la morte) come unico modo per riprendere il controllo di una realtà che è già altrove.

Il cambiamento a cui stiamo assistendo spiega anche i limiti del comando economico del Paese. Basti ricordare che quando il virus era già passato alla fase di trasmissione comunitaria, il ministro dell’Economia diceva che l’isolamento era un’opportunità per pensare alle… “riforme”. Dopo aver realizzato il carattere inevitabile della pandemia, lo stesso ministro ha affermato che il Brasile dovrà attraversare rapidamente la crisi per poi poter riprendere… “le riforme”. Questa insistenza spiega, da un lato, la lentezza nella concezione e nell’attuazione dei programmi di sostegno finanziario solo ora attuati, e mostra, d’altro canto, una mancanza di capacità nell’affrontare gli effetti permanenti della pandemia nel paese e della globalizzazione in generale.

Tutto ci porta a credere, quindi, che è l’attuale mobilitazione per la vita a creare una risonanza positiva tra le dinamiche della cooperazione sociale e le decisioni che vengono prese a livello istituzionale e nei diversi poteri, come dimostra l’attuale disputa con il Ministero della Salute. È questa mobilitazione che ci impedisce di entrare nel gioco utilitaristico che cerca di equiparare i vivi e i morti sulla base della falsa razionalità dei bilanci economici e delle tabelle contabili. Allo stato attuale della pandemia, è chiaro che questa non è che la logica dello scavarsi la fossa, una politica di morte contro la quale dobbiamo urgentemente opporre una politica di vita.

Il paradosso della democrazia: misure di isolamento e amplificazione della circolazione

Di fronte alle crescenti curve di contagiati e morti, la necropolitica assume la contraddizione tra economia e vita come condizione per il suo gioco mortifero, mentre la democrazia appare in tutta la sua forma paradossale. Affinché l’isolamento funzioni è necessario far circolare, affinché la circolazione non sia distrutta dalla pandemia, è necessario isolare e distanziare. La catastrofe sarebbe immaginare che la diffusione del virus imponga necessariamente una logica della contraddizione, naturalizzando così uno dei peggiori segni della società brasiliana: il grande e abituale sacrificio di vite (precarie, povere, nere) a favore del funzionamento di una macchina fondato su disuguaglianza e ingiustizia.

Pertanto, paradossalmente, affrontare la pandemia e proteggere vite significa pensare un’altra logica della circolazione e del funzionamento della macchina stessa, mobilitando:

(i) la circolazione della ricchezza: politiche di reddito garantito, sostegno a piccola e micro-imprenditoria, espansione dell’assistenza sociale, donazioni massicce da parte di banche e grandi aziende, ecc.;

(ii) la circolazione delle infrastrutture: distribuzione di dispositivi di protezione, kit di test in tutto il paese; manutenzione di trasporti pubblici sicuri; accesso di tutti ad acqua, elettricità e prodotti per la pulizia; logistica per mantenere ed espandere i servizi essenziali; costruzione di ospedali da campo; espansione dei letti in terapia intensiva, ecc.;

(iii) la circolazione della tecnologia: accesso di tutti a Internet; inclusione digitale gratuita nelle favelas e nelle periferie; produzione di respiratori, dispositivi di protezione e kit di test; mobilitazione dei laboratori universitari; ingenti investimenti in scienza e tecnologia, ecc.;

(iv) la circolazione delle informazioni: lotta alla sottostima (del numero di contagiati e morti, ndt); garanzia del carattere pubblico dei dati; condivisione di metodi e protocolli igienici per le persone infette; lotta alle notizie false, diffusione del dibattito scientifico, open-acess di articoli accademici; mobilitazione di reti di apprendimento, produzione, diffusione e circolazione dei saperi territoriali, ecc.;

(v) la circolazione della protezione: attrezzature che possano aumentare la protezione di tutti i lavoratori in prima linea, infermieri, medici, agenti pubblici, addetti alla logistica e alle consegne, comunicatori, leader comunitari, ecc.;

(vi) la circolazione delle libertà: misure di restrizione e controllo che siano il risultato della libertà e della mobilitazione democratica; veto a imposizioni amministrative autoritarie, carcere o leggi marziali per garantire la quarantena; misure per la massima scarcerazione possibile di detenuti provvisori, detenuti con malattie croniche, anziani, donne in gravidanza e in allattamento; sostituzione delle misure di internamento dei giovani con misure in ambiente aperto, ecc. (cfr. Raccomandazione CNJ n. 62);

(vii) la circolazione del supporto psichico: proliferazione di varie iniziative comunitarie e istituzionali per accogliere il malessere e la sofferenza che derivano dall’indissociabilità tra vita, salute mentale, realtà sociale ed economica; assistenza online gratuita per gli operatori sanitari, con il riconoscimento che è compito di ogni operatore sanitario individuare la sofferenza psicologica nelle emergenze umanitarie, ecc.;

(viii) la circolazione della biodiversità: promozione della diversità biologica come mezzo di protezione contro l’emergere di nuovi virus (cinture vive), il rafforzamento degli organismi di ispezione ambientale e il monitoraggio delle unità di conservazione e dei territori indigeni, la lotta agli incendi in Amazzonia, la costruzione di una nuova relazione etica tra tutti i viventi, ecc.

Tutte queste iniziative per far circolare la cooperazione sociale e istituzionale, oltre a formare un’agenda urgente per il periodo del contagio, possono formare una solida linea d’azione dopo la crisi. Il rafforzamento di questo nuovo patto sociale, ecologico e democratico, basato sulla riqualificazione della circolazione, deve consentire alla mobilitazione di continuare con altri mezzi e attraverso altre misure che saranno necessarie. A livello globale, è un’opportunità per pensare a una globalizzazione basata sulla solidarietà e sulla cooperazione internazionale, in contrapposizione alla crisi dei blocchi regionali e alle tentazioni nazionaliste e reazionarie che, a destra o a sinistra, sognano una deglobalizzazione arcaica. Nel caso del decrepito governo brasiliano, questo è ciò che può impedire un rapido tentativo di ristabilire i recinti elettorali basati su bugie, la ripresa di un’austerità estranea alla realtà o una soluzione militarista “dall’alto”, lanciata per affrontare l’inettitudine del presidente e l’instabilità causata dalla pandemia.

Che l’esperienza collettiva di solidarietà e mobilitazione trasversale possa servire, quindi, come vaccino per queste trappole e comporre il terreno concreto per una democrazia adatta al mondo che emerge dinnanzi a noi.

traduzione a cura di giuseppe orlandini