di Miguel Mellino

Il massacro in Bolivia non si ferma: dall’inizio del golpe contro il governo di Evo Morales il 10 Novembre scorso, si contano almeno 34 morti, 1000 feriti (in buona parte a causa di proiettili sparati dalle forze dell’ordine) e un numero imprecisato di desaparecidos. Ultima in ordine di tempo, la brutale aggressione di polizia e militari contro un blocco stradale a Senkata, zona de El Alto, qualche giorno fa: 10 morti, almeno 500 feriti, e anche qui si contano numerosi i desaparecidos dopo la repressione (https://latinta.com.ar/2019/11/bolivia-cronica-de-la-masacre-en-senkata/). Il bilancio di questa nuova edizione del “terrorismo di stato” in America latina si fa sempre più pesante. Ma se la repressione si fa sempre più brutale è anche perché la resistenza popolare al golpe continua. Nonostante le persecuzioni e le violenze inflitte a militanti, sindacalisti e giornalisti, la militarizzazione del paese e l’impunità istituzionale garantita alle forze dell’ordine dal governo “fantoccio” di Jeannine Añez, proseguono le manifestazioni e i blocchi stradali in diverse zone del paese. Mattanze e resistenze oscurate dai media locali e anche globali, che attraverso il silenzio non solo continuano a riprodurre l’ordine neoliberale del discorso, ma stanno chiaramente gettando le regole del futuro gioco politico. Non un “golpe di stato”, ma “una crisi istituzionale”; non un governo “civico-militare”, razziale e fondamentalista, che ha usurpato il potere con la forza e la violenza, ma un “esecutivo” di garanzia e di “transizione” fino a nuove e legittime elezioni. E’ questa la narrazione politico-mediatica dominante attraverso cui si cerca di riportare la Bolivia alla “normalità democratica” internazionale.

E tuttavia appare sempre più imbarazzante parlare di governo di transizione, non solo di fronte alla violenza esplicitamente razzista dispiegata dal governo auto-proclamato di J. Añez, ma anche nel momento in cui il suo ministro dell’economia annuncia misure urgenti di liberalizzazione finanziaria e di apertura al capitale globale, mentre quello degli interni agita violenta e minacciosa l’incriminazione penale di “sedizione” contro politici, sindacalisti e militanti dissidenti. Può apparire chiaramente scontato che dentro l’ordine neoliberale-globale del discorso si continui a negare l’esistenza di un golpe di stato, meno prevedibile risulta però l’adesione a questa narrazione di una parte della sinistra latinoamericana e globale, in particolare di quella femminista. Condividiamo alcune delle critiche al modello instaurato dal MAS di intellettuali-militanti come Raul Zibechi (https://desinformemonos.org/evo-perdio-a-evo/), Rita Segato (https://www.lavaca.org/notas/rita-segato-sobre-bolivia-es-el-momento-oportuno-para-pensar-a-bolivia-criticamente/) e Silvia Rivera Cusicanqui https://ctxt.es/es/20191120/Firmas/29639/bolivia-movimiento-indigena-cocaleros-tipnis-chiquitania-silvia-rivera-cusicanqui.), e abbiamo imparato moltissimo in passato dalle loro riflessioni sulla violenza dell’estrattivismo e dello sviluppismo acritico, sull’intersezione di patriarcato e colonialità nel dispositivo sessista dell’attuale logica capitalistica di accumulazione e sulla potenza del femminismo popolare e indigeno come pratica di trasformazione radicale. Eppure il loro posizionamento “oltre ogni binarismo” (vedi Segato) nell’attuale conflitto boliviano ci appare assai poco comprensibile. A lasciarci particolarmente stupiti nelle critiche di Segato e Cusicanqui è non solo il non-riconoscimento, come altrettanto legittimamente femministi e indigeni, di altri posizionamenti comunitari antipatriarcali, nel conflitto (vedi Korol qui, Adriana Guzman in https://www.pagina12.com.ar/230874-el-golpe-de-estado-en-bolivia-es-racista, http://www.agenciapacourondo.com.ar/debates/mujeres-indigenas-le-responden-segato), ma soprattutto una sorta di rivendicazione-riappropriazione del femminismo come movimento super-partes, per così dire. E’ quanto ci dice in proposito Adriana Guzmán, militante boliviana femminista e comunitaria: “Questa idea del fatto che tutti sono la stessa cosa ci colloca alle femministe al di là del bene e del male, poiché non possiamo posizionarci da nessuna parte del processo, crediamo che anche questa sia un’eredità del femminismo coloniale. Le femministe non sono al di sopra di quello che sta accadendo, poiché stanno assassinando le nostre sorelle e i nostri fratelli. Dire che tutto quanto è la stessa cosa non ci appare soddisfacente, né sembra apportare nulla alla risoluzione del conflitto qui e ora. Siamo di fronte a un golpe di stato razzista, patriarcale ecclesiastico ed imprenditoriale. Non possiamo ritirarci di fronte a questa forma di fascismo” (vedi link più sopra).

Gli articoli che qui proponiamo, sia quelli più filogovernativi (Garcia Linera) sia quelli più critici all’esperienza “populista” del governo del MAS (Stefanoni), mostrano non solo che di golpe si è trattato – nel senso che la destra oligarchica è riuscita ad assumere il coordinamento di diverse forze sociali di opposizione per attuare una rottura violenta e razzista dell’ordine costituzionale, stimolata e supportata dall’esterno dagli Stati Uniti, dalla UE e da tutte le istituzioni da essi controllate – ma soprattutto che la tesi di una mera complementarietà tra Morales e Camacho appare alquanto azzardata e priva di fondamenti materiali. La redistribuzione delle risorse sociali, simboliche e materiali, operata nei 14 anni di governo del MAS, nonostante tutti i suoi limiti che abbiamo già ri-sottolineato nel nostro precedente dossier, non può non essere considerata come un importante momento di cesura nella storia della Bolivia: non si può dunque minimizzare il significato politico dell’avanzamento in questi anni delle classi popolari, indigene e contadine, dentro la struttura coloniale di classe e di razza tradizionale della società boliviana. E’ qualcosa che certamente fa una differenza, soprattutto per chi oggi può godere di questi avanzamenti in ambito economico, sociale, sanitario, giuridico, nel campo dell’istruzione pubblica, ecc. Morales e Camacho non sono dunque l’espressione di un unico modello. Sostenerlo, soprattutto in questo momento, ci pare non solo una semplificazione assai banale ed egocentrica, ma anche un grave errore politico. Può non piacere la figura di Morales, può non piacere il MAS, si può anche ritenere dannoso e problematico il suo modello “estrattivista” e “burocratizzato”. Ma di fronte a una controffensiva neoliberale e fascista di queste dimensioni, e con i cadaveri del popolo che resiste ancora caldi nelle strade, occorrerebbe difendere in modo esplicito ciò che questi 14 anni hanno rappresentato. In primo luogo, perché sono stati possibili grazie all’insorgenza e alla soggettivazione politica dei movimenti sociali, indigeni e femministi. E poi perché il golpe in Bolivia, in mezzo alle insurrezioni di massa in corso contro il saccheggio neoliberale in Ecuador, Cile e ora anche in Colombia, e nell’imminenza di nuovo governo “populista” in Argentina, si presenta come un preoccupante punto di inflessione in tutta la regione; come un evento-spartiacque che costringe tutti i movimenti a pensare seriamente sulla nuova congiuntura politica.

Ancora meno comprensibili ci appaiono le adesioni a questo tipo di critiche “anti-binarie”, per così dire, del conflitto in Bolivia imbracciate da una parte della sinistra radicale in Europa. Difficile non vedere in questi posizionamenti non solo una mera e vuota proiezione, narcisistica e identitaria, del proprio luogo di enunciazione politica, ma soprattutto un resto non-secondario di colonialità e di eurocentrismo. Diverse volte abbiamo insistito sul fatto che la tanto invocata decolonizzazione, come pratica teorica e politica, individuale e collettiva, consiste prima di tutto nell’aprire costantemente domande e interrogazioni sul proprio posizionamento rispetto a ciò che si muove nel Reale. La decolonizzazione come metodo radica nell’assunzione intransigente dell’esistenza di uno scarto costitutivo, di ciò che si può anche chiamare un principio di non-identità, tra le nostre categorie di lettura e il Reale in quanto tale. Questo presupposto diventa ancora più necessario, una sorta di imperativo decoloniale si potrebbe dire, quando si tratta di comprendere fenomeni che accadono al di là della linea dell’Equatore. L’esistenza di questa storica divisione coloniale del mondo, richiede infatti un esercizio costante di “decolonizzazione della mente”, per dirla con le famose parole di Ngugi Wa Thiong’o. Si sa, gli stessi fenomeni sociali e politici, da un lato e dall’altro di questa linea, possono assumere sembianze e significati profondamente diversi, a volte anche opposti. Nulla è ciò che appare: a partire da Marx, potremmo definire la proprietà ideologica costitutiva di questa linea-esperienza demarcatoria come “feticismo del colonialismo-imperialismo”. E’ proprio a questo che alludeva Frantz Fanon quando invocava una necessaria distensione del marxismo come chiave interpretativa della società, della storia e della lotta di classe nei contesti coloniali. La pulsione narcisistica rappresenta il limite più serio di ogni pensiero politico, la colonialità, specie da questa parte del mondo, una sua storica aporia bianca.

Bolivia: Compagne, ci stanno ammazzando!

di Claudia Korol

In Bolivia non solo è in atto un colpo di Stato, ma avanza anche un massacro fascista, machista e razzista contro un popolo che non accetta il disciplinamento. Ci stanno ammazzando e voi…Stiamo ricevendo audio ogni ora, da diversi punti della Bolivia: Cochabamba, El Alto, Senkata, La Paz… Riportano urla disperate di donne, di comunità che resistono con dignità, sotto i proiettili assassini dei militari, della polizia e dei gruppi di fascisti armati dalle oligarchie con l’appoggio dei vari Trump, Macri e Bolsonaro. Ma riportano anche voci che denunciano, che analizzano, che cercano di organizzare, che stanno con la resistenza. Si sentono pianti che si trasformano in slogan. ¡Los pueblos unidos jamás serán vencidos!

Il colpo di stato razzista, fascista, patriarcale, coloniale, capitalista, cerca di mettere a tacere tutte queste voci, eliminarle, azzittirle. L’assedio comunicativo cerca di soffocare, annientare, la parola del popolo. La restaurazione conservatrice e capitalista segue la strada del litio, della giungla, va dietro i cattivi esempi.

Le voci continuano ad arrivare. Nascono nuovi spazi comunicativi. Viaggiano a mille le reti sociali e familiari, le radio comunitarie, i video amatoriali girati con i cellulari. È disperante ascoltare i colpi. Vedere la loro traiettoria perforare la pelle, violando i corpi che insorgono contro tutte le umiliazioni. Quelle pallottole, generano rabbia, impotenza, indignazione, furia.

È difficile capire, dunque, perché in mezzo a questo mare di voci ribelli, che costringono al razzismo assassino a gettare la maschera, che non si arrendono, che non si consegnano, che non si vendono, cominci a farsi sentire un altro un mormorio assordante, fatto di parole scritte da alcuni spazi femministi, ambientalisti, analisi che sostengono che non siamo di fronte a un golpe; o altre visioni che ritengono che forse sì lo è, ma che più che si tratta di un’azione della destra che cerca di capitalizzare una rivolta popolare, approfittando del disastro provocato da Evo e il suo governo. Questo mormorio rivolge e inasprisce le critiche, non tanto agli usurpatori violenti del governo, ma soprattutto verso il presidente rovesciato. Si equipara Evo con Camacho e Mesa, e si banalizza il golpe come se si trattasse di un combattimento tra galli.

All’improvviso, sì, all’improvviso tutta l’attenzione viene distolta da quei gruppi fascisti che hanno incitato alele mobilitazioni convocate “in difesa della democrazia”, e a cui parteciparono entusiasticamente varie figure che oggi scrivono queste sciocchezze. (Hanno preso parte ai cortei contro la rielezione di Evo – in difesa della democrazia, hanno detto -, ma oggi non sono presenti nelle barricate contro il fascismo). Si distrae cosi l’attenzione dalle manovre realizzate da parte del governo degli Stati Uniti, dall’ OSA, dal fascismo dei gruppi paramilitari della gioventù cruceñista (regione di Santa Cruz), dall’azione destabilizzante promossa dall’oligarchia boliviana comandata da Mesa e Camacho. Si distoglie dunque l’attenzione dai proiettili che ammazzano il popolo. Si toglie dalle donne in polleras picchiate, umiliate. Si distoglie l’attenzione dall’impunità data ai militari per uccidere, garantita legalmente dall’impostora che agisce come presidentessa. Il problema, si dice, è Evo, e il popolo che crede nel caudillo.

Non è l’intenzione di queste note urgenti discutere del machismo di Evo e di tanti leader de Nuestra América. Ma occorre ribadire dire che il femminismo popolare è certamente in grado di distinguere tra le difficoltà storiche della cultura patriarcale dei nostri popoli, e le politiche imperialiste e oligarchiche che ci colpiscono. Sappiamo distinguere tra Salvador Allende e Pinochet, tra Hugo Chavez e Guaidó, tra Mel Zelaya e Micheletti, tra Lula e Bolsonaro. Non fare queste distinzioni significa finire per essere indifferenti ai diversi sentire e alle lotte delle donne e dei popoli. Dai femminismi popolari, non legittimiamo i gesti machisti che hanno seminato la storia delle rivoluzioni vinte e perse, e tuttavia queste azioni le affrontiamo e discutiamo durante i processi di cambiamento, e non con chi ci sta ammazzando.

Mentre ascoltiamo la disperazione di chi porta il proprio corpo nelle strade, sui computer si scrivono sentenze politiche verso un governo che – al di là di tutti i suoi errori debolezze – ha generato un’esperienza plurinazionale, di riconoscimento dei popoli indigeni (pueblos originarios) e della loro dignità. Di fronte al colpo di stato, con partecipazione militare e poliziesca nella sua gestazione e sviluppo, responsabilizzare il governo di Evo Morales del crimine, e lasciare aperta un’analisi che non finisce di mettere in discussione il carattere fascista, razzista, patriarcale e coloniale di coloro che fanno parte del nuovo governo e del potere, non può non risultare del tutto funzionale agli interessi golpisti.

Quando le donne in pollera smetteranno di sentirsi e di essere minacciate per le strade, quando i e le giovanx smetteranno di essere criminalizzatx e assassinatx, quando i movimenti popolari smetteranno di essere perseguitati, quando si giudicheranno i responsabili di questi massacri e quando il popolo riuscirà a ricreare dal basso e collettivamente il potere popolare, lì’ potremo analizzare i limiti delle esperienze di cui sono stati protagonisti i popoli in Abya Yala.

Oggi i nostri corpi, i nostri sentimenti, le nostre forze sono dirette a rompere il black-out informativo, a costruire ponti con la Resistenza Indigena, contadina, femminista e popolare, ad aggregare ciascuna compagna e ciascun compagno ferita/o, arrestata/o, minacciata/o, perseguitata/o, infortunata/o. La nostra attenzione e la nostra solidarietà va prima di tutto a coloro che stanno subendo in continuazione gas e proiettili, colpi e umiliazioni.

Stiamo con i perseguitati e le perseguitate. Con le umiliate. Con la dignità ribelle di chi avanza occupando le strade e tracciando rotte. E da qui noi non ci muoviamo! Il fascismo non passerà.

Traduzione di Emanuela Rescigno

L’odio per l’indio

di Álvaro García Linera

Il fascismo, l’odio razziale, non è solo l’espressione di una rivoluzione fallita ma, nelle società post-coloniali, paradossalmente anche la reazione a una democratizzazione materiale riuscita.

Come una spessa nebbia notturna, l’odio attraversa feroce i quartieri delle tradizionali classi medie urbane della Bolivia. I loro occhi sono pieni di rabbia. Non gridano, sputano; non pretendono, impongono. Le loro canzoni non sono di speranza o di fratellanza, sono di disprezzo e di discriminazione contro gli indios. Montano sulle loro moto, salgono sulle camionette, si radunano nelle loro confraternite di carnevale e nelle università private e vanno a caccia degli indios ribelli che hanno osato sottrargli il potere.

Nel caso di Santa Cruz, organizzano orde motorizzate di 4×4 con mazze in mano per dare una lezione a quegli indios, che chiamano da secoli dispregiativamente collas, che vivono nei mercati e nei quartieri marginali. Cantano slogan come “devi uccidere i collas”, e se lungo il cammino incontrano una mujer de pollera, la picchiano, la minacciano e le ordinano di lasciare il loro territorio. A Cochabamba organizzano convogli per imporre la loro supremazia razziale nella zona meridionale, dove vivono le classi più povere, e caricano – come se fossero un distaccamento di cavalleria – le migliaia di contadine indifese che marciano per la pace. Tengono in mano mazze da baseball, catene, granate a gas. La donna è la loro vittima preferita; prendono una sindaca di un pueblo contadino, la umiliano, la trascinano per strada, la picchiano, le urinano sopra quando cade a terra, le tagliano i capelli, minacciano di linciarla, e quando si rendono conto di esser filmati decidono di pitturarla di rosso, a simboleggiare ciò che faranno con il suo sangue.

A La Paz sono sospettosi verso le proprie governanti e non parlano quando queste gli portano il cibo a tavola. Nel profondo le temono, ma le disprezzano anche. Poi scendono in strada a gridare, insultando Evo e, con lui, tutti quegli indios che hanno osato costruire una democrazia interculturale egualitaria. Quando sono in molti, trascinano la Wiphala, la bandiera indigena, ci sputano sopra, la calpestano, la riducono in brandelli, la bruciano. È una rabbia viscerale a essere scaricata su questo simbolo indio che vorrebbero cancellare dalla faccia della terra insieme a tutti coloro che si riconosco in esso.

L’odio razziale è il linguaggio politico di questa classe media tradizionale. A nulla servono i suoi titoli accademici, i suoi viaggi e la sua fede, perché, alla fine tutto scompare di fronte al lignaggio. In fondo, la stirpe immaginata è più potente e pare aderire al linguaggio spontaneo dell’odio della pelle, dei gesti viscerali e di una morale corrotta.

Tutto è esploso domenica 20, quando Evo Morales ha vinto le elezioni con più di 10 punti di vantaggio sul secondo, ma senza l’immenso vantaggio di prima e senza il 51% dei voti. Era il segnale che le forze reazionarie aspettavano: dal timoroso candidato liberale dell’opposizione, alle forze politiche ultraconservatrici, fino all’OSA e all’ineffabile classe media tradizionale. Evo aveva vinto di nuovo ma non aveva più il 60% dell’elettorato; era più debole e avevano l’occasione di calpestarlo. Il perdente non ha riconosciuto la sua sconfitta. L’OSA ha parlato di “elezioni pulite”, però di una vittoria meno ampia e ha chiesto un secondo turno, andando contro la Costituzione che stabilisce che se un candidato ottiene più del 40% dei voti e più del 10% dei voti di vantaggio sul secondo, è il candidato eletto. E la classe media si è lanciata nella caccia all’indio. Durante la notte di lunedì 21, sono stati bruciati 5 dei 9 organi elettorali, con all’interno le schede elettorali. La città di Santa Cruz ha decretato uno sciopero civico che ha coinvolto gli abitanti del centro città e si è poi allargato alle zone residenziali di La Paz e Cochabamba. E poi è scoppiato il terrore.

Bande paramilitari hanno cominciato ad assediare le istituzioni, a bruciare le sedi sindacali e a dare fuoco alle case dei candidati e dei leader politici del partito di governo. Fino a saccheggiare la casa privata del presidente; altrove, sono state sequestrate famiglie, bambini compresi, e minacciate di venir frustate e bruciate se il padre, ministro o dirigente sindacale, non si fosse dimesso. Si è scatenata una interminabile notte dei lunghi coltelli, e il fascismo alzava la testa.

Quando le forze popolari mobilitate per resistere a questo colpo di stato civile hanno cominciato a riprendere il controllo territoriale delle città, con la presenza di operai, minatori, contadini, indigeni e popolazione urbana – e l’equilibrio delle forze ha cominciato a pendere verso il lato delle forze popolari – è arrivato l’ammutinamento della polizia.

Per settimane le forze di polizia hanno mostrato grande indolenza e inettitudine per proteggere la gente umile, quando è stata picchiata e perseguitata dalle bande fascistoidi. Ma a partire da venerdì, all’insaputa del comando civile, molte di loro hanno dimostrato una straordinaria capacità nell’aggredire, detenere, torturare e uccidere i manifestanti popolari. Chiaro, prima dovevano contenere i figli della classe media e, presumibilmente, non avevano nessuna capacità; tuttavia, ora che si trattava di reprimere gli indios ribelli, il dispiegamento, l’arroganza e la cattiveria repressiva erano enormi. La stessa cosa è successa con le Forze Armate. Durante tutta la nostra esperienza di governo, non abbiamo mai permesso loro di reprimere le manifestazioni civili, nemmeno durante il primo colpo di Stato civile del 2008. E ora, nel pieno della convulsione politica e senza che noi chiedessimo nulla, hanno dichiarato che non avevano equipaggiamento antisommossa, che avevano solo 8 pallottole per membro e che era richiesto un decreto presidenziale per essere presenti in strada in modo dissuasivo. Tuttavia, non hanno esitato a chiedere/imporre le dimissioni del presidente Evo, rompendo l’ordine costituzionale. Hanno fatto del loro meglio per cercare di rapirlo mentre era in viaggio verso il Chapare; e quando il colpo di Stato è stato consumato sono scesi in strada per sparare migliaia di proiettili, militarizzare le città, uccidere i contadini. E tutto questo senza alcun decreto presidenziale. Per proteggere gli indios occorreva un decreto. Per reprimere e uccidere gli indios era sufficiente obbedire a ciò che l’odio razziale e di classe ordinava. E in soli 5 giorni ci sono più di 18 morti, 120 feriti da arma da fuoco. Ovviamente, tutti indigeni.

La domanda a cui tutti noi dobbiamo rispondere è: come può questa classe media tradizionale incubare così tanto odio e risentimento verso il popolo, portandoli ad abbracciare un fascismo razzializzato e incentrato sull’indio come nemico? Come ha fatto a irradiare le sue frustrazioni di classe alla polizia e ai militari ed essere la base sociale di questa fascistizzazione, di questa regressione statale e di questa degenerazione morale?

È stato il rifiuto dell’uguaglianza, cioè il rifiuto dei fondamenti stessi di una democrazia sostanziale.

Gli ultimi 14 anni di governo dei movimenti sociali hanno avuto come caratteristica principale il processo di perequazione sociale, la brusca riduzione della povertà estrema (dal 38 al 15%), l’espansione dei diritti per tutti (accesso universale alla salute, all’istruzione e alla protezione sociale), l’indianizzazione dello Stato (oltre il 50% dei funzionari pubblici ha un’identità indigena, una nuova narrazione nazionale riguardo la sua base indigena), la riduzione delle disuguaglianze economiche (una diminuzione da 130 a 45 della differenza di reddito tra i più ricchi e i più poveri); cioè, la democratizzazione sistematica della ricchezza, l’accesso ai beni pubblici, alle opportunità e al potere statale. L’economia è passata da 9 miliardi di dollari a 42 miliardi di dollari, espandendo il mercato e i risparmi interni e permettendo a molte persone di possedere la propria casa e di migliorare il proprio lavoro.

Questo ha portato la percentuale di persone della cosiddetta “classe media”, misurata in reddito, a salire dal 35 al 60% in un decennio, la maggior parte di loro proveniente dai settori popolari, indigeni. Si tratta di un processo di democratizzazione dei beni sociali attraverso la costruzione dell’uguaglianza materiale ma che, inevitabilmente, ha portato ad una rapida svalutazione del capitale economico, scolastico e politico posseduto dalle tradizionali classi medie. Se prima un cognome importante o il monopolio dei saperi “legittimi” o l’insieme dei legami famigliari caratteristici della classe media tradizionale, permetteva loro di accedere alle posizioni nella pubblica amministrazione, di ottenere crediti, permessi o borse di studio, oggi il numero di persone che lottano per lo stesso lavoro o per la stessa opportunità è non solo raddoppiato – riducendo della metà le possibilità di accesso a quei beni – ma soprattutto anche gli “arribistas”, la nuova classe media di origine popolare indigena, possiede un insieme di nuovi capitali (lingua indigena, legami sindacali) valorizzati e riconosciuti dallo Stato per lottare per i beni pubblici disponibili.

Si tratta, quindi, di un crollo di quella che era una caratteristica della società coloniale: l’etnicità come capitale, cioè come fondamento immaginato della superiorità storica della classe media sulle classi subalterne, perché qui, in Bolivia, la classe sociale è comprensibile e diventa visibile solo sotto forma di gerarchie razziali. Il fatto che i figli di questa classe media siano stati la forza d’urto dell’insurrezione reazionaria è il grido violento di una nuova generazione che vede svanire davanti la forza della democratizzazione dei beni, l’eredità del cognome e della pelle. Così, pur sventolando le bandiere della democrazia intesa come voto, in realtà si sono ribellati contro la democrazia intesa come uguaglianza sociale e distribuzione della ricchezza. Per questo straborda di odio e di violenza; perché la supremazia razziale è qualcosa che non si razionalizza, è vissuta come un impulso primario del corpo, come un tatuaggio sulla pelle della storia coloniale. Quindi il fascismo non è solo l’espressione di una rivoluzione fallita ma, nelle società postcoloniali, paradossalmente anche la reazione a una democratizzazione materiale raggiunta.

Per questo non sorprende che, mentre gli indios raccolgono i corpi di una ventina di persone assassinate da armi da fuoco, i loro aggressori materiali e morali ci raccontano di averlo fatto per salvaguardare la democrazia. Ma in realtà sanno che ciò che hanno fatto è stato proteggere il privilegio di cognome e di casta.

L’odio razziale non può che distruggere; non è un orizzonte, non è altro che una primitiva vendetta di una classe storicamente e moralmente decadente che dimostra che, dietro ogni mediocre liberale, si nasconde un consumato golpista.

Traduzione di Andrea Caroselli

Bolivia: Come e perché è stato rovesciato Evo?

di Pablo Stefanoni e Fernando Molina

Cominciamo dalla fine (o almeno dalla fine provvisoria di questa storia): nella tarda notte di domenica, il leader cruceño Luis Fernando Camacho è salito su un’auto della polizia per le strade di La Paz, scortato da agenti ammutinati e dai festanti settori della popolazione contrari a Evo Morales. Si è così verificata una controrivoluzione della polizia civile che ha sottratto il potere al presidente boliviano. Morales si è barricato nel suo territorio a El Chaparé, regione famosa per la coltivazione di coca che l’ ha visto nascere come figura politica. ed in cui si è rifugiato per proteggersi dal rischio di ritorsioni. È una sorta di parabola – almeno transitoria – della sua vita politica. In questo modo, ciò che è nato come un movimento di richiesta di un secondo turno elettorale, dopo la controversa e confusa elezione del 20 ottobre, si è concluso con il capo delle forze armate che “ha suggerito” le dimissioni del presidente.

Una sedizione contro il governo di Evo Morales non era nell’orizzonte di nessuno. Ma in tre settimane, l’opposizione si è mobilitata più fermamente delle basi “eviste”, le quali dopo 14 anni al potere sono andate perdendo capacità di mobilitazione, proprio dal momento in cui lo Stato ha cominciato a sostituire le organizzazioni sociali come fonte di potere e quindi a burocratizzare l’appoggio al “processo di cambiamento”. Così in poche ore, quello che è stato il governo più forte del ventesimo secolo in Bolivia è sembrato incredibilmente crollare (sono molti gli ex funzionari rifugiati nelle ambasciate). I ministri hanno rassegnato le dimissioni, denunciando che le loro case sono state bruciate; mentre gli oppositori hanno mostrato tre morti causati da scontri tra gruppi civili come simbolo dell’indignazione contro quella che chiamano “dittatura”. Infine, Domenica, Evo Morales e Álvaro García Linera si sono dimessi e hanno denunciato un colpo di stato in corso.

Il Movimento al socialismo (MAS), formatosi negli anni ‘90, è sempre stato un partito profondamente contadino – più che indigeno – e questo si è sempre riversato in molti modi nel governo di Evo Morales. Il sostegno urbano è sempre rimasto subordinato a certe condizioni – nel 2005 perché si scommise su una leadership “ indigena ” per fronteggiare la profonda crisi che stava vivendo il paese, successivamente perché Evo aveva mantenuto ottimi livelli di crescita economica; ma i tentativi di Morales di restare nella presidenza – sommato a vecchi sostrati razzisti e alla sensazione di restare esclusi dal potere – hanno incoraggiato le classi medie urbane a manifestare nelle strade contro il presidente. Da un punto di vista realmente oggettivo, il cosiddetto “processo di cambiamento” non ha certo favorito la classe media tradizionale o l’establishment “bianco” – come lo so chiama in Bolivia. Anzi, si può dire invece che ha tolto loro il potere. Quella di Morales è stata perciò una rivoluzione politica anti-elitaria. Motivo per cui il suo governo si è scontrato con le precedenti élite politiche, sostituendole con altre, più popolari ed indigene. Questo processo ha di fatto svalutato il capitale simbolico ed educativo in possesso della “classe burocratica” da prima della comparsa del MAS. Nel frattempo, le sue vittorie elettorali con oltre il 60 percento dei voti gli permisero di occupare in pieno il potere dello stato.

Morales sembrava dare corpo a una vittoria della politica sulla tecnica. Se il neoliberismo credeva nel diritto dei “più capaci” di imporre la loro visione all’ intera società, il “ processo di cambiamento ” credeva invece nel diritto della Bolivia popolare di imporsi sui “ più capaci ”. Per agire concretamente, il governo del MAS ha fatto ricorso alla politica (egualitarismo) e alla distribuzione corporativa di incarichi tra i vari movimenti sociali piuttosto che alla tecnica (elitarismo). Per tale ragione, non ha colmato in maniera meritocratica gli spazi vuoti lasciati dal ripiegamento della burocrazia neoliberista. E non ha fatto nemmeno ricorso in modo significativo alle università per dotarsi di capitale culturale il quale, d’ altra parte, considerava sacrificabile. Ciò ha creato rancori e dissapori nella classe media, in particolare nel suo segmento accademico-professionale, la cui massima aspettativa è sempre stata quella di ottenere il riconoscimento sociale ed economico delle conoscenze in suo possesso.

Tuttavia, il MAS è diventato sempre più “statalista”. L’approccio statalista con cui il governo ha affrontato i problemi e le esigenze che sorgevano nel paese lo ha portato a ignorare, e spesso scontrarsi con, le piccole imprese private, ovvero con lea piccola imprenditoria della classe media. Per questo motivo vi sono sempre stati “attriti” tra il “processo di cambiamento” e i settori imprenditoriali non indigeni e non corporativi (quelli che hanno beneficiato degli aspetti politici del cambiamento e oltraggiato la “classe media ”). È vero anche che esisteva un patto di non aggressione e di supporto tattico tra il “processo di cambiamento ” e l’alta borghesia o la classe oligarchica, ma questo patto si basava più su ragioni politiche che non commerciali o economiche.

D’altra parte, diverse misure adottate da Evo Morales hanno messo in discussione il capitale etnico, danneggiando i bianchi: anche se non ha portato avanti nessuna riforma agraria, il suo governo ha favorito i poveri con l’assegnazione di appezzamenti di terra ai governativi; è stata certamente realizzata una redistribuzione del capitale economico – attraverso il potenziamento di infrastrutture e politiche sociali – in favore degli indigeni e dei settori popolari; inoltre, la politica educativa attuata dal governo ha accresciuto il capitale simbolico dei nativi e dei meticci, attraverso la rivalutazione della loro storia e la loro cultura, ma, allo stesso tempo, il governo ha fatto ben poco per aumentare il livello dell’istruzione pubblica e dunque per contrastare l’attuale monopoli bianco dell’educazione (privata) di alta qualità. E’ così che le élites tradizionali hanno perso spazio all’interno dello stato, hanno visto l’indebolimento del proprio capitale simbolico e del proprio potere d’ influenza. In sintesi: il Club de Golf ha perso d’importanza come spazio di riproduzione del potere e dello status.

Da tempo, numerosi sondaggi mostravano la sfiducia dei settori medi nei confronti del presidente. Non tanto per la sua amministrazione, che di fatto approvavano, ma per la durata del dominio dell’élite di cui Evo era a capo. Era questo era il problema che contava per la classe media, una questione che la persistenza di Evo nell’obiettivo della sua rielezione rendeva impossibile risolvere, portando così la classe media alla sedizione. A questo poi bisogna aggiungere che il “processo di cambiamento” non ha indebolito i micro-despotismi presenti nell’intera struttura dello stato boliviano. L’uso di impiegati pubblici nelle campagne elettorali e, più in generale, nella politica del partito del MAS ha finito per indebolire il pluralismo ideologico tra i funzionari anche di base.

La Bolivia è un paese quasi geneticamente anti-rielettoralista: nemmeno Víctor Paz Estenssoro, il leader della Rivoluzione Nazionale del 1952, ottenne due mandati consecutivi. Questa tendenza può considerata in parte come una sorta di “riflesso repubblicano dal basso”, in parte come la necessità di esigere una maggiore rotazione del personale politico. Quando un ceto non si ritira, limita l’accesso di altri candidati a occupare il loro posto. Tutte i partiti popolari che sono saliti al potere in Bolivia hanno storicamente avuto lo stesso problema: più militanti eventualmente da sistemare che non cariche da distribuire. Lo stato è debole, ma resta uno dei pochi canali di ascesa sociale.

La Bolivia è anche il paradiso della logica delle equivalenze di Laclau: non appena la situazione diventa incontrollabile e lo stato ridiviene debole, tutti insorgono con le loro domande, indignazioni e frustrazioni, che restano sempre numerose, dato che si tratta di un paese povero e con molte carenze. Così è accaduto anche questa volta. Gli “ammutinamenti della polizia” esprimono risentimenti dei settori bassi rispetto alla classe al comando, richieste riguardanti problemi di disuguaglianza economica e di abuso di potere tra le “classi”: è accaduto nel 2003, nella rivolta del 2012 e nell’ultimo fine settimana. Anche Potosí, protagonista da anni di uno scontro con Evo perché i suoi abitanti sentono che dai tempi della colonia le loro ricchezze – attualmente il litio – svaniscono mentre essi sono restano poveri, si è aggiunta alla rivolta. E lo stesso è accaduto con i settori dissidenti di tutte le organizzazioni sociali (cocaleros Yungas, ponchos rojos, minatori e trasportatori). Ciò si aggiunge a una cultura corporativa che favorisce le esigenze regionali o di settore rispetto a posizioni più universalistiche, in una situazione che consente la conformazione di alleanze del tutto inattese: Potosí e Santa Cruz si sono alleate in quest’ultima protesta, in un’alleanza impensabile durante la crisi de 2008, quando Potosí era un bastione “evista”.

Dopo diversi anni di impotenza politica ed elettorale da parte dell’ opposizione tradizionale – vecchi politici quali Tuto Quiroga, Samuel Doria Medina o lo stesso Carlos Mesa – è comparsa una nuova “leadership carismatica”: quella di Fernando Camacho. Questo personaggio sconosciuto fino a poche settimane fa, al di fuori di Santa Cruz, si è proiettato sulla ribalta colmando il vuoto lasciato dalla leadership cruceña, che dalla sua sconfitta contro Evo nel 2008 aveva poi pattuito con il governo una sorta di “pax”. Incoraggiato da una nuova fase di radicalizzazione giovanile, il “macho Camacho”, un uomo di affari di 40 anni, è diventato il leader del Comitè Civico della regione, il quale intercetta alle forze vive attraverso un’egemonia imprenditoriale e la difesa degli interessi regionali. E più di recente, di fronte alla debolezza dell’opposizione, Camacho ha promosso una ricetta alternativa richiamandosi alla “bibbia” e inneggiando ad avere più “palle” per affrontare “il dittatore”. Per prima cosa ha scritto una lettera di dimissioni “affinché Evo la firmi”; poi è andato a portarla a La Paz ed è stato respinto dalle mobilitazioni ufficiali; ma è tornato il giorno dopo l’apertura della crisi, per entrare finalmente Domenica nel vecchio e deserto Palacio Quemado – l’ antico palazzo del potere, oggi traslocato nella Casa Grande del Pueblo – ancora con la sua Bibbia e la sua lettera; lì si è inginocchiato sul pavimento “affinché Dio ritorni al Palazzo” .

Camacho ha stipulato accordi con “ponchos rojos” Aymara dissidenti, è stato fotografato con le “ cholas” e i cocaleros anti-Evo, giurando di non essere più razzista e di prendere le distanze Santa Cruz bianca separatista: “Noi cruceños siamo bianchi e parliamo inglese”, aveva dichiarato in passato una Miss Bolivia). E, con un’astuta strategia, Camacho si è alleato con Marco Pumari, il presidente del Comitato Civico de Potosí, figlio di un minatore che veniva guidando la lotta in quella regione contro i “soprusi di Evo”. E’ così che questo leader emergente e istrionico è stato l’artefice principale della rivolta civico-poliziesca. Per riuscirvi, ha destituito l’ex presidente Carlos Mesa, secondo alle elezioni del 20 ottobre, il quale, seguendo il ritmo scandito dai frenetici eventi si è radicalizzato senza alcuna convinzione e quindi senza grandi possibilità di essere accettato nel club più conservatore, poiché considerato un “modeato”.

René Zavaleta diceva che la Bolivia era la Francia del Sud-America: qui la politica si svolgeva secondo il suo senso classico, cioè come rivoluzione e controrivoluzione. Tuttavia il paese ha vissuto più di un decennio di stabilità, un periodo che ha messo in discussione la validità del pensiero di Zavaleta. Nel 2008 Evo Morales è riuscito ad ripristinare la sua strategia contro le vecchie élites neoliberiste e regionaliste che si erano opposte al suo passaggio al potere, e diede inizio al suo ciclo egemonico: un decennio di crescita economica, di fiducia trasmessa ai cittadini sul loro futuro, di consenso maggioritario riguardo la gestione governativa; un mercato interno caratterizzato da ingenti investimenti finanziati da entrate straordinarie garantite dei prezzi alti dell’esportazione; e un miglioramento del benessere sociale.

Ma la ribellione è tornata, assumendo le sembianze di un movimento conservatore e controrivoluzionario. A differenza di Gonzalo Sánchez de Lozada nel 2003, Evo Morales non ha voluto portare l’esercito nelle strade. Ha preferito mobilitare i militanti del MAS, nel momento in cui l’immagine di “orde masiste” venne ingigantita dai social network e dai media – non si potevano più chiamare di contadini o indigeni. Il rapporto dell’OEA sul risultato elettorale, allertando su possibili brogli, ha minato la fiducia in se stesso del partito al potere: il governo ha perso le strade e le reti sociali allo stesso tempo. Il dossier della OEA, che avrebbe potuto pacificare la situazione, è stato respinto dall’opposizione, che ha considerato Luis Almagro un alleato di Evo Morales poiché in passato aveva appoggiato la sua rielezione. L’organizzazione ha dichiarato di recente di opporsi a “qualsiasi uscita incostituzionale per risolvere la situazione” .

Uno dei motivi dell’insurrezionalismo è il caudillismo, e cioè l’ assenza di istituzioni politiche solide. Non esiste altro che una logica dell’immediato, che un gioco a “somma zero”: o si vince o si perde tutto, ma non si cerca mai di accumulare vittorie e sconfitte parziali con un occhio rivolto al futuro. Evo Morales non ha superato questa cultura, ed è per questo che ha cercato di proseguire nel suo mandato: ma finora nemmeno l’opposizione sembra riuscirvi, riemergendo con un altro “caudillo” di destra come Camacho. Non sappiamo quale futuro politico lo aspetti, ma ha già ottenuto un “trionfo storico”: le città sono riuscite a porre alla storica eccezione rappresentata da un governo contadino. Non a caso dopo il rovesciamento di Evo, è stata bruciata la Wiphala, la bandiera indigena trasformata in seconda bandiera nazionale sotto il governo MAS. Ed è riuscito anche a rimuovere la sinistra nazionalista dal potere: “fuori il comunismo”, ripetevano quelli che giravano per le strade, alcuni di loro muniti di bibbie e crocifissi.

La Bolivia non è soltanto il paese delle insurrezioni, ma anche delle rifondazioni. Solo l’idea di una “rifondazione” consente di dare coesione a forze che inseguono soluzioni insurrezionali e di cancellare l’influenza sociale e politica di coloro che hanno perso il potere. D’altra parte, una “ricostruzione”, e la “distruzione creativa” delle istituzioni statali e delle politiche inerente a ogni rifondazione, consentono una mobilitazione di promesse e di prebende nelle dimensioni richieste dai nuovi vincitori in modo da “impadronirsi” (trarre vantaggio) del potere. E tuttavia il paradosso è che il paese cambia poco con ogni rifondazione. Soprattutto in termini di cultura politica. Ora il pendolo è oscillato verso il lato conservatore, vedremo se la frammentata opposizione a Evo Morales riuscirà a strutturare un nuovo blocco di potere. Ma le ferite etniche e sociali del rovesciamento di Evo perdureranno.

Traduzione di Gabriele Caruso