L’ agenda politica Ni Una Menos per il nuovo governo argentino

di Camila Baron

Questa settimana si è chiusa una fase storica che preannuncia enormi sfide future.  In Argentina, infatti, a quattro anni di macrismo ha corrisposto la trasformazione del femminismo in un movimento massiccio, radicale, attivo e creativo. Da quell’ intelligenza collettiva che è stata costruita resistendo a ogni assalto di un governo neoliberista e misogino, emerge così la forza per questa nuova tappa che deve comprendere veramente tutte e tutti: le 12 misure di cui abbiamo bisogno nei prossimi anni.

Sappiamo, come si suol dire, che non è stata magia. E’ stata la spinta di milioni, la militanza dal basso di ognuna e ognuno, su ogni luogo di lavoro, in ogni organizzazione politica, in ogni scuola, in ogni università, in ogni quartiere e in ogni casa. In questo modo abbiamo costruito le nostre soggettività, plurali e costituenti.­ Proprio per questo, vorremmo che il prossimo governo attuasse il nostro programma collettivo. Ed è anche ciò che vogliamo continuare a costruire in questi spazi, fino ad azzerarne il divario esistente tra basso ed alto.


Verso un orizzonte femminista

In questi anni di incontri di massa, assemblee e amicizie politiche, abbiamo dato vita ad impellenti rivendicazioni, affinché NiUnaMenos fosse “bandiera di tutta la società”, come dichiarato dal nuovo presidente Alberto Fernández.

Le nostre richieste non possono rientrare nelle competenze di un singolo ministero, ma sono misure trasversali che metteranno necessariamente alla prova tutte le aree di governo. La misura zero dunque è che il nuovo Ministero delle donne, del genere e della diversità, presieduto dall’ avvocatessa e attivista per i diritti umani Elizabeth Gómez Alcorta, si impegni a integrare l’ approccio femminista al resto delle sfere di competenza del governo e realizzare così un ministero a porte aperte.E’ il punto di partenza per superare le esperienze di quello che era il Consiglio delle Donne, ovvero l’Istituto Nazionale delle Donne, il quale non faceva che impostare le esigenze del femminismo locale sull’ agenda politica diffusa dalle organizzazioni internazionali e dalle ONG (inclusi gli adeguamenti e gli accordi con le società e fondazioni private).

La traiettoria di militanza popolare della nuova ministra e la sua lotta sia in difesa dei diritti umani che contro il razzismo, sofferto da leader come Milagro Sala e Moira Millán,sono di buon auspicio. In Argentina abbiamo costruito un femminismo anti-coloniale e plurinazionale, che ha cessato ormai da tempo di essere nicchia delle classi medie universitarie.

Questo femminismo è anche figlio del NuncaMás, ereditato dalle nostre madri e dalle nostre nonne, molte delle quali oggi indossano allo stesso modo i fazzoletti bianchi e verdi.Questo fazzoletto diventato un simbolo mondiale, esprime una parola d’ordine: # 1 aborto legale, sicuro e gratuito, sia in ospedale e che in qualunque altro luogo,come dice lo slogan.Il nuovo, sebbene già navigato,Ministro della Salute Ginés González García ha già dichiarato che il suo sarà un ministero verde, nel caso in cui non vi fossero dubbi sul fatto che si tratta di salute pubblica.


Un paese difficile: in prima fila contro il conservatorismo

Il messaggio espresso da questo fazzoletto, ci ha messo in prima fila nella lotta contro il conservatorismo e la destra sociale promossi dal Macrismo attraverso le istituzioni. Oltretutto lo slogan si è posto come collante tra le lotte, poiché non rivendica soltanto l’aborto legale, ma anche la libertà di decidere sui nostri corpi.Ecco perché il potere ecclesiastico ha gridato allo scandalo. Le femministe eretiche, quelle streghe che non possono essere più bruciate, combattono contro rapporti di potere tutti di tipo oppressivo, siano essi familiari, politici o religiosi.

Sappiamo bene che la pressione esercitata dalla maggior parte delle chiese affinché il progetto della campagna politica non fosse approvato dal Congresso ha molto a che fare con la mancata secolarizzazione dello Stato argentino.Anche il rispetto della libertà di culto dovrebbe basarsi sulla separazione tra Chiesa e Stato (sebbene questa richiesta possa suonare come medievale). Ed ecco la nostra misura # 2.

Ci riferiamo solo agli stipendi? Per vescovi e arcivescovi, essi rappresentano un budget minimo rispetto ad altri privilegi che lo Stato concede alle chiese. Mi riferisco in particolare ai trasferimenti milionari versati alle scuole cattoliche e in virtù di esenzioni fiscali, fondi che in questo modo non vengono più utilizzati per l’istruzione e la salute pubblica, secolare e gratuita.Le scuole religiose sono le prime a non rispettare l’applicazione di una completa educazione sessuale (l’ultimo governo Kirchner aveva approvato la legge di Educazione Sessuale Obbligatoria nelle scuole); dovrebbero rappresentare dunque un’opzione del tutto privata, anziché essere sovvenzionate dai governi provinciali, ovvero dalle istituzioni principalmente avvocate al pagamento di gran parte degli stipendi.

Dodici anni di macrismo nel Paese hanno confermato il legame esistente tra educazione religiosa, privatizzazione e definizione dell’educazione pubblica: durante le sue diverse amministrazioni (nel comune della Ciudad de Buenos Aires e nel governo), il macrismo è riuscito nel tentativo di a fare iscrivere nelle scuole private oltre il 50 percento delle persone.

Come misura # 3, dunque, abbiamo bisogno di un’educazione sessuale integrale, che sia capace di raggiungere tutte le scuole e possa parlare a tutto il paese. L’educazione sessuale non può essere un privilegio soltanto di pochi, o essere lasciata alla volontà dei singoli insegnanti di ciascuna istituzione.

Così come il fazzoletto verde è intessuto di bianco, abbiamo visto il movimento azzurro pro-aborto clandestino agitato e promosso dai sostenitori della dottrina Chocobare dalle politiche di (in)sicurezza che hanno autorizzato le forze dell’ordine a perseguitare i soggetti più colpiti da questo sistema escludente (Dottrina Chocobar, politica del governo Macri che garantiva impunità ai poliziotti per sparare e autorizzava anche a uccidere alle spalle senza incriminazione penale).

In questi anni abbiamo accumulato video, aneddoti, immagini della polizia, a volte ridicole quanto dolorose, mentre sequestra merce ai venditori ambulanti, mentre butta nella spazzatura il cibo cucinato sulle griglie dell’economia popolare di strada; tutto,nello stesso momento in cui si tagliavano posti di lavoro e si riportava la fame sulla tavola di tante case.

Abbiamo anche visto eclatanti scene di spreco di risorse umane: cinque agenti di pattuglia per fermare due lavavetri, dieci agenti di polizia per arrestare un minore accusato senza prove di aver rubato una bicicletta, fatti che si sono verificati in ogni circoscrizione e in ogni quartiere. Per la prima volta hanno provato a vietare la mobilitazione popolare dell’8 marzo, e poi come da copione l’hanno rivendicata. Siamo state arrestate per un bacio lesbico. Hanno assunto centinaia di migliaia di agenti di polizia,dotandoli di pistole dopo solo pochi mesi di addestramento alle spalle. E così un femminicidio su quattro è stato compiuto con un’arma regolarmente dichiarata.

Tutti questi sensibili registri ripetono la stessa cosa: donne, lesbiche, trans e froce che affrontano faccia a faccia coloro che indossano la divisa. Abbiamo messo in gioco il corpo per fermare gli impulsi più fascisti di coloro che si avvicinano sui luoghi della scena per chiedere provvedimenti con mano pesante, ad aggredire qualcuno che giaceva a terra dopo aver rubato qualcosa soltanto per mangiare.

Ecco perché siamo contenti che Sabina Frederic (Antropologa sociale del Conicet e dell’ UBA) sia a capo del Ministero della Sicurezza. Perché concordiamo con lei sul fatto che più polizia non vuol dire più sicurezza. La nostra quarta misura urgente è quindi: # 4 porre fine al grilletto facile, alla repressione e all’ uso di armi da fuoco fuori orario di servizio.


Travajadoras (gioco di parole con trava, trans nello slang) somos todas

In molti ambienti siamo riusciti a superare quelle caratteristiche biologiche in base a cui viene stabilito che il femminismo sia prerogativa delle donne e che riguardi esclusivamente la violenza fisica sui nostri corpi. E tuttavia al mondo politico costa ancora molto assumere un orientamento diverso. Per questo vogliamo rompere con il pregiudizio familista ed eteronormato promosso dalle attuali politiche pubbliche, che non attacca la divisione sessuale del lavoro.

È dunque necessario poter disporre di un Sistema Nazionale di Cura, che aiuti a distribuire il lavoro domestico in modo più equo, che spinga verso una graduale riduzione del peso dei servizi pubblici e che rimborsi coloro che oggi si occupano di quei lavori, andando al di là dei rapporti di parentela(# 5).

Nemmeno le licenze paritarie possono essere accantonate (#6). E devono andare di pari passo a un deciso impegno per la riduzione del lavoro informale, un’occupazione che lascia del tutto indifese le persone che non hanno un regolare contratto di lavoro. La Quota di Lavoro Trans (# 7)rappresenta un debito dello Stato Nazionale, tale politica sta cominciando ad applicarsi in alcune province.

Per accelerare la realizzazione di queste esigenze nel mondo del lavoro, c’è bisogno di parità in tutti gli ambiti della rappresentanza (# 8): locali, nazionali e comunali, nei sindacati, nel mondo dei media. Ci auguriamo che la recente elezione di deputate sindacaliste e della nuova Ministra delle Donne, delle Politiche di Genere e della Diversità Sessuale nel governo della Provincia di Buenos Aires, Estela Díaz, sia un ulteriore buon auspicio per tali richieste.


Lo spettro del debito

Il femminismo argentino ha dato un’importante lezione in merito alla politicizzazione della vita quotidiana, alla cancellazione dei confini tra pubblico e privato. E questo vale certamente anche per quanto riguarda l’impegno dello stato nell’ ambito del welfare sociale (la spesa pubblica), che non è mai un problema al di fuori delle nostre vite quotidiane.

Il governo precedente si è dedicato a tagliare diritti, con l’obiettivo di far rientrare la spesa pubblica nella soglia di deficit fiscale imposta dal Fondo monetario internazionale. Le persone che in questi anni si sono indebitate per coprire le spese di base (come nel caso della stragrande maggioranza degli oltre 3 milioni di persone che hanno fatto domanda per ricevere prestiti dall’ Agenzia nazionale di previdenza sociale), così come quelle che hanno richiesto prestiti personali a tassi usurari, sono state spinte a questo indebitamento da un modello economico fallito ormai dovunque.

Anche se in Argentina non vi è ancora una situazione che vede l’indebitamento privato ai livelli di paesi come il Cile o la Colombia (che oggi stanno appunto esplodendo), tutto indica che purtroppo siamo sulla “buona strada”.

E’ così che insieme alla revisione dell’indebitamento pubblico che non ha avuto alcun risultato per quanto riguarda lo sviluppo, al miglioramento delle infrastrutture pubbliche e all’ estensione dei diritti per gli abitanti del nostro paese, pretendiamo(# 9) la cancellazione dei debiti per tutti coloro che sono stati costretti a chiedere prestiti, ovvero per i beneficiari di assegni universali e per i pensionati che oggi scontano un debito con l’ ANSES (Agenzia nazionale di previdenza sociale).

Si tratta letteralmente di un mondo alla rovescia, se si considera la perdita del potere d’acquisto di tutti gli aventi diritti a un reddito sociale.

Non possono restare fuori dall’ agenda, le politiche abitative che privilegiano donne, lesbiche, travestitx e transessualx in situazioni di violenza (# 10); e nemmeno lo sviluppo di una salute inclusiva che non si riduca alla somministrazione di ormoni, reagenti e retrovirali (# 11). Infine, per mettere insieme tutti questi numeri, dobbiamo esigere anche la produzione di statistiche costruite su una prospettiva di genere, che ci aiutino a supportare ciò che per noi è già una diagnosi sociale (# 12).

Traduzione di Gabriele Caruso