di Gabriele Caruso e Andrea Ruben Pomella

In questi tempi in cui anche in Europa e in Italia il razzismo è diventato sempre più centrale nella determinazione del discorso pubblico, l’uscita nelle sale cinematografiche di “Black Panther”, basato sull’omonimo fumetto Marvel, ci dice, da una posizione nera, qualcosa di interessante per capire più approfonditamente il discorso post-razziale inaugurato negli Stati Uniti dalla presidenza Obama.

La produzione del discorso egemonico, sin da quando ne abbiamo memoria, passa attraverso la rappresentazione visiva e, ai giorni nostri, i fumetti, elemento centrale della cultura pop americana, con le loro più recenti trasposizioni cinematografiche, sembrano essere diventati a tutti gli effetti parte costituente e pedagogica nella costruzione dell’immaginario di buona parte dei giovani americani (e non solo). Ciò avviene, nella stragrande maggioranza dei casi, attraverso la simulazione di forze e dispositivi reali di governo della società all’interno di rappresentazioni surreali, fantastiche o realistiche, che legittimano e riproducono gerarchie sociali e assetti di potere. La rappresentazione dei neri nei fumetti americani ha in più modi evidenziato la loro subalternità nei confronti della controparte bianca, attraverso la costruzione di personaggi semplici nella psicologia e rozzi nell’apparire: il primo fumetto disegnato e scritto da soli autori neri, “All-Negro Comics”, fece la sua comparsa alla fine degli anni Quaranta, ideato dal giornalista afro-americano Orrin Cromwell Evans, fu un tentativo inedito di rappresentazione del nero che, però, si fermò alla stampa del primo numero. Anche sul piano del simbolico, la segregazione agiva per impedire alla comunità nera di creare propri punti di riferimento, una propria mitologia postmoderna, in cui proiettare la propria storia; con il Civil Rights Movement e il Black Power, gli afro-americani iniziavano a rappresentare sempre più una minaccia per le gerarchie bianche e non dovevano disporre né avere la possibilità di immaginare alcuna forma di potere. Come ogni mezzo rappresentativo, anche i fumetti sono espressione delle questioni che più toccavano il sentire comune e, in quegli anni in America, l’emergere di una soggettività nera forte influenzava sempre di più il mondo bianco dei “supereroi”: i primi personaggi neri, infatti, iniziavano a comparire sullo sfondo come non-protagonisti, finché “Black Panther” sarà il primo fumetto americano mainstream ad avere, in assoluto, un supereroe nero come protagonista. Come dichiarato dal fondatore della Marvel Comics, Stan Lee, la nascita del Black Panther Party non fu l’evento ispiratore del nuovo personaggio, che, apparso per la prima volta nel luglio del 1966, precedette la fondazione del partito nell’ottobre dello stesso anno. Pur volendo con queste affermazioni smarcarsi da qualsiasi vicinanza al movimento, restano evidenti i primi effetti nella società e nell’immaginario bianco di una comunità nera in forte fermento, di cui “Black Panther” ne rappresentava in parte la condensazione. La subalternità della rappresentazione nera all’interno del mondo dei fumetti è costruita sin dalle prime comparse di Black Panther nella saga de “I Fantastici 4” (1961) e poi di Falcon in quella di “Capitan America” (1941): nel primo caso Black Panther si affianca a un gruppo di scienziati geneticamente mutati dopo un incidente spaziale, l’anno di pubblicazione è il 1966, l’Unione Sovietica aveva già raggiunto importanti traguardi (prima esplorazione della Luna tramite sonda 1959, primo uomo nello spazio 1961); nel secondo, Falcon, ex-criminale redento da Capitan America, si affianca come co-protagonista per sconfiggere il “male organizzato” – è il 1969 e gli Stati Uniti sono dilaniati dal conflitto razziale, dalla guerra del Vietnam e nel pieno del movimento del Black Power. In entrambi i casi, il nero è mobilitato solo nei confronti di chi mette a rischio l’egemonia a stelle e strisce: un nemico esterno, nel caso dell’Unione Sovietica, uno interno, nel caso della radicalizzazione della lotta politica. Le uniche figure nere accettabili, che possono essere rappresentate come eroi, dunque, sono quelli che mirano all’integrazione nella società e ai suoi valori e non al suo cambiamento.

La realizzazione cinematografica di “Black Panther” arriva in un altro momento in cui la società americana è manifestamente stretta dalle sue divisioni interne: la nascita del movimento Black Lives Matter in risposta alle continue uccisioni di neri da parte della polizia, la presidenza Trump e il “ritorno” del protezionismo, le condizioni di segregazione delle cosiddette minorities. I lavori sono affidati alla direzione di Ryan Coogler, regista nero di trentadue anni, che ha avviato la propria carriera sul grande schermo con “Fruitvale Station” (2013) e “Creed – Nato per combattere” (2015). Come accennavamo in precedenza, Coogler si fa interprete di una visione nera della contemporaneità e del ruolo che la stessa comunità afro-americana dovrebbe avere in essa. Proprio per questa ragione, la codificazione della questione nera del film “Black Panther” ci aiuta a comprendere il posizionamento di una certa élite nera filo-istituzionale all’interno della questione razziale negli Stati Uniti, la quale fu il prodotto di una delle strategie del potere bianco in risposta al black power, con l’obiettivo di mantenere la maggioranza nera nella subalternità, come tra l’altro spiega Keeanga Yamattha-Taylor. Il film inizia con un flashback che riporta le lancette dell’orologio negli anni Novanta, in un ghetto nero di Oakland (città natale del Black Panther Party): un membro reale del regno di Wakanda è accusato di tradimento ed estremismo per aver rubato il minerale più prezioso del mondo, al fine di dare i mezzi al popolo della diaspora per resistere e sopravvivere alle condizioni disastrose in cui versa. E’ il fratello del re, che verrà giustiziato nel proprio appartamento. Il Wakanda è la Nazione nera, un paese pacifico, con una tecnologia senza pari, che fonde tradizione e futurismo; totalmente chiuso verso l’esterno – niente commercio, politica estera e migranti – si rappresenta come arretrato e povero, per non permettere la diffusione del metallo dalle proprietà uniche, il vibranio, e di cui i wakandiani hanno il monopolio. Si vive, insomma, in una menzogna isolazionista (l’intera nazione è occultata da una foresta-ologramma) con cui prima o poi il nuovo reggente, T’Challa, ossia Black Panther, dovrà confrontarsi. Sin dai primi minuti emerge una contraddizione primaria che sarà sullo sfondo di tutta la pellicola: per poter essere veramente avanzato, per poter rispondere alle responsabilità etico-politiche che il progresso impone, Wakanda non può continuare nel suo isolazionismo, deve aprirsi al resto del mondo. La critica alle politiche protezioniste della presidenza Trump è subito manifesta: per essere ciò che gli Stati Uniti sono sempre stati, “la democrazia più progredita del mondo”, bisogna abbandonare ogni “ritorno al passato”, ogni residuo di “arretratezza” nell’era della globalizzazione. Potremmo affermare ogni ostacolo alla libera circolazione del capitale transnazionale. Considerando che in questo genere di rappresentazioni cinematografiche il conflitto politico è quasi sempre banalizzato a criminalità spicciola, al “nemico da sconfiggere”, Coogler prova a inserire questo elemento con maggiore raffinatezza. In primo luogo, l’antagonista principale non è un bianco, ma un altro nero, l’altro erede al trono, figlio del principe ucciso, un indizio che ci rivolge verso l’interno della stessa comunità afro-americana: se per affrontare le sfide esterne si hanno i giusti mezzi, la vera insidia è in seno al popolo. Se ci si sofferma su alcuni elementi soggettivi di Killmonger, il villain, noteremo una certa cura nella scrittura della sua psicologia per mano del regista: nato e cresciuto nel ghetto di Oakland, arruolatosi in Iraq e Afghanistan, con una cicatrice auto-inflitta per ogni persona che ha ucciso, il suo obiettivo è reclamare il trono del Wakanda per dare i “mezzi” (means in inglese, il riferimento a Malcolm X è diretto), ossia le armi, ai due miliardi di neri nel mondo e farli sollevare dalla loro condizione di miseria. Per raggiungere il suo scopo – prosecuzione del progetto paterno – si avvarrà dell’aiuto di un bianco, Ulysses Klaue, monco di un braccio – di cui ne parlerà come “vecchio arnese di miniera” – per poi ucciderlo prima di entrare nella fase finale della presa del potere. Una sorta di vendetta del nero ghettizzato, costretto ad arruolarsi come unica prospettiva per il proprio futuro, sul vecchio minatore, simbolo di una certa working class bianca che ha goduto i privilegi del welfare. Gli ultimi istanti di Killmonger, riveleranno il suo posizionamento, rifiutando le cure e la prigione e preferendo essere gettato in mare come i suoi antenati schiavi, che si lanciavano dalle navi per evitare di vivere il resto della loro vita in catene.

Sin dai primi scontri raffigurati nel fumetto degli anni Sessanta tra Black Panther e Killmonger, così come nella rappresentazione cinematografica di Coogler, sullo sfondo della battaglia tra “bene” e “male” la critica, come confermato da alcune dichiarazioni dello stesso regista, vede riflesso il conflitto politico tra Martin Luther King Jr. e Malcolm X. Tra la lotta politica democratica e non-violenta e quella rivoluzionaria e armata, proposte come pratiche antitetiche e reciprocamente escludenti. Sebbene la genealogia della contrapposizione tra due dei principali personaggi politici neri degli anni Sessanta meriterebbe un approfondimento dedicato, ciò che ci sembra importante sottolineare qui è la totale neutralizzazione dell’antirazzismo di King. Per renderlo compatibile con il discorso neoliberale dell’élite afroamericana, bisogna disarmarlo, renderlo in un certo senso innocuo: un prete battista che porge l’altra guancia verso l’oppressore della propria gente, che predica la non-violenza e cerca una via istituzionale alla soluzione del conflitto razziale. All’interno del discorso post-razziale dell’élite afro-americana, la figura di Martin Luther King Jr. non viene però solo neutralizzata, ma anche de-contestualizzata così da essere riformulata per meglio servire gli interessi del potere bianco. Attraverso questa rappresentazione, il cui tentativo sembra quello di mostrare un modello compatibile di nero, il discorso dominante produce un effetto disciplinante per i soggetti e per la società. Per quanto sia indubbia la distanza di pensiero con Malcolm X, renderli antagonisti significa da parte del potere dominante tanto frammentare l’archivio americano della storia nera, in un certo senso spaccarlo a metà, quanto strumentalizzare e mitizzare la figura di Martin Luther King Jr. per disciplinare la comunità nera. Significa negare un clima di violenza razziale che costringeva chiunque abitasse nel ghetto a essere armato in casa. Quasi mai si ricorda che lo stesso King girava armato e con una scorta per potersi difendere da possibili attentati, perché rischiare la vita per i neri era all’ordine del giorno. Portare all’estremo le differenze politiche con la radicalità di Malcolm X, fino al fratricidio, non può che fratturare la costruzione storica della soggettività afro-americana, per la quale entrambe le figure hanno avuto un ruolo costitutivo.

Nella costruzione del proprio posizionamento all’interno dell’ordine globale, l’aristocrazia wakandiana, o, se vogliamo, l’élite nera degli Stati Uniti, annulla razzismo e antirazzismo, inaugurando un post entro il quale il colore della pelle non strutturerebbe più il capitalismo e le sue gerarchizzazioni sociali. Per concludere, in questo ordine del discorso “scolorito” emergono altri elementi caratterizzanti che definiscono il ruolo della donna nera e il rapporto con i bianchi. In questo caso, il ruolo di co-protagonista è affidato a un agente della CIA, un bianco buono, gentile nel temperamento (così come nei tratti del viso dell’attore), amico di Black Panther, il cui aiuto risulterà indispensabile per l’happy ending. Eppure è proprio lui che, per conto del governo americano, sarà impegnato nell’acquisto del vibranio rubato da Klaue e Killmonger all’inizio della pellicola. Senza la cooperazione, però, il bene non può trionfare e nonostante la tradizione separatista e isolazionista del paese, bisogna aprirsi e, in un certo senso, fidarsi anche del bianco colonizzatore. Rispetto alle donne del Wakanda, nonostante la loro forte presenza in termini di scene che le vedono protagoniste, emergono sostanzialmente per il loro essere guerriere e scienziate. Ridotte solo a esercitare un forte ascendente sulle figure maschili, non avranno mai potere decisionale, si limiteranno a consigliare la reggenza e difendere la “patria” quando necessario. Ci sembra, quindi, che la presenza della donna nel film sia in sostanza accessoria allo sviluppo della trama; più un elemento estetico, che costitutivo, nonostante si affermi, in un certo senso, che si, la donna nera può arrivare ai gradini più alti della piramide sociale (sic!), come nel caso della sorella di Black Panther, che è l’inventrice dei più importanti avanzamenti tecnologici del paese. In “Black Panther” di Coogler si può, quindi, vedere un certo omaggio alla presidenza di Barack e Michelle Obama, in un contesto sociale e politico americano, in cui le recenti iniziative protezioniste di Trump impongono di scegliere “da che parte stare”. Per l’élite afroamericana la scelta sembra essere unica e, in un certo senso, obbligata: globalizzazione, globalizzazione, globalizzazione.